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Il codice da Vinci Stampa E-mail
Sabato 20 Maggio 2006 00:55
Il codice da Vinci / LocandinaTitolo originale:      The Da Vinci Code
Nazione:      Stati Uniti
Anno:      2006
Genere:      Drammatico, Giallo, Thriller
Durata:      149'
Regia:      Ron Howard
Sceneggiatura:      Akiva Goldsman
Cast:      Tom Hanks, Audrey Tautou, Ian McKellen, Jean Reno, Paul Bettany, Alfred Molina, Jürgen Prochnow, Jean-Yves Berteloot, Etienne Chicot, Jean-Pierre Marielle, Marie-Françoise Audollent, Rita Davies, Francesco Carnelutti, Seth Gabel, Shane Zaza
Produzione:      Columbia Pictures Corporation, Imagine Entertainment
Distribuzione:      Sony Pictures Releasing Italia
Data di uscita:      19 Maggio 2006

Trama: Jacques Saunière, uno studioso curatore del museo del Louvre, viene brutalmente assassinato all'interno del museo stesso. La vittima però, proteggendosi con un sistema antifurto dal suo assassino, riesce negli ultimi momenti della sua vita a dare degli indizi sul significato della sua morte, partendo dal famoso uomo vitruviano di Leonardo e da dei segni che lui stesso ha fatto con il proprio sangue. A indagare sul misterioso accadimento viene chiamato lo studioso di segni Robert Langdon, coadiuvato dalla nipote di Saunière, la criptologa Sophie Neveu. Il mistero che si apre ai loro occhi man mano che l'indagine prosegue (dipanandosi tra Londra e Parigi) è di una potenza devastante e potrebbe minare alla base dogmi secolari intoccabili della Chiesa cattolica. Inutile dire che la loro indagine sarà ostacolata da potenti scontri di potere e organizzazioni segrete.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

Il codice da VinciIl caso cinematografico dell'anno è da leggere secondo le aspettative che gli si attaccano. Come per un altro dispendioso filmone di genere attualmente nella sale, ossia Mission: Impossible III (Il codice è costato 25 milioni in meno perché non c'è roba da far esplodere), se cercate uno spettacolo servito bello e pronto, improbabile, casinaro, piatto un po' in tutto, sarete contenti. Questo è un esempio teorico perfetto di film da non fare: prendere un romanzo che chiunque, dal dottore alla casalinga, ha letto vuol dire aver buone probabilità di deludere tutti. Chi scrive è fortunato, avendolo saltato: probabilmente, per quel che vale, nessuna situazione è più favorevole per andare a vedere Il codice da Vinci. Ancor meglio se vi siete persi tutto il circo di analisi e smantellamento del lavoro di Dan Brown, perché questo film è fatto principalmente di trama e saperla già a memoria toglierebbe decisamente interesse.
A quanto apprendiamo, infatti, il canovaccio riflette abbastanza da vicino le trame browniane, dall'omicidio al Louvre al resto. Il curatore Jacques Saunière (Jean-Pierre Marielle) corre affannato lungo i corridoi del museo, inseguito dallo zoppicante monaco albino Silas (Paul Bettany): dopo essersi fatto rivelare qualcosa, questi gli spara in pieno ventre e scappa, ma prima di crepare Saunière fa in tempo (e già qui sarebbe inutile passare a smontare gli altri aspetti del testo originale) a disseminare per tutto il museo (o almeno il corridoio interessato) indizi e simboli vari. Ad interpretarli viene chiamato il professore di simbologia (cattedra della quale Harvard è sfornita nel mondo reale) Robert Langdon (Tom Hanks), che doveva incontrarsi col deceduto. La polizia francese, nella persona dell'ispettore Fache (Jean Reno), l'ha in realtà chiamato perché convinta che l'assassino sia lui; sarebbe al fresco per il resto del film se non arrivasse Sophie Neveu (Audrey Tautou), nipote di Saunière intenzionata a scoprirne di più. Da qui parte una fuga/caccia al tesoro, il Santo Graal, che dalla Francia si sposterà in Inghilterra e poi di nuovo in Francia.
Come dicevamo, questo film si alimenta esclusivamente della propria trama: quello che facciamo è seguire un'avventura senza troppa azione tranne per i vari spostamenti—in auto, elicottero, aereo, soprattutto verso chiese—e qualche momento di lotta con i cattivi (cioè Silas). Nel mezzo dell'avventura ci viene spiegato come funziona la teoria browniana; per far questo bisogna interpretare i simboli (ovviamente, un simbolo rimanda ad un successivo e così via) e quindi stare ad ascoltare un bel po' di dialoghi. Il lavoro lo fanno in due: lo studioso di simbologia Hanks ed uno stimatissimo esperto inglese del Graal interpretato da Sir Ian McKellen; la Tautou sta a guardare e fa domande.
Di tanto in tanto qualche flashback (e se c'è flashback la fotografia di Salvatore Totino deve cambiare) scorre durante i dialoghi riassuntivi attaccando qualche pezzo slavato di storia (liberamente adattata) dei templari o di Maria Maddalena; gli stessi flashback, con la stessa fotografia, vengono usati per puntate nel passato di Langdon e Sophie, alla ricerca delle loro paure e, per la seconda, di fatti da ricostruire per svelare il mistero. Quanto al mistero in sé, nei sotterranei dell'ultima chiesa visitata, la cappella Rosslyn in Scozia, Hanks rivela alla attonita Tautou qualcosa che chi non ha letto il libro ha dato per assodato almeno a partire da un'ora e mezza più indietro.
Se si accetta questo tipo di concezione del film, ovvero un semplice susseguirsi di improbabilità illustrate didascalicamente attraversando in tutta scioltezza qualche momento ridicolo, Il codice da Vinci basta a soddisfare; infatti Howard è regista cui dal punto di vista dell'ordinaria amministrazione non si può rimproverar mai nulla, dato che sa come girare. Il suo film è una impersonale corazzata produttiva che scodella sei pedine (l'ultima è il vescovo dell'Opus Dei Alfred Molina) fra il valido ed il più che valido per farle semplicemente avanzare sulle ali delle musiche di Hans Zimmer (capita spesso, ma ogni volta non si può non lamentarsi di queste musiche preconfezionate che hanno un minutaggio solo di poco inferiore a quello dell'intera durata della pellicola): Tom Hanks si è asciugato e fatto crescere i capelli, ma mentre annuisce alle spiegazioni di McKellen (che resiste), o quando mette in fila le parole che costituiscono la scienza del suo personaggio, sembra l'ultimo arrivato fra i suoi studenti svogliati.
A guardare tanto spreco, considerando il periglio insito nell'operazione, si potrebbe concludere che di meglio non si potesse fare, chiunque vi mettesse mano. Forse è così, e allora sarebbe valsa la regola del non intervento; forse no, e allora c'è un problema. A mio avviso ricadiamo nella seconda opzione e le facce del problema sono due: Dan Brown è produttore esecutivo e Ron Howard è regista (assieme a lui bisogna includere il fidato sceneggiatore, che a filosofia fa tutt'uno, Akiva Goldsman). La prima allunga tangibilmente la furbizia commerciale tenendosi stretta a quella cartacea, la seconda la culla senza la capacità critica e rielaborativa necessaria per cavarne fuori qualcosa di autonomo e migliore. Il codice da Vinci è così una replica mediocre di quello che molti considerano essere un ben venduto romanzo mediocre. Per divertirvi di più, riguardatevi Il mistero dei templari.

