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Munich Stampa E-mail
Lunedì 30 Gennaio 2006 16:45
Titolo originale: id. Munich / Locandina
Nazione: Stati Uniti, Canada, Francia
Anno: 2005
Genere: Drammatico, Storico, Thriller
Durata: 164'
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Tony Kushner, Eric Roth
Cast: Eric Bana, Daniel Craig, Ciarán Hinds, Mathieu Kassovitz, Hanns Zischler, Ayelet Zurer, Geoffrey Rush, Gila Almagor, Michael Lonsdale, Mathieu Amalric, Moritz Bleibtreu, Valeria Bruni Tedeschi, Meret Becker, Marie-Josée Croze, Yvan Attal
Produzione: DreamWorks SKG, Universal Pictures, Amblin Entertainment, The Kennedy/Marshall Company, Barry Mendel Productions, Alliance Atlantis Communications, Peninsula Films
Distribuzione: UIP
Data di uscita: 27 Gennaio 2006
Trama: La drammatica storia della squadra dei servizi segreti israeliani a cui venne affidato il compito di rintracciare e uccidere i membri del commando palestinese che si riteneva avesse progettato la strage di Monaco, che costò la vita di undici atleti israeliani durante le Olimpiadi del 1972.


Recensione di ALBERTO DI FELICE

MunichE dopo La guerra dei mondi venne Munich. La famiglia si separa ancora, il mondo è ancora diviso: nella sua catapecchia, Tim Robbins preparava con una frase il sottofondo della rappresaglia di Monaco, un avvertimento; Dakota Fanning chiedeva se gli alieni erano terroristi; il figlio di Cruise, che prima della venuta aliena doveva scrivere una relazione sull'occupazione francese dell'Algeria, abbandonava padre e sorellina per combattere (anche se poi, meno coraggioso, se ne tornava tranquillo da mamma).
Spielberg va trattato con attenzione, specie perché è forte la tentazione di dividersi in estimatori e fieri avversari, entrambi con le loro buone ragioni; Munich, più di altri della recente filmografia spielberghiana, non è dunque un film facile da analizzare. Tanto più perché, come la nostra introduzione mostra, i suoi temi centrali sono identici a quelli del pasticciato precedente fantascientifico, stavolta trasposti in una apparentemente irreprensibile spy-story storica. È come se Spielberg sentisse, a questo punto della sua vita e della sua carriera, una pulsione a rivedere il suo ruolo di potente ebreo hollywoodiano accomodante passando a fare il critico delle sue due patrie: qui più che nell'altro, la proiezione nell'attualità è evidente e il monito di Tim Robbins coinvolge tutto e tutti. «Ogni occupazione è destinata a fallire, la storia ce l'ha insegnato» è il primo estremo ricorrente.
Spaziando dai discorsi e tormenti sempre più pronunciati di Avner, al suo dialogo con un palestinese (probabilmente il punto più importante della pellicola), al non detto (la CIA in sottofondo, il palazzo dell'ONU del finale), Spielberg butta dentro le responsabilità storiche di un'Europa fredda che ospita cittadini sicuri della propria patria (e gli strateghi arabi del terrore, che andranno eliminati), l'ambiguità israeliana fra diritto di esistere e come lo si tutela, l'ombra neppure troppo nascosta di un'America responsabilmente lontana (altra terra grigia per ebrei senza patria, nella quale Avner finirà per fermarsi).
L'altro estremo ricorrente è il focolare familiare, qui ampliato alla dimensione comunitaria, alla patria e alla casa di cui entrambe le parti in gioco sono alla ricerca: è proprio pensando alla famiglia che il protagonista prende coscienza critica della propria missione ed inizia a vederla, dopo aver agito in modo quasi meccanico, con occhi angosciati.
È questo il nocciolo da analizzare, perché dell'abilità da regista sugli altri versanti è inutile dire (la bambina al telefono e l'uccisione della killer olandese sono i momenti più puliti del meccanismo spionistico): Spielberg si impegna a fornire interrogativi, a dividere le colpe (ma la divisione non è affatto equa?), a dirci che siamo tutti uguali e che la violenza non può che generare violenza, ancora ed ancora fino agli attuali errori. Ma davvero c'è del coraggio dietro queste riflessioni? O piuttosto, Spielberg è ancora accomodante lanciando la pietra per nascondere la mano dietro delle ovvietà?
Un dettaglio che ci ha aiutato a rispondere è nelle pieghe nella quali il regista è solito perdersi, nelle spettacolarizzazioni e contraddizioni frutto di clamorosi, imperdonabili errori di costruzione: Avner che matura la propria inquietudine in parallelo ai flashback che ricostruiscono le ore di Monaco, guardando il passato nei finestrini, svegliandosi nel cuore della notte per i sogni, venendo trafitto dai proiettili durante il rapporto con la moglie. Flashback che hanno un puro intento enfatico, soprattutto nell'ultimo caso citato: Avner non sa com'è andata, né gli è stato detto. E allora ci torna alla mente l'orrendo personaggio dell'informatore/papà con la passione per la cucina, che tiene anche lui alla sua grande famiglia e non vuole sporcarsi le mani con i governi (anche se, dato l'incasso, se le sporca lo stesso). Mentre il dialogo finale ci mostra New York col palazzo di vetro a destra e la camera che si sposta drammaticamente a sinistra sulle torri gemelle che un giorno cadranno, Spielberg va alla sostanza, prendendola alla larga, e dicendo comodamente tutte cose che sappiamo già.

Giudizio: 2.5

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