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| Lunedì 10 Ottobre 2005 16:52 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Dal profondo dell’acqua torbida. Il primo The Ring ha introdotto chi non conosceva Ringu alle bambine paurose dai lunghi capelli; The Grudge ha introdotto chi non conosceva Ju-On alle case possedute dai fantasmi dei defunti adirati; The Ring 2 ha fatto il punto sui rapporti fra mamme e questi fantasmi, semplicemente chiamando Hideo Nakata e facendogli sviluppare, anziché un remake del suo originale secondo, un brutto spin-off del suo Dark Water. Gore Verbinski aveva fatto una gran bella figura, checché ne possa dire l'intellettuale cui il solo termine remake fa ribrezzo, e dopo di lui Walter Salles ci fa ricongiungere con la parte migliore di queste operazioni nate con puri intenti commerciali: le loro copie hanno moltissimo in comune, non sono oggetti inanimi, ma prendono angolazioni e pregi propri. Nel ricalcare la trama originale (la costruzione globale è simile fino all'osso già dal flashback e dalla proiezione nel colloquio) Salles costruisce un ambiente visivamente complesso ed angosciante, amplificando in modo decisivo e sostanziale l'aspetto umano e mettendo subito in chiaro, facendoci sentire che questo film parla non tanto di fantasmi quanto di alienazione.Gli enormi casermoni, costruiti in epoche nelle quali bizzarre teorie di sociologia edilizia han provocato drammi emarginando milioni di persone in giro per il mondo, guardano dall'alto (e loro li guardano dal basso) mamma e figlia che arrivano: la mente va dritta al primo remake della serie, quando Naomi Watts osservava la vita nei formicai davanti al suo mega condominio, per vedere che tutti eran soli e stavano guardando la tv. Una scena meravigliosa, a ben vedere. Jennifer Connelly viaggia fra i suoi ricordi e le sue emicranie, il paranormale non serve ad assalirla: la fa assalire dal suo stesso passato per farla avvolgere dalle acque in piena. Così anche il custode Pete Postlethwaite è sempre solo; l'agente immobiliare John C. Reilly mangia un panino senza compagnia e scommette da numero fra la folla; l'avvocato Tim Roth vive nel suo ufficio in macchina fingendo che quello vero sia stato da poco ristrutturato, è da solo al cinema e finge di avere una famiglia. Questa casa spettrata non è né un clone impersonale di quella giapponese, né è un clone di altri pessimi cloni: Salles e Verbinski sanno far lavorare e sostenere sceneggiature (qui Rafael Yglesias, La morte e la fanciulla, La vera storia di Jack lo Squartatore; lì Ehren Kruger, Arlington Road) che badano ai dettagli, arricchiscono di suggestioni diverse. Interpreti stupendi: Jennifer Connelly di una naturale, sconvolgente bellezza e Roth da applausi. Giudizio: ![]()
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Dal profondo dell’acqua torbida. Il primo The Ring ha introdotto chi non conosceva Ringu alle bambine paurose dai lunghi capelli; The Grudge ha introdotto chi non conosceva Ju-On alle case possedute dai fantasmi dei defunti adirati; The Ring 2 ha fatto il punto sui rapporti fra mamme e questi fantasmi, semplicemente chiamando Hideo Nakata e facendogli sviluppare, anziché un remake del suo originale secondo, un brutto spin-off del suo Dark Water. Gore Verbinski aveva fatto una gran bella figura, checché ne possa dire l'intellettuale cui il solo termine remake fa ribrezzo, e dopo di lui Walter Salles ci fa ricongiungere con la parte migliore di queste operazioni nate con puri intenti commerciali: le loro copie hanno moltissimo in comune, non sono oggetti inanimi, ma prendono angolazioni e pregi propri. Nel ricalcare la trama originale (la costruzione globale è simile fino all'osso già dal flashback e dalla proiezione nel colloquio) Salles costruisce un ambiente visivamente complesso ed angosciante, amplificando in modo decisivo e sostanziale l'aspetto umano e mettendo subito in chiaro, facendoci sentire che questo film parla non tanto di fantasmi quanto di alienazione.









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