
Tratto da un romanzo breve di Steve Martin e da lui stesso sceneggiato,
Shopgirl
è un film incantevole. Come è evidente dai dati da cui siam partiti, è
un racconto molto personale ma che Martin non tiene tutto per sé: è una
storia romantica che ha affetto allo stesso modo per entrambi i suoi
fragili e sperduti protagonisti. I tratti sono quelli di una favola ed
i suoi primi momenti fanno percepire quel calore che persisterà durante
tutta la visione: dalle luci di Los Angeles di notte, un piano sequenza
ideale ci porta fra qualche sfumata e ritocco computerizzato alla luce
del mattino, dalle autostrade alla Fifth Avenue dove si trova il grande
magazzino Saks. Entrati, saliremo piano per piano fra rossetti e
manicure fino ad arrivare al reparto guanti, al cui banco lavora
Mirabelle Butterfield (Claire Danes).
Mirabelle è una ragazza del
Vermont arrivata all'altra estremità del paese in cerca di una vita
migliore. Un giorno è in lavanderia e incontra Jeremy (Jason
Schwartzman), un ragazzo che a prima vista non fa una bella
impressione: se lei è un esempio di eleganza e candore creati con i
pochi soldi disponibili, lui è un disorganizzato (a partire dal capello
ribelle) magari anche un po' sporco. Non c'è molto che possa attrarla a
lui, e anche il fatto che abbiano in comune aspirazioni artistiche
messe da parte per affrontare la vita reale non appare determinante. Ma
escono assieme, anche se gli appuntamenti son tutto fuorché romantici e
il primo rapporto è tutto tranne che magico. Un altro giorno al suo
banco arriva un elegante signore sulla cinquantina, in cerca di un paio
di guanti per signora: li prenderebbe grigi per andare sul sicuro, ma
lei dice di preferire il nero e così cambia idea. La stessa sera,
Mirabelle trova sulla porta di casa un pacchetto con quel paio di
guanti, ed un invito a cena. Lui è Ray Porter (Martin), pezzo grosso
dell'informatica con case a Seattle, ovviamente, e Los Angeles: è
tenero ma rintanato in sé stesso. Si piacciono, ma lui non vuole un
rapporto serio, è chiaro sin da subito a riguardo.
Shopgirl è
una favola adulta, che parla di solitudine: i tre personaggi, diversi,
si trovano per un istinto naturale a ricercare affetto, si incontrano
casualmente (o forse per casualità voluta) per dargli risposta.
Mirabelle ascolta un programma alla radio che dice che non importa
come, con quanto trasporto e con quanto amore, ma una donna ha bisogno
di contatto fisico, di farsi accarezzare; Ray è sempre solo nel suo
aereo privato da pendolare della West Coast, a fissare il buio davanti
al suo drink; Jeremy è uno squinternato che tenta in tutti i modi
sbagliati di cavare un ragno dal buco. Si trovano e si intrecciano
perché seguono il loro bisogno d'amore. Questo non è un film nel quale
c'è bisogno di non sapere come finirà: è il film stesso a volerlo far
sembrare evidente sin da subito perché quello che ci chiede è capire i
personaggi senza conoscere i dettagli pregressi, e di riconoscerci in
loro. E' scritto dal punto di vista di un uomo maturo e parla
soprattutto di lui: la sua voce narrante sembra introdurre una sorta di
Amélie californiana (bellissima la camera che sale su Mirabelle che
dorme, la finestra della sua camera che diventa una stella nella
notte), e finisce per condividere con lei un abbraccio virtuale che è
una riflessione su come le persone vivono, su come credono di
controllare la propria vita. E' anche un film di un certo gusto
classico, elegante (in particolare la fotografia di Peter Suschitzky;
le musiche di Barrington Pheloung accompagnano passo per passo e
sottolineano la malinconia, forse con un pizzico di perdonabile
insistenza) e capace di bilanciare un umorismo non volgare (anche se
incarnato dall'abbastanza pazzo Schwartzman: guardatelo nella
scena/equivoco con l'avvenente Bridgette Wilson, la signora Sampras)
con l'intimità dei personaggi; eppure parla profondamente delle
insicurezze moderne, del rifugio nell'apparire e nell'avere, delle
nevrosi da sedute dallo psicologo o da dipendenza da farmaci. In un
certo senso non è lontano dallo sguardo sul presente di
Crash:
le persone sono separate da un reticolato di autostrade, di modi per
dividersi, e poi finiscono per scontrarsi, sentono disperatamente di
doversi incontrare. La prova dimessa e minimale di Steve Martin ricorda
la maturazione del suo collega ex-commediante (più ex di lui) Bill
Murray, in un altro film che ha molto in comune con questo e cioè
Lost in Translation; Claire Danes è vulnerabile e luminosa, da adorare.
Alberto Di Felice
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