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| Indian - La grande sfida |
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| Martedì 02 Maggio 2006 21:31 | |||
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Voto: **½ (su ****) Recensione di Alberto Di Felice
Indian è il resoconto filmico - non sappiamo quanto improbabile,
troppo accorato nella storia che fila bella liscia - di un fatto di
cronaca che tipicamente la persona media si trova a leggere in un
trafiletto nel giornale o a sentire tra l'ammirazione e l'incredulità
in un servizietto quasi di costume al telegiornale. Da qualche parte
lontana, un pazzo ha stabilito un record. Poi la persona media si dice
«Guarda tu che matto!» e torna alle sue cose. La storia, vera, è quella
del sessantaquattrenne neozelandese Burt Munro (Anthony Hopkins),
cultore della sua motocicletta: una americanissima Indian del 1920 che
negli anni, nella sua officina domestica, si è modificato ad arte. I
suoi metodi sono un bel po' eccentrici, ma come vedremo sono anche
dannatamente efficaci.
Da tempo immemorabile quest'uomo dai capelli
bianchi culla il sogno di infrangere ogni record di velocità su terra
col suo bolide modificato in casa: la sua mente vaga per la sterminata
distesa di sale che si trova a Bonneville, nello Utah, una pista
naturale che la sa lunga in fatto di record. Così questo vecchietto con
qualche problema di cuore si imbarca nel 1963 dal porto della "città
più meridionale dell'impero britannico", Invercargill, per Los Angeles.
Il suo piano è semplicissimo: racimolati tutti i soldi possibili
ipotecando la casa, affitterà una macchina arrivato nella città degli
angeli e con questa compirà il tragitto fino alla pista. Tornato in
patria, Roger Donaldson (Thirteen Days, La regola del sospetto) si dedica ad una storia che aveva già trattato in un suo documentario del 1971, il cui titolo (Offerings to the God of Speed)
è una scritta nell'officina del protagonista. La bonaria passione verso
il soggetto è evidente nella appropriata scelta di Hopkins, abbastanza
vecchio ed abbastanza stralunato da sembrare davvero fuori dal tempo,
tant'è che il suo viaggio negli Stati Uniti degli anni '60, che lo
meravigliano, assume caratteri favolistici. I suoi incontri - se
escludiamo quello iniziale con una venditrice di fiori che si fa pagar
troppo sfilandogli una banconota da dieci e non da uno - sono
caratterizzati da bontà diffusa e senso di disponibilità verso il
prossimo: dal travestito portiera d'albergo, alla abitante del deserto
che offre letto (in tutti i sensi) ed ospitalità, al marine in congedo
dal Vietnam, agli altri concorrenti in gara, tutti prendono sotto la
propria ala questo uomo che a prima vista non sarebbe illogico definire
un "vecchio rintronato". Una visione romantica e sognante della vita,
per la quale le distanze si superano ed i limiti si infrangono con la
passione, l'ingenuità e l'aiuto di buoni amici appena trovati. Che le
cose con tutta probabilità non siano andate esattamente così non deve
preoccuparci, perché la lezione/intrattenimento di buoni e positivi
sentimenti impartitaci da Indian riesce a farsi tenera
piuttosto che fastidiosa. Alla fine delle oltre due ore ci si sente
ispirati: magari un po' troppo, ma sempre meglio di niente. Possiamo
anche evitare di chiederci come quest'uomo, che più volte rischia
l'infarto definitivo mentre è tranquillamente seduto al bar in attesa
di una birra, possa attraversare tranquillamente i suoi rapporti
sessuali con l'accogliente abitante del deserto e, prima, con la vicina
di casa, riuscendo a non tirare le cuoia prima di tornare a Bonneville
altre nove volte. Forse, però, sarebbe giusto chiedersi come mai il
record del film arriva a 201 miglia orarie mentre quello vero,
stabilito nel 1967 ed ancora valido, era di 183. Alberto Di Felice
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Indian è il resoconto filmico - non sappiamo quanto improbabile,
troppo accorato nella storia che fila bella liscia - di un fatto di
cronaca che tipicamente la persona media si trova a leggere in un
trafiletto nel giornale o a sentire tra l'ammirazione e l'incredulità
in un servizietto quasi di costume al telegiornale. Da qualche parte
lontana, un pazzo ha stabilito un record. Poi la persona media si dice
«Guarda tu che matto!» e torna alle sue cose. La storia, vera, è quella
del sessantaquattrenne neozelandese Burt Munro (Anthony Hopkins),
cultore della sua motocicletta: una americanissima Indian del 1920 che
negli anni, nella sua officina domestica, si è modificato ad arte. I
suoi metodi sono un bel po' eccentrici, ma come vedremo sono anche
dannatamente efficaci.







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