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| Lunedì 20 Febbraio 2006 15:13 | |||
Titolo originale: SamariaNazione: Corea del Sud Anno: 2004 Genere: Drammatico Durata: 95' Regia: Kim Ki-duk Cast: Ji-min Kwak, Min-jung Seo, Eol Lee Produzione: Kim Ki-Duk Film Distribuzione: Mikado Data di uscita: 17 Giugno 2005 Trama: Yeo-jin aiuta la sua amica Jae-yeong a prostituirsi per racimolare abbastanza soldi per un viaggio in Europa. Quando, inaspettatamente, Jae-yeong si suicida, decide di concedersi a tutti i suoi ex-clienti e di restituire loro i soldi. Fin quando il padre non la scopre. Recensione di ALBERTO DI FELICE Una delle cose che più sorprendono del film del coreano Kim Ki-duk è la
sua capacità di concretizzare il fuori campo come presenza dentro
il campo. Il film inizia nell'aula computer di un liceo, dove troviamo
Yeo-jin (Ji-min Kwak) e la sua migliore amica Jae-yeong (Min-jeong
Seo). Yeo-jin sta organizzando via chat l'incontro con un uomo più
adulto, facendo finta di essere Jae-yeong, che dovrà invece incontrarlo
in un motel. In questa scena, in cui il rapporto fra le due viene già
reso chiaro in poche inquadrature, lo spettatore può vedere sullo
schermo del computer le mani dell'uomo, riprese dalla webcam, nel
riquadro di Messenger in alto a destra, e quelle di Yeo-jin in
basso. Sia le ragazze che l'uomo sono a Seoul, come vedremo, e in
questo momento noi siamo con le ragazze nello spazio chiuso dell'aula
computer; ma con l'espediente di mostrarci nello spazio di
un'inquadratura le mani del futuro cliente in contrasto con quelle
giovani di Yeo-jin, viene data assieme l'impressione della presenza e
quella dell'assenza. Il film sembra focalizzarsi sulle due ragazze,
l'uomo essere solo una presenza esterna, ma con questa scena Ki-duk
mostra per associazione inespressa il vero rapporto che si delineerà
nel prosieguo: quello fra una di queste ragazze, quella che sta
chattando, ed un altro uomo più adulto, suo padre.Molto nel film viene enunciato e lasciato sottinteso: l'Europa dove vogliono andare le ragazze, la madre morta di Yeo-jin, i genitori e la casa di Jae-yeong, il sesso aberrante in quanto pedofilo. Sfruttando e richiamando l'assenza di questi elementi, Ki-duk sa farne venire fuori la forza stridente ed oppressiva, assieme al desiderio di ritrovare anche attraverso il sacrificio (per le due ragazze) o la violenza (per il padre di Yeo-jin) una felicità, un'armonia. C'è una stupenda sequenza a poco più di sette minuti dall'inizio, fra le cose più belle che il coreano abbia mai girato, che mostra con soave gravità allegorica la coesistenza di presenza (essere in un luogo in un momento) ed assenza (ciò che in quello spazio non c'è ma viene evocato). Ci mostra le due ragazze in vari ambienti, correre e tenersi per mano come due amiche d'infanzia. Inizia, col bellissimo tema musicale di Park Ji e Ji-woong Park, con una inquadratura in campo medio di due statue, una femminile a sinistra ed una maschile a destra, dietro le quali sono nascoste le ragazze: dapprima non le vediamo, poi si sporgono, sorridono e si prendono per mano. Perfettamente al centro dell'inquadratura c'è una croce, dai bracci uguali: sembra l'interno di una chiesa. Non appena le due si prendono per mano, c'è uno stacco: vediamo ora le loro due figure intere, la camera è indietreggiata e le segue verso destra: siamo in realtà in un parco. Varie inquadrature le seguono mentre camminano, mentre si siedono su una panchina. Poi arrivano in un punto del parco in cui su delle colonne, disposte su perfette linee verticali e orizzontali (la camera è obliqua da sinistra), sono attaccati dei cartelloni che raffigurano dei codici a barre. Le ragazze si rincorrono giocose. Con una transizione, vediamo poi i riflessi delle ragazze, si tengono sempre per mano, su due piccoli stagni artificiali. Arrivano infine sul ciglio di un muro, su cui sono poste delle statue raffiguranti una famiglia seduta sul muro stesso. Le ragazze si siedono lì di fianco, a sinistra, e si abbracciano: Yeo-jin è seduta di fianco alla statua che rappresenta il padre. In questa breve e poetica sequenza viene mostrata l'enorme potenza sintetica liberata dal regista. Due immagini sono eccezionali nel far questo: le foglie autunnali rampicanti che cingono le colonne di cemento con i codici a barre, e le statue sul muro, che oltre a dipingere assieme famiglia e cultura, sintetizzano cultura e natura rispecchiando un cielo azzurro con nuvole. Nel giro di neanche due minuti vengono racchiusi molti dei luoghi tematici di tutto il film, combinando religione, natura ed artificialità, mercificazione, amore e famiglia. Tutto dentro ma anche fuori l'inquadratura.
Giudizio:
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Titolo originale: Samaria
Una delle cose che più sorprendono del film del coreano Kim Ki-duk è la
sua capacità di concretizzare il fuori campo come presenza dentro
il campo. Il film inizia nell'aula computer di un liceo, dove troviamo
Yeo-jin (Ji-min Kwak) e la sua migliore amica Jae-yeong (Min-jeong
Seo). Yeo-jin sta organizzando via chat l'incontro con un uomo più
adulto, facendo finta di essere Jae-yeong, che dovrà invece incontrarlo
in un motel. In questa scena, in cui il rapporto fra le due viene già
reso chiaro in poche inquadrature, lo spettatore può vedere sullo
schermo del computer le mani dell'uomo, riprese dalla webcam, nel
riquadro di Messenger in alto a destra, e quelle di Yeo-jin in
basso. Sia le ragazze che l'uomo sono a Seoul, come vedremo, e in
questo momento noi siamo con le ragazze nello spazio chiuso dell'aula
computer; ma con l'espediente di mostrarci nello spazio di
un'inquadratura le mani del futuro cliente in contrasto con quelle
giovani di Yeo-jin, viene data assieme l'impressione della presenza e
quella dell'assenza. Il film sembra focalizzarsi sulle due ragazze,
l'uomo essere solo una presenza esterna, ma con questa scena Ki-duk
mostra per associazione inespressa il vero rapporto che si delineerà
nel prosieguo: quello fra una di queste ragazze, quella che sta
chattando, ed un altro uomo più adulto, suo padre.







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