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| Martedì 25 Aprile 2006 15:02 | |||
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Voto: **½ (su ****) Recensione di Alberto Di Felice
Esiste ancora, nel panorama attuale, la possibilità di fare un cinema classico ed intelligente. Il film di Curtis Hanson (L.A. Confidential, Wonder Boys),
prodotto fra gli altri dai lungimiranti Ridley e Tony Scott, è
alternativo alla voga dilagante del cinema indipendente (o presunto
tale) a stelle e strisce, quello che sfrutta il surreale, fra la
ricerca musicale, divagazioni oniriche o quasi-oniriche ad occhi aperti
e new-age svolazzante, per dire qualcosa di interessante sulle nostre
vite, sulle nostre esperienze. La differenza fra Hanson e Cameron
Crowe, che nello stesso periodo (lo scorso autunno) era nelle sale col
suo presuntuoso ed inconcludente Elizabethtown, è sostanziale.
In Her Shoes
è un film lungo, che ci presenta subito quelli che sono sostanzialmente
dei cliché: le due sorelle con fisico e carattere opposto. Queste sono
Maggie (Cameron Diaz) e Rose Feller (Toni Collette): la prima è una
bambolina bionda arraffauomini ma senza la minima voglia (né la
capacità) di trovarsi e tenersi un lavoro; la seconda è la sorella
maggiore, leggermente grassoccia ed insicura, che si affossa nel lavoro
come unica certezza di avere un'utilità. Quando Maggie viene cacciata
di casa dalla perfida matrigna Sydelle (Candice Azzara), Rose deve
ospitarla nel suo appartamento. Non sono mai andate d'accordo perché
Maggie sembra sempre rovinare tutto anche nella vita di Rose. Infatti
la mangiauomini tenta e seduce il superiore della sorella, Jim (Richard
Burgi, l'ex marito di Susan in Desperate Housewives), che lei
vedeva da qualche tempo. Viene dunque sbattuta fuori di casa anche da Rose,
giustamente in preda all'ira, e fa perdere ogni traccia di sé. Il vero
percorso del film inizia qui. Mentre Rose fa i conti con la sua vita
sempre più a rotoli (abbandona il lavoro) trovando però nuove certezze
(inizia a fare dog-sitting e si innamora di un collega che aveva sempre
ignorato, interpretato da Mark Feuerstein), Maggie scopre a casa del
padre Michael (Ken Howard) delle vecchie lettere tenute nascoste in un
cassetto. Sono della nonna, che lei e Rose credevano morta: si mette
così in viaggio per ritrovarla. Abbiam detto che i personaggi sono
delle possibili macchiette, la situazione un luogo comune; eppure In Her Shoes
è un film adorabile. Il merito va diviso in tre. La prima parte va alla
sceneggiatura, ricavata da un romanzo di Jennifer Weiner, di Susannah
Grant (Erin Brockovich): se nel finale c'è un po' troppa
conciliazione, i 105 minuti che lo precedono badano ai protagonisti
componendoli con piccole cose, prendendo tempo ed instaurando una
riflessione esistenziale armonica, con qualche tocco ironico
(fantastica la vecchietta cinica di Francine Beers) e qualche poesia
illuminante (le lezioni di lettura del professore interpretato da
Norman Lloyd) assestata al punto giusto senza melassa o fronzoli.
Hanson è un regista che ama i generi classici, sa trattarli con
rispetto ed assoluta sobrietà (considerate l'uso spasmodico che Crowe
fa della colonna sonora, mentre Hanson sa mantenerne i confini ed
usarla con pregevole parsimonia); sa gestire ed adagiare perfettamente
le loro atmosfere ed ha raggiunto un grado di padronanza degli
interpreti davvero notevole. Questi ultimi sono eccezionali: se Cameron
Diaz deve fondamentalmente mettere il suo fisico (le sue gambe,
principalmente) al servizio di un personaggio che ci ha costruito sopra
una vita e fra un po' non potrà più farci affidamento (ed è naturale e
brava nel farlo), le prove dell'australiana Toni Collette (un'attrice
splendida e non monotematica, che dovrebbe avere maggiori fortune) e
della saggia Shirley MacLaine sono un valore aggiunto non indifferente.
Sono i personaggi e la loro convinzione a render partecipi di un film
che parla di situazioni di vita che, in varie forme, riguardano tutti:
insicurezze, rivalità, il passare degli anni, i rapporti familiari.
Guidate dai più anziani, queste due sorelle arrivano a comprendere
l'affetto che hanno accumulato in anni e che le lega nonostante tutto. In Her Shoes
non inventa nulla, ma possiede quelle caratteristiche dimesse nelle
quali si può leggere sincero amore verso il soggetto. Un semplice e
gradevole incanto. Alberto Di Felice
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Esiste ancora, nel panorama attuale, la possibilità di fare un cinema classico ed intelligente. Il film di Curtis Hanson (L.A. Confidential, Wonder Boys),
prodotto fra gli altri dai lungimiranti Ridley e Tony Scott, è
alternativo alla voga dilagante del cinema indipendente (o presunto
tale) a stelle e strisce, quello che sfrutta il surreale, fra la
ricerca musicale, divagazioni oniriche o quasi-oniriche ad occhi aperti
e new-age svolazzante, per dire qualcosa di interessante sulle nostre
vite, sulle nostre esperienze. La differenza fra Hanson e Cameron
Crowe, che nello stesso periodo (lo scorso autunno) era nelle sale col
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