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L'educazione fisica delle fanciulle Stampa E-mail
Lunedì 24 Aprile 2006 14:41
Voto: **½ (su ****)  Recensione di Alberto Di Felice
L'educazione fisica delle fanciulleL'educazione fisica delle fanciulle è un'operazione a prima vista abbastanza illogica nei tempi. Prende spunto dal romanzo "Mine Ha-Ha" del tedesco Frank Wedekind, già portato sullo schermo all'inizio dello scorso anno dalla francese Lucile Hadzihalilovic col titolo Innocence. Sebbene il copione originale di Alberto Lattuada ed Ottavio Jemma risalga agli anni '80, l'unica spiegazione che possiamo darci della scelta di rispolverarlo (James Carrington e Sadie Jones) per fare un film sullo stesso identico soggetto, nello stesso periodo, è che le due produzioni fossero totalmente all'oscuro l'una dell'altra. Il risultato è che in Italia difficilmente vedremo la precedente (e, a quanto apprendiamo, migliore) versione transalpina, la cui distribuzione è saltata a favore di questa co-produzione anglo-italo-ceca diretta da John Irvin (Robin Hood - La leggenda).

Girato fra Repubblica Ceca ed Umbria (in parte negli studi di Papigno), il film è ambientato in uno stato mitteleuropeo d'inizio secolo, le cui vicende storiche riecheggiano nella figura del principe (Urbano Barberini). Immerso nei boschi, con un grande giardino privato (nel quale si trova la cascata che dà il titolo al libro, letteralmente "Acqua che ride"), esiste un collegio femminile dove arrivano, spesso neonate, piccole orfanelle che vengono cresciute secondo le regole del galateo, delle arti e della danza. La direttrice (Jacqueline Bisset) gestisce da anni l'istituto, uno fra quelli pubblici di Stato, destinato a diventare l'unico ora che gli altri stanno per esser chiusi. Seguiamo l'arrivo di una neonata, poi uno scorcio di un gruppo di bambine durante l'infanzia. Il nucleo del film si sviluppa sullo stesso gruppo di bambine, ormai cresciute: protagoniste sono Hidalla (Mary Nighy) e Irene (Hannah Taylor-Gordon), prigioniere assieme alle altre di questo luogo escluso dal mondo. Nell'istituto si è creato, amplificato dalla chiusura e da un passato oscuro, un ambiente oppressivo tenuto in pugno, oltre che dalla direttrice, dalle educatrici, molte delle quali sono state a loro volta allieve: le ragazze non possono scappare. I titoli di testa scorrono su un balletto, il primo piano su delle scarpette dalle punte insanguinate che continuano a danzare. Le alunne sono impegnate nella preparazione di una recita di fine anno alla quale assisterà anche il principe. Intreccio e costruzione presentano in egual misura pregi e difetti. L'educazione fisica delle fanciulle ha successo nel creare un'ambientazione goticheggiante, perfetta per l'innesto di qualche simbolismo (la cascata, le scarpette insanguinate, le maschere della servitù che non ha anima) e soprattutto di venature thriller, che dominano in maniera sostanziale: la pellicola vaga seguendo queste tonalità, che ad un certo punto si fanno horror, con risultati a volte notevoli. Ne derivano caratterizzazioni senza mezzi termini, nelle quali le sfumature psicologiche lasciano il posto ad inquietudini violente: il film si crea così un ambiente internamente torbido e disperato, senza nascondere nulla ed anzi inseguendo un nichilismo sconfitta della purezza, un soffocamento dettato dalla repressione nei costumi, fino ad un finale rimasto fedele a questa impostazione, che la direzione di Irvin segue freddamente. Passando al lato recitativo, il problema evidente sta nel cast spinto a forza, che lascia perdere per strada l'ispettore Enrico Lo Verso e distribuisce un contentino abbastanza sostanzioso ad Eva Grimaldi (si doppia malaccio in italiano, e peggio fa la poveraccia che la doppia nella versione in lingua inglese - altrettanto allegramente doppiata: si poteva tranquilllamente evitare questo tocco di ridicolo, mettendoci giusto un po' di impegno). Il paragone con gli splendidi Magdalene di Mullan e, più appropriatamente, Picnic ad Hanging Rock di Weir renderebbe il giudizio più severo del necessario.

Alberto Di Felice
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