 Con la sedia prenotata per la notte degli Oscar che si svolgerà il
prossimo 5 marzo, le pellicole di Spielberg e di Abu-Assad affrontano
per periodi e con punti di vista completamente diversi il conflitto da
sempre irrisolto della terra di Palestina. Munich è creatura di un ebreo americano, Paradise Now
di un israeliano: l'ebreo racconta con gli occhi di un figlio di
Israele chiamato al servizio della patria all'indomani dei fatti di
Monaco '72, l'israeliano con quelli di due amici figli di Palestina
pronti oggi ad un purtroppo comune atto terroristico. L'unico modo per
affrontare una situazione nella quale tutti hanno torto e tutti ragione
è dunque far nascere il dubbio, che per un osservatore esterno
ambidistante è finanche scontato, proprio attraverso una presa di
coscienza delle parti, l'unica che conta, veicolandola con i singoli.
Con tempi e modalità molto diversi (stiamo del resto parlando di
produzioni dalle premesse molto lontane), i due film scelgono dei
protagonisti a loro modo ordinari, nati e cresciuti sul suolo della
madrepatria (la loro casa, concetto insistito soprattutto in
Spielberg), che in entrambi i casi ritengono la loro missione come un
"dono" da accettare con piena fiducia, come un atto dovuto, l'unica
risposta data e possibile da dare: ognuno ha di fatti perso traccia del
limite storico al quale far risalire la sofferenza del proprio popolo,
impossibile da rintracciare per l'uomo comune, così i moventi sono
immediati, ogni azione è per vendicare la vendetta dell'altro, e nella
cecità di partenza, mentre l'azione si compie, inizia a formarsi il suo
superamento. Alla fine del travaglio, incombe da un lato la lucida
inutilità degli schemi fideistici imposti ed accettati (il Mossad e i
capi del terrorismo sono in quest'ottica di fatto uguali) e dall'altro,
incontrollabile, la loro spinta a compiersi indipendentemente da ciò.
Non è questa la sede per analizzare quanto i due film siano riusciti
nella loro totalità (a tale scopo vi rimandiamo ovviamente alle
relative recensioni), ma è comunque interessante notare come queste
pellicole, cronache soggettive di maturazione interiore della vera
dimensione del problema, abbiano un forte impatto sulla scena culturale
attuale, magari sfruttandola, ma facendo comunque il punto di
considerazioni, come dicevamo più sopra, abbastanza acquisite. In
attesa che i coinvolti trovino finalmente la forza collettiva per
sostituire ai dubbi intimi delle soluzioni politiche.
Alberto Di Felice
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