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Mater Natura Stampa E-mail
Lunedì 24 Aprile 2006 12:18
Voto: ** (su ****)  Recensione di Emanuele RaucoMater Natura
Lo sappiamo, ce ne siamo accorti, chiunque non perde tempo a ripeterlo: Napoli è la fucina più calda e vitale del nuovo cinema italiano, con i suoi vulcani fumanti, le viste. La vitalità popolana e il mare rigoglioso. Lo sappiamo, e fa sempre piacere vederlo: ma quando tutto questo, viene esposto come una specie di bandiera e sottolineato fino alla macchietta c’è il rischio di trasformare l’ambiente in folklore, con sprazzi di luoghi comuni. E poco aiuta che nel film di Massimo Andrei si tratta l’ambiente della transessualità e della diversità esistenziale, se poi si ripercorrono le figure consunte del femminiello e simili.


Va detto che il film in ogni caso, ringraziando il cielo, non affonda quasi mai, tenendosi sempre sopra la linea di galleggiamento della decenza e sorprendendo a tratti con una visione rutilante del proprio mondo e con un gioco d’attori che, pur tra il convenzionale e l’amatoriale, sa arrivare al pubblico.
La storia, dichiaratamente ispirata al fotoromanzo ed alla sceneggiata partenopea, è quella di Desiderio, una transessuale che lavora di prostituzione e talmente innamorata di Andrea da decidere di voler cambiar vita: ma la decisione di lui di sposarsi con una ragazza e le svolte impreviste del fato ribalteranno ogni situazione. Sullo sfondo la costruzione di un agriturismo da parte degli amici di Desiderio, dal nome Mater Natura.
Andrei, aiutato alla sceneggiatura da Silvia Ranfagni, percorre una strada impervia e ambiziosa tra mille deviazioni e difficoltà, tra generi che si confondono (il mèlo, la commedia, il musical, il teatro, e i modi tipici di Napoli), temi che s’intrecciano non sempre lucidamente, ed un’impostazione che vaga tra il vitalistico e il moralistico (a modo suo): e si può dire che tutto sommato l’operazione gli riesce, la riflessione sull’identità spirituale e sull’accettazione difficile, sullo scollamento tra essere e apparire a tratti funziona, e dal punto di vista dell’intrattenimento (d’altronde gli stessi autori ne hanno parlato come fusione di cinema d’autore e cinema popolare) fa il suo dovere.
I limiti però sono di stile e toni del racconto, perché nell’utilizzare, giustamente, le forme classiche della tradizione popolare e napoletana, ed in generale quelle della cultura di massa di qualche decennio fa, Andrei trova di rado la misura e la consapevolezza giuste, si adagia troppo su quegli archetipi, che spesso confinano con lo stereotipo, senza rielaborarli fino in fondo, ma limitandosi ad affastellarli, confondendo così anche lo spettatore sul senso proprio del film, e restando perciò alla superficie delle cose.
Il gioco di personalità esuberanti, costumi e colori eccessivi, passioni trascinanti e sguardi conturbanti su un mondo, anche psichico, quasi border-line, l’ostentata serenità almodovariana che si scontra con gli schemi tipici del triangolo passionale, sono sempre tenuti sopra le righe, come nella commedia dell’arte o nell’avanspettacolo (indicative le riletture teatrali), limitando troppo i momenti intimi e riflessivi, più riusciti, e dando una fastidiosa sensazione di macchiettismo.
Meno male che il cast fa il suo dovere, e spesso molto di più, a cominciare da una convincente e assolutamente affascinante Maria Pia Calzone, protagonista in un ruolo difficile e sfaccettato, all’ormai sicurezza di Vladimir Luxuria, per finire con uno strepitoso Enzo Moscato, trascinante nel ruolo migliore del film, il femminiello Europa.
E’ grazie a loro se il film riesce a soddisfare ed anche coinvolgere, merito loro, e dei molti non professionisti (alcuni veri transessuali), se il film si salva, se Andrei può andare in giro vantando premi e riconoscimenti, perché altrimenti il film, e dispiace un po’ dirlo, varrebbe la metà.

Emanuele Rauco
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