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Time Stampa E-mail
Sabato 20 Gennaio 2007 17:43
Time / LocandinaTitolo originale:      Shi gan
Nazione:      Giappone, Corea del Sud
Anno:      2006
Genere:      Drammatico
Durata:      98'
Regia:      Kim Ki-duk
Cast:      Jung-woo Ha, Hyeon-a Seong
Produzione:      Happinet Pictures, Kim Ki-Duk Film
Distribuzione:      Mikado
Data di uscita:      25 Agosto 2006

Trama: Seh-hee e Ji-woo sono felicemente innamorati da due anni, ma con il passare del tempo lei inizia ad essere ossessionata dall'idea che lui possa un giorno stancarsi di lei. I suoi timori diventano certezze quando Ji-woo non riesce più ad amarla come vorrebbe. Ansiosa e frustrata, Seh-hee sparisce senza lasciare traccia e si reca da un chirurgo plastico per sottoporsi ad un intervento che le cambi il volto. Ji-woo, affranto per la scomparsa della compagna ritorna sull'isola dove avevano trascorso insieme momenti felici. Sull'isola il ragazzo conosce See-hee, una donna misteriosa che potrebbe fargli ritrovare la felicità perduta. (Yahoo)

Recensione di ALBERTO DI FELICE

TimeI personaggi dei film di Kim Ki-duk sono sempre stati portatori per certi versi asettici di un primordiale spirito umano. Nei silenzi e nelle azioni compiute in teleologico procedere popolano tempi e luoghi e li modellano cercando di trasformarli in forza figurata. Non parlano, se non sporadicamente, le loro azioni non seguono conseguenzialità logiche al comune umano, fanno cose insensate, autolesioniste o sbagliate, subiscono o usano violenza. Da questo nasce la loro forza di astrazione, la loro capacità di tramutare gesti apparentemente privi di sostanza, compiuti con freddezza, in emotività repressa che si esprime a volte con reitarato furore ed altre con un'unione profonda di corde spirituali.
Kim Ki-duk li ha sempre piegati ad un'idea di cinema fatta di gesti usati come simboli, di ripetizioni. Con Time il coreano mantiene esclusivamente l'essenza delle sue convinzioni per trasferirle in un linguaggio solo apparentemente più convenzionale. Si può dire che, anzi, Time è l'uscita da un'impasse espressiva che si era dimostrata in tutta la sua gravità nel precedente L'arco, rimasticamento anche un po' volgarotto di stilemi e temi che si erano già esauriti in Ferro 3.
Stavolta siamo di fronte non solo a due protagonisti che parlano, ma ad una serie di dialoghi che li lascia persino sbraitare. Ji-woo (Jung-woo Ha) e Seh-hee (Ji-Yeon Park) sono una coppia di quasi trentenni in cui lui guarda ovviamente le altre («D'altra parte, sono un uomo»), lei è gelosa e fa scenate. Abbandotata l'autoreferenziale, e a questo punto solo gratuita pretesa di privare i protagonisti della parola, Ki-duk non racconta più una storia di reietti bensì una vicenda di regolari attriti di coppia borghese che si svolge in regolari luoghi di ritrovo. Il bar dove avvengono litigi e incontri, in primis. I personaggi rimangono però veicolo di poetica e mantengono un agire imperscrutabile, per quanto più attaccato alla realtà, destinato ad auto-compiersi fino ad auto-punirsi. Seh-hee, infatti, decide di rimodellare il suo volto per compiacere - ma senza avvertirlo - il compagno, convinta che lui sia stufo di vedere la stessa faccia dopo due anni.
Inizia qui un periodo di privazione, ricongiungimento e nuova auto-inflizione. Seh-hee sparisce per mesi ma continua a spiare Ji-woo; nel frattempo questi la ama ancora e la aspetta consolandosi però come può (sempre perché «D'altra parte, sono un uomo»). Conosce così See-hee (Hyeon-a Seong), che altri non è che la nuova Seh-hee. Ha ritrovato il suo amore ricercandolo nell'altra? Ha dimenticato l'altra? Seh-hee è più felice ora? E loro due assieme, sono più felici ora nell'inganno?
Time ha il merito di specificar meglio la poetica del suo autore, pur sostanziandola di temi per buona parte nuovi. Nulla di quello che la costituiva viene abbandonato, se non la pretesa di portarla avanti senza l'ausilio delle parole. Questo permette a Ki-duk di usare in maniera organica la narrazione (la sceneggiatura in questo caso è internamente molto più complessa), precedentemente frenata dalla ricerca di un ermetismo che rischiava (L'arco ne è l'estremo esempio) di farsi stucchevole. Eppure di simboli Time è pieno: fotografie, orologi, statue, mare, scritte su bigliettini, luoghi, due mani che si stringono. Servono a cadenzare i mesi, a far da congiungimento fra il tempo e le persone che cambiano al suo interno.
La pellicola ha evidenti punti di contatto con Eternal Sunshine of the Spotless Mind (ci comprenderete se rifiutiamo il titolo italiano): un amore finito, volutamente cancellato assieme al tempo trascorso, rinato per destino. Allo stesso tempo molto dell'opera di Ki-duk vi viene trasposto in termini di rimandi interni. I luoghi sono ancora una volta determinanti: qui c'è ad esempio un rimando fondamentale a La samaritana (il parco delle statue) che allo stesso tempo è un richiamo a quello che per chi scrive è il film più riuscito (con questo) del coreano, Bad Guy (il mare, topos ricorrente). Sempre de La samaritana è l'utilizzo della metropoli Seoul e della tecnologia (computer, cellulari; ora, per di più, l'artificialità della chirurgia plastica) come contrasto e quasi rigetto a favore di una fuga verso la natura, ivi compresa quella umana.
Time è un Ki-duk riveduto e corretto. Più maturo.

Giudizio:


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