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Munich, Paradise Now: analisi dell'odio Stampa E-mail
Lunedì 27 Febbraio 2006 01:26
Munich, Paradise Now: analisi dell'odioCon la sedia prenotata per la notte degli Oscar che si svolgerà il prossimo 5 marzo, le pellicole di Spielberg e di Abu-Assad affrontano per periodi e con punti di vista completamente diversi il conflitto da sempre irrisolto della terra di Palestina. Munich è creatura di un ebreo americano, Paradise Now di un israeliano: l'ebreo racconta con gli occhi di un figlio di Israele chiamato al servizio della patria all'indomani dei fatti di Monaco '72, l'israeliano con quelli di due amici figli di Palestina pronti oggi ad un purtroppo comune atto terroristico. L'unico modo per affrontare una situazione nella quale tutti hanno torto e tutti ragione è dunque far nascere il dubbio, che per un osservatore esterno ambidistante è finanche scontato, proprio attraverso una presa di coscienza delle parti, l'unica che conta, veicolandola con i singoli. 

Con tempi e modalità molto diversi (stiamo del resto parlando di produzioni dalle premesse molto lontane), i due film scelgono dei protagonisti a loro modo ordinari, nati e cresciuti sul suolo della madrepatria (la loro casa, concetto insistito soprattutto in Spielberg), che in entrambi i casi ritengono la loro missione come un "dono" da accettare con piena fiducia, come un atto dovuto, l'unica risposta data e possibile da dare: ognuno ha di fatti perso traccia del limite storico al quale far risalire la sofferenza del proprio popolo, impossibile da rintracciare per l'uomo comune, così i moventi sono immediati, ogni azione è per vendicare la vendetta dell'altro, e nella cecità di partenza, mentre l'azione si compie, inizia a formarsi il suo superamento. Alla fine del travaglio, incombe da un lato la lucida inutilità degli schemi fideistici imposti ed accettati (il Mossad e i capi del terrorismo sono in quest'ottica di fatto uguali) e dall'altro, incontrollabile, la loro spinta a compiersi indipendentemente da ciò. Non è questa la sede per analizzare quanto i due film siano riusciti nella loro totalità (a tale scopo vi rimandiamo ovviamente alle relative recensioni), ma è comunque interessante notare come queste pellicole, cronache soggettive di maturazione interiore della vera dimensione del problema, abbiano un forte impatto sulla scena culturale attuale, magari sfruttandola, ma facendo comunque il punto di considerazioni, come dicevamo più sopra, abbastanza acquisite. In attesa che i coinvolti trovino finalmente la forza collettiva per sostituire ai dubbi intimi delle soluzioni politiche.

Alberto Di Felice
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