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Tutti gli uomini del re Stampa E-mail
Lunedì 08 Gennaio 2007 20:00
Tutti gli uomini del re / Locandina originaleTitolo originale:      All the King's Men
Nazione:      U.S.A.
Anno:      2006
Genere:      Drammatico
Durata:      125'
Regia:      Steven Zaillian
Cast:      Sean Penn, Jude Law, Kate Winslet, Patricia Clarkson, James Gandolfini, Mark Ruffalo, Anthony Hopkins, Jackie Earle Haley, Kathy Baker, Talia Balsam
Produzione:      Columbia Pictures Corporation, Phoenix Pictures
Distribuzione:      Sony Pictures Releasing Italia
Data di uscita:      22 Dicembre 2006

Trama: In Louisiana, l'idealista Willie Stark conquista il potere. Ma poi soccombe ai meccanismi della corruzione.

Recensione di EMANUELE RAUCO

Tutti gli uomini del reA volte capita di vedere dei film dei quali si fa fatica a decifrare il senso ultimo, il fine, cinematografico o di contenuto; questo avviene ancora più di frequente quando davanti ci si trova un remake, in cui il senso del tempo che è passato può porsi come ulteriore aggravante.
Queste domande vengono in mente durante e soprattutto dopo la visione di questo film, diretto da Steven Zaillian (A Civil Action e soprattutto Schindler's List come sceneggiatore) e rifacimento dell'omonimo classico del '49 per la regia di Robert Rossen: fortunatamente, nonostante qualche riserva, a quelle domande possiamo dare una risposta, e l'operazione ha un suo perchè.
Protagonista del racconto è Willie Stark, politico ambizioso e populista nella Louisiana del dopoguerra, che una volta asceso al potere deve affrontare le scorrettezze e le meschinità (anche le proprie) del sistema politico statunitense.
Scritto dallo stesso Zaillian, il film è un classico, solido film hollywoodiano —diremmo quasi vecchio stile— che parla della politica a stelle e strisce (con un ovvio occhio al presente) e che costruisce il ritratto istrionico di un personaggio che sembra pensato per un attore-mattatore.
Attraversando le varie sfumature del dramma per approdare in zona mèlo, il film è uno sguardo non sempre lucido, ma di certo efficace, sui meccanismi politici e comunicativi della più grande democrazia del mondo, sulla rete di influenze, ricatti e compromessi che pesano sulle responsabilità della classe dirigente, mettendo in luce (se non alla berlina) i risvolti sempre più pericolosi di una delle professioni più nobili della storia.
Zaillian però vuole iscriversi nella gloriosa tradizione del dramma hollywoodiano, nel solco tra l'appassionante ed il ridondante che da sempre contraddistingue il classicismo americano, così, più che alla riflessione ed alla polemica, si interessa al racconto, alla passione popolare che da storia e personaggi dovrebbe scaturire, alla messa in scena di uno spettacolo che sappia far convivere le ragioni della testa e quelle dello stomaco.
É un'operazione che può far storcere il naso, sempre sul filo della superficialità e del sovraccarico, ma che riesce in virtù di una confezione pregiata (musiche di James Horner, costumi di Marit Allen, scene di Patrizia Von Brandenstein, fotografia di Pawel Edelman), di una sceneggiatura che sa distillare ottimi dialoghi ed una costruzione che tiene, di attori che, se non gigioneggiano senza freno come Sean Penn, sanno dare peso e spessore ai personaggi (soprattutto Law, Hopkins e Clarkson): e soprattutto grazie ad una regia che, quando riesce a non farsi sconfiggere dalla foga da Oscar, trovando il tono e la sensibilità adatti, riesce a dare senso con una sola immagine, un solo fotogramma (come il viso di Law, durante i comizi retorici e populisti di Stark, o il sangue che nel finale entra nelle pieghe del simbolo americano): ed è questo, ci sembra, il senso ultimo del cinema.

Giudizio:


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