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The Constant Gardener - La cospirazione Stampa E-mail
Sabato 11 Marzo 2006 14:22
The Constant Gardener - La cospirazione / LocandinaTitolo originale:      The Constant Gardener
Nazione:      Germania, Regno Unito
Anno:      2005
Genere:      Drammatico, Romantico, Thriller
Durata:      129'
Regia:      Fernando Meirelles
Cast:      Ralph Fiennes, Rachel Weisz, Danny Huston, Bill Nighy, Pete Postlethwaite, Gerard McSorley, Hubert Koundé
Produzione:      Simon Channing-Williams
Distribuzione:      Bim
Data di uscita:      24 Febbraio 2006

Trama: L'attivista politica Tessa Quayle viene trovata morta in una remota area del Kenya del Nord. All'apparenza il movente del crimine sembra quello passionale, ma Justin Quayle, il marito della vittima, non crede alle insinuazioni di infedeltà da parte di sua moglie e decide di investigare per conto suo. Le indagini che lo porteranno a scoprire la verità sulla morte di Tess metteranno però in pericolo anche la sua stessa vita. (Yahoo)

Recensione di EMANUELE RAUCO

The Constant Gardener - La cospirazioneSembrava il passo successivo per la carriera di Fernando Meirelles, dopo il duro e violento, ma anche trendy e folkloristico, City of God, quello di passare alla corte di Hollywood ed adattare il suo stile tecnicamente forbito e à la page a progetti che uniscano lo spettacolo del cinema commerciale all'impegno civile e politico tipicamente liberal. E infatti, così è stato.
Prendendo il romanzo di John le Carré (“Il giardiniere tenace”) e affidandolo alle cure dello sceneggiatore Jeffrey Caine, Meirelles sembra risuscitare la tradizione del cinema popolar-impegnato che da Capra a Lumet, passando per Costa-Gavras, ha dato lustri e fama ad un certo cinema statunitense.
La storia, complicata e sul filo dell'oscurità, come spesso in le Carré, è quella di Justin, diplomatico inglese di stanza in Africa, e Tessa, la sua bellissima moglie, attivista politica che, durante un inchiesta su un farmaco testato sulla popolazione africana, viene assassinata, provocando cosi un sobbalzo nella coscienza del marito, che continuerà il lavoro d'indagine.
La sceneggiatura fa un buon lavoro, rispettando soprattutto lo spirito del romanzo, e mettendo in scena, con mezzi non sempre raffinati, il comportamento delle multinazionali farmaceutiche che spremono soldi sporchi ai popoli africani martoriati dall'Aids e da varie epidemie, si ripuliscono la coscienza donando medicinali che, quando non sono scaduti, vengono sequestrati dai governi che li rivendono, e sfruttano i malati terminali per esperimenti i cui risultati vengono facilmente contraffatti: se c'è un difetto che proprio non si può rinfacciare al film è la reticenza, la vaghezza nell'esposizione della sua tesi, anzi, come da tradizione, il film non si tira indietro di fronte all'enfasi civile, all'indignazione, ad alzare i toni retorici quando ce n'è bisogno.
Per il resto, l'opera di Meirelles ha tutti i pregi ed i difetti del filone: dalla costruzione impeccabile, fin troppo, della sceneggiatura (con i flashback che ricostruiscono l'amore dei protagonisti) alla schematizzazione un po' superficiale dell'assunto per farlo rientrare nei canoni del thriller; dalla cura formale e visiva del prodotto ad una regia troppo effettata (ed effettistica) che sembra ridurre l'Africa ad un caleidoscopio di bei paesaggi e bei colori (reiterando così il difetto principale del suo film d'esordio); dalla bravura e la convinzione di tutto il cast, specie i comprimari e Rachel Weisz (Oscar meritato), meno Ralph Fiennes, all'occhio puramente occidentale, paternalistico, con cui la vicenda è raccontata, e che vuole gli indigeni incapaci di vivere senza l'aiuto (sebbene oscuro) degli europei, come un popolo di bambini inconsapevoli (e dell'unico che lotta non vediamo mai il cadavere, come non fosse morto per la causa).
Il film fa salve tutte le componenti spettacolari e comunicative del racconto, raggiungendo un buon compromesso tra la riflessione e la narrazione, ma ha, rispetto ad altri prodotti analoghi una carta in più: il regista, nonostante i limiti e difetti della sua regia, viene dal "culo del mondo" (per citare Fiorella Mannoia), perciò ha una voglia sincera di raccontare ed illustrare la miseria del terzo mondo. Quindi riesce a convincere e coinvolgere, senza calcare troppo la mano.
Almeno, un pubblico che non ha interessi nel guardare dentro i meccanismi del proprio benessere, può fare i conti, in modo convenzionale, ma si spera efficace, con il proprio rifiuto.

Giudizio: 2.5
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