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| Domenica 15 Gennaio 2006 04:15 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Quando Jonathan Rhys-Meyers e Scarlett Johansson si parlano per la prima volta, al tavolo da ping-pong, avvertiamo come di sobbalzo che questo è un film di Allen: lui sfoggia il suo aspetto intontito come fosse Woody e lei è sfacciata come fosse Diane Keaton. È un attimo che passa presto, vagamente ironico come in pochi altri momenti, specie sul finire; la preparazione ad esso e quanto segue cancellano questa immagine e anche quell'Allen. Eppure la sua presenza aleggia su questa pellicola curatissima con tutta evidenza, perché a ben vedere questo dramma è Woody senza le sue pazzesche massime sparate a raffica, sostituisce l'Opera al Jazz, Londra a New York.Allen ha deciso di abbandonare il suo personaggio sullo schermo e probabilmente quello che immaginiamo il suo alter-ego qui non potrebbe esser più diverso da lui: il protagonista Chris è infatti un casuale arrampicatore sociale, di poche parole e di gesti trattenuti, con poche qualità e ben poca stima di sé stesso, sia nella sua sfiorita passione sportiva sia quando gli si offre una carriera in azienda. Non sa di preciso perché ama la moglie (Emily Mortimer, Piccolo dizionario amoroso), definita «dolce»; combina casini in borsa e si fa coprire, pentendosi ma continuando, dal suocero (Brian Cox); è stanco ed infelice della sua nuova vita borghese, non fa che ripeterlo, ma proprio non riesce a separarsene; vorrebbe confessare il tradimento ma rimanda senza idee precise, fino a quando non gliene viene una. Così per tutto il film, immaturo e freddo. Nola è la tentazione che arriva quando già sa di essere sulle rotaie verso la tranquilla agiatezza, con la sua voce profonda e le sue labbra sensuali: apparentemente è una donnina immorale, squattrinata attricetta americana che scala la vetta proprio come lui, disposta alla storia mordi e fuggi. Beh, al contrario di lui questa bionda farà deragliare il suo treno verso l'alta borghesia, tornerà e vorrà di più, gli darà quello che la moglie ricerca ossessivamente e trasformerà la sua passione da sessuale a rabbiosa gelosia che domanda risposte adulte. Dall'altra parte c'è un bambinucolo avido. Moralità (o meglio, immoralità) e convenzioni, volontà e casualità in quella che per ambientazione sarebbe potuta essere una commedia di Wilde, per toni quasi Chabrol, ma che prende a modello, come il protagonista nelle sue letture e nelle apparizioni post-actum, Dostoevskij. Scrivendo e dirigendo rigorosamente, Allen cava dai suoi due interpreti il massimo nell'ottica filmica, con intenti spiazzanti ricercati, ben sparsi e controllati: l'indecisione di Rhys-Meyers funziona e la Johansson passa dalla bambolina inespressiva che molti (di certo non noi) le rimproverano di essere ad un cambio di registro potente e convincente. Su tutto, la massima non comica di Allen: la palla sulla rete che finisce sul lato nel quale si perde, la fede gettata senza badare fra le altre cose che rimbalza allo stesso modo dove non doveva. Sconfitta? I lati del campo si scambiano e per il giocatore, quale che sia il merito, demerito o tempra morale, deciderà ancora una volta il caso. Di nuovo, come in Crimini e misfatti, la giustizia non esiste e il crimine paga. Un Allen nell'insieme anche sorprendente, rinnovatosi al meglio. Giudizio: ![]()
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Quando Jonathan Rhys-Meyers e Scarlett Johansson si parlano per la prima volta, al tavolo da ping-pong, avvertiamo come di sobbalzo che questo è un film di Allen: lui sfoggia il suo aspetto intontito come fosse Woody e lei è sfacciata come fosse Diane Keaton. È un attimo che passa presto, vagamente ironico come in pochi altri momenti, specie sul finire; la preparazione ad esso e quanto segue cancellano questa immagine e anche quell'Allen. Eppure la sua presenza aleggia su questa pellicola curatissima con tutta evidenza, perché a ben vedere questo dramma è Woody senza le sue pazzesche massime sparate a raffica, sostituisce l'Opera al Jazz, Londra a New York.









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