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| Venerdì 30 Giugno 2006 13:17 | |||
Titolo originale: The Beautiful CountryNazione: Norvegia, Vietnam Anno: 2004 Genere: Drammatico Durata: 137' Regia: Hans Petter Moland Cast: Nick Nolte, Tim Roth, Temuera Morrison, Bai Ling, Damien Nguyen, Mai Thi Hoa, Dinh Xuan Phuc Produzione: Tomas Backström, Petter J. Borgli, Terrence Malick, Edward R. Pressman Distribuzione: Lady Film Data di uscita: 16 Giugno 2006 Trama: Un giovane vietnamita è cresciuto con la madre adottiva in un piccolo villaggio senza sapere nulla del suo passato e dei suoi genitori. Un giorno, nella città di Ho-Chi-Minh-Ville, incontra finalmente sua madre, ma lei stessa non sa rispondere con precisione alle domande che lui le pone. Del padre del ragazzo ricorda soltanto che aveva dei piedi molto grandi e che veniva dal Texas. (Yahoo) Recensione di ALBERTO DI FELICE I legami seppelliti tra genitori e figli stanno fornendo materia prima in abbondanza per il cinema: l'ultima stagione è stata segnata da tre pellicole (Broken Flowers, Non bussare alla mia porta e Transamerica) incentrate sul viaggio di padri alla ricerca dei figli mai incontrati. Beautiful Country è diverso perché fa il viaggio inverso, nel quale è il figlio a cercare il padre mai visto; un'altra differenza è che non è un road movie ma un estenuante viaggio epico, quasi uno scontro con cultura e natura. Sempre quest'anno, sulla stessa lunghezza d'onda era stato il controverso The King dell'inglese James Marsh: lì, il latino Gael García Bernal andava a Corpus Christi in Texas per incontrare William Hurt, pastore protestante con tanto di famiglia, e farsi riconoscere nella sua vita.I risultati cui giungono i due film sono totalmente diversi nonostante partano da punti vicinissimi: The King era un racconto amorale, Beautiful Country è una lotta per sopravvivenza ed identità. Binh (il debuttante Damien Nguyen) fa parte di una vera e propria casta della società vietnamita, la più bassa: quella dei meticci con padre americano, il nemico. Dalla guerra sono passati molti anni ma il risentimento anziché smussarsi si è acuito: i figli di americani sono destinati a rimanere "meno della polvere", e così sono soprannominati. Binh vive esclusivamente per svolgere le mansioni più umili, esattamente come uno schiavo; scappa verso la madre (Chau Thi Kim Xuan), che non conosce, per vedere che anche lei è praticamente una schiava presso una ricca signora. E' costretto a scappare ancora, portando con sé il fratellino appena affidatogli (Tran Dang Quoc Thinh). Deve raggiungere proprio il Texas, dove dovrebbe vivere il padre sparito da un giorno all'altro. La nave profughi sulla quale si è imbarcato viene però sequestrata dalla marina malese, e Binh e fratello sono portati in un campo; qui conoscono la bella Ling (Bai Ling), una prostituta cinese. Con Ling riescono a fuggire e ad imbarcarsi su un'altra nave verso l'America. Prodotto da Edward R. Pressman e Terrence Malick, il film diretto dal norvegese Hans Petter Moland (Aberdeen) accumula per due ore una sensazione di grande fatica sullo spettatore, guidandolo nei cambi di situazione vissuti dal protagonista: passando da una barca all'altra, da una mansione all'altra, da un luogo all'altro, ci sentiamo come se sapessimo che non è l'ultima tappa. Binh continua a far scoperte e a lasciarsi dietro azioni e persone, come se ogni suo sforzo per arrivare a destinazione fosse essenziale eppure impossibile da stabilizzare: trovata una madre deve subito abbandonarla, trovato un fratello lo vede morire durante il viaggio, innamoratosi non potrà vivere il suo amore. Al personaggio di Damien Nguyen viene dato spessore proprio attraverso questo strenuo sforzo fisico, fra melodramma e verismo, accompagnato da successive privazioni emozionali; così l'ultimo quarto d'ora, quando finalmente troverà quello per cui ha lottato tanto, è anche per noi una grande ricompensa dopo tanta sofferenza. Il padre è interpretato da Nick Nolte: ripensando ad un'altra interpretazione fornita di recente, quella in Clean, si fa veramente fatica a dar credito ai detrattori che vedono in lui un interprete granitico incapace di articolare emozioni. Il carico emotivo che è in grado di gestire nel poco tempo che ha a disposizione, lavorando trattenendosi quasi alla maniera del nuovo Bill Murray, condensa nella sua persona l'intero peso umano del film, la sua carica imperfetta di affetto e speranza. Durante il viaggio attraverso gli Stati Uniti, da New York verso il Texas, c'è un altro momento molto toccante. Binh vede un uomo con un braccio mutilato in una stazione di servizio: è come se si riconoscessero all'istante, e a Binh basta dire che viene dal Vietnam per farsi offrire un passaggio. Fra i secondari, oltre alla bella prova di Bai Ling, c'è da segnalare il capitano Oh di Tim Roth, personaggio inquietante che può contare sull'abilità del suo interprete ma ha poco spessore in rapporto alla lunghezza (eccessiva: l'unico grave errore nella sceneggiatura di Sabina Murray) della parte di pellicola che, con lui, riguarda la seconda traversata oceanica. Pensando al titolo, ben inserito nella riflessione narrativa, non si può non pensare a come il film, col suo fascino naturalistico (frutto dell'ottima fotografia di Stuart Dryburgh, Lezioni di piano), sarebbe potuto essere se diretto dal co-produttore Malick. Il risultato raggiunto da Moland è più convenzionale, ma il finale copre pienamente gli errori di percorso, gli occasionali come il più evidente. Giudizio:
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Titolo originale: The Beautiful Country
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