Giudizio: 2


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Il codice da VinciIl rumore attorno a questo film nasce dalla ormai consolidata legge del «parliamone bene, parliamone male, basta che se ne parli»; anzi sembra che più un film sia controverso e attaccato e più il risultato sia buono. Al film confezionato da Ron «Happy Days» Howard dopotutto non si possono muovere chissà quali critiche: in fondo è fedelissimo al romanzo (fin troppo), è girato con mestiere accademico (senza nessuna licenza personale o scelte di regia particolari) e rispetta i tempi e i modi di una trasposizione da libro con la proposizione quasi pari pari dei dialoghi base. Se si voleva un film al vetriolo per proporre concetti di una validità devastante non si doveva cercarli certo nel «Codice da Vinci», libro troppo blindato nei diritti per poterlo stravolgere e approfondire nei concetti base, non si doveva prendere un regista allineato con lo star system e soprattutto un cast che non poteva andare oltre per non perdere bacino di influenza nel pubblico per film futuri.
Parlando del film in se stesso, lo spettacolo vero e proprio c'è: dopo una mezz'ora di sola preparazione quasi sonnolenta si arriva alla spiegazione (stupisce la preparazione scenografica dello studioso, Ian McKellen, che ha dalla sua delle attrezzature da autentico film studios) del codice da Vinci e del vero significato del Graal; da lì la storia si eleva di ritmo iniziando una sequela di situazioni da spy story consumata dando la possibilità a Howard di scatenarsi finalmente in quello che il cinema americano fracassone sa far meglio – inseguimenti e sparatorie. In questo abbiamo un granitico Jean Reno che fa il poliziotto ottuso (quasi paragone con la chiusura mentale della Chiesa ad accettare nuovi concetti ai suoi dogmi); Hanks e Tatou fanno gli studiosi senza lode e infamia che al momento opportuno si riscoprono personaggi d'azione; l'unico che rimane un po' fuori dalle righe è Paul Bettany nella parte di Silas, il penitente al servizio fedele delle organizzazioni paraecclesiastiche.
Il concetto del pensiero che Dan Brown ha elaborato parte da intuizioni altamente contestabili (nel periodo in cui l'«Ultima cena» è stato dipinto il mostrare con tratti femminei personaggi maschili non era certamente una novità, e la storia della «v» rovesciata è stata presa dallo scrittore vedendo altro in una delle sue gite al Louvre, e poi adattata sul quadro specifico. La storia comunque presenta delle scelte imbarazzanti, come quella della colomba che distrae il protagonista maschile, e il ritrovamento sotto la botola della genealogia.
Di momenti forzati nel film ce ne sono molti (l'autodenudamento della vittima iniziale è poco credibile, anche perché il concetto dell'uomo vitruviano era desumibile anche da vestito e il fatto che abbia aspettato in posa, rantolando, la morte sa di presa in giro), e in fondo dobbiamo vederlo per quello che è: uno spettacolo di buon intrattenimento fatto da un bravo regista, tratto da un best seller elaborato furbescamente da un autore che sfrutta la contestazione dei dogmi partendo da assunti poco scientifici e per nulla probabili. Lasciamo ad altri autori e altri attori che possano osare una iconografia meno politically correct (a parte la scena del ricordo della setta, tra l'altro fuggevole, non ci sono immagini devastanti e corrosive di grande impatto) e se lo osserviamo con l'occhio del puro intrattenimento non rimpiangeremo troppo il biglietto.

Giudizio: 2
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