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La fiamma sul ghiaccio Stampa E-mail
Lunedì 17 Aprile 2006 15:36
Voto: *½ (su ****)  Recensione di Emanuele Rauco
La fiamma sul ghiaccioIl progetto è insolito e coraggioso, bisogna ammetterlo, specie se viene da Umberto Marino, uno dei maggiori esponenti del cinema e del teatro "carino" in Italia; una storia d'amore assoluto perché tragicamente difficile, quasi astratta dal contesto sociale, in una confezione assolutamente moderna ed esplicitamente pensata per l'esportazione. Peccato che i risultati siano nettamente, e quasi senza scampo, inferiori alle ambizioni. La storia racconta di Fabrizio, professore di matematica, afflitto da una sindrome psichica che gli impedisce di capire i sentimenti, e quindi di provarne, e di Caterina, una senzatetto disturbata (a causa dell’immancabile stupro paterno), che se ne innamora al primo gesto, per il suo atteggiamento schivo e timoroso; lei lo insegue, lo raggiunge, lo perde e lo ritrova, fino ad un finale che anche a non volervelo rivelare, date le difficili premesse, si può immaginare tragico.

Il film però fallisce su tutta la linea, sia nella resa cinematografica, sia nella tenuta narrativa, sia nella messa in scena della disabilità psichica e di un amore davvero fou: e visto che sia la regia sia la sceneggiatura sono curate dallo stesso Marino, l'idea di chi sia la colpa sembra evidente.
La sceneggiatura, di sicuro promettente nella voglia di raccontare un amore enorme senza gli schemi e le strutture tipici delle storie d'amore, senza troppo ricorrere alle parole ma servendosi di gesti e situazioni estreme (ma Marino avrebbe dovuto vedere lo splendido L'arco di Kim Ki-duk, per farsi un’idea di come si può fare), purtroppo cade sotto il peso di un eccesso di simboli (alcuni anche azzeccati, ma molto spesso pesanti e didascalici), di una troppo schematica e stereotipata caratterizzazione dei personaggi, di una foga troppo melodrammatica nella narrazione, che impedisce cosi allo spettatore di capire e sentire la disperazione dei personaggi, di vivere con loro, sentendosi relegato in una posizione troppo esterna per potervi partecipare. In più il racconto si snoda ripetitivo, e per tapparne i buchi Marino ricorre all'uso ossessivo di canzoni (non male, ma cosi tante che ad un tratto ha dovuto riusare le stesse, come un cd in ripetizione) e strappi onirici, per illustrare le condizioni mentali dei personaggi, che sfiorano il kitsch (anche se la cura grafica e digitale è interessante e degna di miglior causa). Per tacere poi, della svolta spirituale e patetica che il film prende a 20 minuti dalla fine.
Marino non ha remore nell'affrontare il progetto e nell'impostare una regia ambiziosa, ma il suo stile e le sue capacità non sono all'altezza, troppo esagitato perché afferri la complessità dei caratteri e del film, pago di sguazzare in un immaginario visionario che naviga spesso nel ridicolo, restando alla superficie delle cose, prima di dare il colpo di grazia (al film ed allo spettatore) con una processione religiosa più dramma lirico più siparietto musical-onirico, che fa sospettare che Marino abbia con tenacia cercato la nemesi del proprio film.
Unica ancora di salvezza viene dagli attori, che letteralmente evitano che il film deflagri: se Max Giusti, deve accontentarsi di recitare in ciociaro, come un suo personaggio televisivo, Raul Bova affronta una scelta di casting sbagliata con coraggio, uscendone quasi a testa alta (anche se la sua performance canterina in frusinate rischia di entrare tra i classici della comicità involontaria); e Donatella Finocchiaro riesce a vincere la sfida contro un personaggio eccessivo, senza sfumature, che lei invece riesce a rendere affascinante e interessante.
In definitiva, il film, oltre che la causa del cinema, non riesce neanche a servire quella dei casi clinici e psichici che il film vorrebbe raccontare con affetto. La più classica delle occasioni sprecate.

Emanuele Rauco

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