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Oscar 2006: sorprese o conformiste ambiguità? Stampa E-mail
Giovedì 09 Marzo 2006 01:00
Paul HaggisAlle 5,20 circa (ora italiana) della mattina di lunedì, mentre Jack Nicholson leggeva i candidati per il miglior film, tutti stavamo aspettando che la sua voce carismatica pronunciasse «Brokeback Mountain»; invece dalla sua bocca è uscito qualcosa di diverso, che suonava più cosi: «Crash».
E così, l'outsider della serata, forte di premi dati dal cinema indipendente, ne è diventato il trionfatore; il suo autore, lo sceneggiatore e regista Paul Haggis, che l'anno scorso sfiorò il premio con la sceneggiatura del grande Million Dollar Baby, è diventato uno degli uomini nuovi del cinema americano. I favoritissimi Brokeback Mountain, Munich e Good Night, and Good Luck tornano a casa a mani vuote o con le briciole: ma cosa significa?

Le nomination avevano già denotato un aspetto diverso dal solito, confermando il trend degli ultimi anni che vuole il cinema mainstream in crisi e l'avanzata, di consensi e incassi, del cinema indipendente, dai temi e dai toni meno facili. 8 candidature all'ottimo western gay di Ang Lee, 7 al bellissimo dramma liberal di George Clooney, 6 all'intensa riflessione su giustizia e vendetta di Steven Spielberg sembravano un passaporto per un'edizione molto alternativa ed impegnata della cerimonia, vuoi anche perchè i blockbuster dell'anno si erano accontentati delle briciole.
Ma forse i membri dell'Academy non hanno avuto il coraggio di spingersi fino in fondo, viste le clamorose e fin troppo significative mancanze dei due film più duri e sottilmente profondi dell'anno: Match Point, il tesissimo dramma sensuale e politico di Woody Allen (solo 1 nomination), e A History of Violence, un thriller cattivo che è soprattutto tagliente riflessione sulle radici della violenza in America (a malapena 2 candidature).
Cosi, mentre l'accademico ma non brutto Memorie di una geisha vinceva i premi per la fotografia, le scene ed i costumi, l'intenso ed imperfetto King Kong si accaparrava tutte le categorie degli effetti speciali, e Brokeback Mountain vinceva la sceneggiatura adattata, la regia e le musiche (facendo cosi logicamente da apripista alla vittoria finale), il sotterraneo avanzare di Crash sembrava innocuo: prima del premio principale, aveva vinto per il montaggio e la sceneggiatura originale. Ma cosa può significare la vittoria di Crash (al di là del fatto che chi scrive non l'ha visto e non giudica sulla qualità del premio)?
In effetti, in modo meno esplicito Crash va a fondo di alcuni temi cardine dell'auto-riflessione statunitense, come l'intolleranza, la violenza, il razzismo, il bisogno di contatti, anche violenti. Ma una parte della critica e dei cinefili l'ha trovato ipocrita e ruffiano. E cosi, i film duramente politici, quelli che hanno sul serio toccato i nervi scoperti e la sensibilità statunitense tanto da fingere di dimenticarli sono all'asciutto (evidente l'ironia di Clooney quando, ritirando il premio come non protagonista per Syriana, ha detto: «Allora non ho vinto il premio per la regia!»), quello altrettanto scomodo dal lato morale e culturale è rimasto deluso e "vittima" di una beffa anche dal punto di vista logico: se un film ha la migliore sceneggiatura e la migliore regia dell'anno, come fa a non essere il miglior film?
Senza voler leggere per forza un piano politico dietro a questo, rimane lampante come l'industria del cinema che l'Academy rappresenta ha un pò paura nel dichiararsi esplicitamente e, quasi come un autocensura, spesso sembra rimangiarsi le proprie idee.
A margine, vanno notate le vittorie del suddetto Clooney per un film altrettanto politico, ma cosi complesso da risultare innocuo come Syriana, di Rachel Weisz come non protagonista per The Constant Gardener (nell'ambito della politica-spettacolo), dell'annunciato Phillip Seymour Hoffman come protagonista per Capote (anche qui, temi non facili, e solo una vittoria) e della mezza sorpresa Reese Whiterspoon, brava sia nell'interpretare sia nel cantare, nei panni di June Carter in Walk the Line (avrebbe meritato anche Felicity Huffman, per Transamerica).
Lo spettacolo è filato via ritmato, molto secco, con bei pezzi di memoria (le splendide clip sul cinema noir, sulle biografie, sulla grandezza del cinema in sala e il doveroso e commovente omaggio annuale agli attori e cineasti scomparsi) e di spettacolo (il violinista che ha suonato le colonne sonore candidate), ma un pò freddo. Jon Stewart si è dimostrato all'altezza senza strafare, le sue gag sono state molto carine, ma il premio come miglior intervento della serata va a Ben Stiller, vestito di verde come gli attori che recitano nei film in digitale, credendo che non si potesse vedere.
A Los Angeles si lancia il sasso e, come nel resto del mondo, si fa in fretta a nascondere la mano.

Emanuele Rauco

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