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Lunedì 06 Marzo 2006 01:00
Un'immagine del film Cos'è in fondo la vita di società? Specie per un agente di borsa dell'alta borghesia di Manhattan, è una successione di status symbol: l'appartamento con vista su Central Park, esser membro di svariati club e palestre, frequentare i ristoranti e locali più in, vestire nel modo più in, curare maniacalmente il proprio fisico, tirare cocaina, dotarsi dell'ultimo impianto hi-fi, avere la ragazza perfetta. Ancor più se il periodo nel quale vivere in società è la seconda metà dei ruggenti anni '80, quando la categoria degli yuppie, i colletti bianchi del materialismo nati all'epoca del baby boom, si era appena formata, giungendo contemporaneamente al proprio apice.
Questi individui sono il condensato in persona di quello che un programma di quegli stessi anni, ancora oggi in programmazione a testimoniare l'importanza culturale del periodo, rappresenta per la tv italiana: sono dei ragazzi «Nonsolomoda». Sono stati l'avanguardia di un modo di vivere, una nicchia che ha anticipato abitudini poi allargatesi. Il cinema, in un certo senso, deve molto agli yuppie: se non ci fossero stati loro a comprare i primi costosissimi modelli di videoregistratori, quella meraviglia del mercato home video, una specie di rivoluzione, avrebbe faticato un po' di più a farsi largo. L'elenco di pellicole collegate alla figura (spesso debitrici di opere su carta come quelle di Tom Wolfe, Jay McInerney, Bret Easton Ellis e Jill Eisenstadt) sarebbe lungo, perché lo yuppie di quel periodo si mescolava bene con molti generi, dalla commedia al thriller; alcune fra queste guardano più da vicino la realtà che qui ci interessa maggiormente, ovvero quella newyorkese.
Negli anni di Reagan e del sul lassismo in campo economico, la formazione di grandi gruppi aziendali e finanziari aveva un'accelerata e buona parte del peso di fusioni, acquisizioni e smembramenti era sulle spalle dei giovani in oggetto: Wall Street era ed è il centro del mondo. Ed è anche il centro della distruzione individualistica. I film yuppie del filone Wall Street catturano questa cupidigia: Wall Street di Oliver Stone e Il falò delle vanità di Brian De Palma sono le pellicole più indicative del periodo. Più di recente, American Psycho di Mary Harron ha accettato l'ardua sfida di portare su pellicola uno dei romanzi più criticati/apprezzati e truculenti sullo yuppie (il protagonista non è un semplice appartenente alla categoria, ma è anche un serial killer), l'omonimo successo del 1991 di Bret Easton Ellis.
Col boom tecnologico ed i successivi crack, il «ragazzo della porta accanto» Patrick Bateman è ancora attualissimo negli anni '90 quando Ellis rielabora il decennio precedente e la Harron (nel 2000) ne fa un film altrettanto controverso che chi scrive ha trovato un adattamento riuscito ed imperdibile. Patrick Bateman (un Christian Bale tiratissimo, prima ancora di passare da Bateman a Batman) racchiude un messaggio di alienazione e vacuità che lo portano alla pazzia: il suo appartamento nell'American Gardens Building, che descrive lui stesso con precisione maniacale (come tutto, del resto), è scena di notti trascorse con prostitute, di massacri compiuti con ascia o motosega. Ma soprattutto la sua pazzia è nelle nevrosi del quotidiano, nell'interagire che è sfida e lotta psicologica: nella ristretta cerchia di amici cui è legato esclusivamente per lavoro, è essenziale stabilire chi ha l'appartamento più bello e costoso, chi ha lo stereo con la miglior riproduzione dei bassi, chi si è scelto il più perfetto biglietto da visita. Ad intervalli regolari durante la giornata, non siamo un po' tutti Patrick Bateman? Non sentiamo anche noi il bisogno impellente di fare a pezzi qualcuno per queste piccole cose insignificanti, di tanto in tanto?
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