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INLAND EMPIRE – L'impero della mente Stampa E-mail
Domenica 11 Febbraio 2007 15:10
INLAND EMPIRE – L'impero della mente / LocandinaTitolo originale:      INLAND EMPIRE
Nazione:      Francia, Polonia, Stati Uniti
Anno:      2006
Genere:      Drammatico, Fantastico, Giallo, Thriller
Durata:      180'
Regia:      David Lynch
Sceneggiatura:      David Lynch
Cast:      Laura Dern, Jeremy Irons, Justin Theroux, Karolina Gruszka, Jan Hench, Krzysztof Majchrzak, Grace Zabriskie, Ian Abercrombie, Karen Baird, Bellina Logan, Amanda Foreman, Peter J. Lucas, Harry Dean Stanton, Cameron Daddo, Jerry Stahl
Produzione:      Studio Canal
Distribuzione:      Bim Film
Data di uscita:      9 Febbraio 2007

Trama: Nikki, un’attrice, sta facendo un oscuro e difficile film per il regista Kingsley Stewart. Interpreta un personaggio chiamato Sue, mentre il suo co-protagonista, Devon, interpreta Billy. Nikki e Devon diventano amanti, ma sono davvero loro che vanno a letto assieme o sono piuttosto Sue e Billy?

Recensione di ALBERTO DI FELICE

INLAND EMPIRE – L'impero della menteDopo Mulholland Drive, Lynch prende ancora il nome di un luogo realmente esistente (l’Inland Empire si trova ad est di Los Angeles: la Pomona menzionata nei dialoghi è appunto lì) come titolo, addentrandosi ancora in quel mondo chiaroscuro situato nella California meridionale. È adesso cinema che parla a chiare lettere di cinema (un’attrice viene ingaggiata per un film, che per di più è un remake), ed è dunque ancor più facile astrarlo in mille rivoli come riflessione su quello stesso mondo. A maggior ragione se ora è possibile meditare sulle nuove potenzialità e la portata rivoluzionaria per il mezzo, tecnica e teorica, rappresentata dal digitale. Farlo, sebbene giusto e calzante, rischia di basare il giudizio troppo sul metatesto, di far passare in secondo piano la congruenza riposta del film, quasi non ce ne fosse bisogno. Ma INLAND EMPIRE è, se non perfettamente decodificabile in termini di significato dei suoi singoli elementi, certamente leggibile dall’interno. Se lo spettatore non ha tutti i pezzi del puzzle (li ha solo Lynch, e a quanto dice neanche lui), si presenta comunque una materia che non si nega, che può e deve tentare di decifrare. A patto di non voler librescamente ricostruire una «storia» punto per punto privandola di senso, ma assorbirne la percezione e l’essenza.
Si potrebbe esser tentati di dire, a questo proposito, che INLAND EMPIRE è il cinema, se per cinema si intende evocazione, analisi, scoperta, proiezione. È appunto per questo che il film comincia con l’immagine del fascio di luce proveniente da un proiettore: sullo schermo vedremo proiettati attori e gli attori vedranno proiettati sé stessi, in un interscambio vorticoso. Dal fascio di luce verrà svelata più in avanti anche la ragazza perduta (Karolina Gruszka) che vedremo piangere per tutto il film davanti ad un televisore. Se si è stati attenti, o anche solo se ci si è aperti allo «scioglimento», alla fine si ha chiaro il fatto che quella ragazza persa è stata salvata, è stata ritrovata; ma il percorso che ci pone di fronte al fatto è temporalmente e geometricamente sfasato, si costruisce al momento spostando nel tempo e nello spazio i suoi costituenti.
Sappiamo che c’è un film da girare, chiamato «Il buio cielo del domani» («On High in Blue Tomorrows»), che in pochi (e in origine neanche il regista interpretato da Jeremy Irons) sanno essere in realtà il rifacimento di una pellicola mai completata. Circola la voce che in «Vier Sieben», basato su una leggenda di zingari polacchi (il marito dell’attrice protagonista è polacco; sul set un attrezzista pronuncia una frase in polacco; nella versione originale la vicina di Grace Zabriskie parla con accento slavo), i realizzatori «scoprirono qualcosa dentro la storia»; entrambi gli interpreti furono assassinati. Lo stesso, qualcosa dentro la storia, inizia a succedere anche per Nikki Grace (Laura Dern): ad un certo punto durante le riprese, Nikki perde la percezione di cos’è reale e cos’è film. O forse è la protagonista del film Susan a non sapere più chi è: mentre è a letto con Billy (Justin Theroux) gli racconta di una storia che è successa ieri ma lei sa che è domani, e lo chiama Devon (l’attore che interpreta Billy, dal quale Nikki ha accettato un invito a cena che promette ben altro). Da questo momento, da una porta in un vicolo che accede al teatro di posa dove si sta girando, Nikki è risucchiata alla vista di una scritta (AXXON N.) che le fa affiorare qualcosa nella mente. Da qui in poi Nikki scompare, è assorbita da Sue, e si entra nel buio cielo di domani, fin quando (la morte di Sue fra i barboni: «Ti faccio vedere la luce: brilla luminosa per sempre. Niente più buio domani: ora sei fra le stelle, gioia») non si risvelerà in campo la camera. «È una storia che è successa ieri, ma io so che è domani».
Sue entra nel set, che prende vita nella casa del marito Smithy (Peter J. Lucas—che è anche Piotrek, il marito di Nikki). Qui trova ad aspettarla nove ragazze che la trasportano in una cittadina polacca (si è girato a Łódź): «Questa è la strada: vuoi vedere? Giù in fondo alla via». Attraverso un buco nella seta, come le hanno detto le ragazze, Sue vede una vicenda avvenuta lì nel passato (le lancette scorrono all’indietro): un uomo (Lucas) lascia la moglie che non può avere figli (Julia Ormond, di spalle); una ragazza (Gruszka) viene picchiata da un uomo geloso (Krzysztof Majchrzak). Mentre questo succede, la ragazza perduta continua a piangere davanti alla tv. Sue/Nikki sta vedendo il vecchio film, o sta vedendo quello che è successo alla ragazza? È la stessa cosa: lei e la ragazza, i personaggi nei due film sono la stessa persona.
In quelli che possono essere identificati come due, tre o finanche quattro piani spazio-temporali, le stesse facce si scambiano i nomi, mariti e mogli si scambiano i ruoli. C’è un luogo, non fisico ma in grado di plasmare la materia secondo i suoi piani («Le promesse che facciamo le onoriamo ed esigono rispetto, da noi stessi e per noi stessi. E, se necessario, s’impongono in nostra vece», ammonisce minaccioso Piotrek a Devon), che li pone in contatto facendo da ingresso segreto ai personaggi. Tre conigli (in Polonia questi sono identificati come tre uomini, quelli che danno la pistola a Smithy), che apparentemente dicono solo frasi sconnesse l’una dall’altra (ma in realtà rivelano la loro natura di operatori occulti: «Nascondo un segreto»; «Sento qualcuno»; «Non credo che manchi ancora molto»; «Era diverso da come è adesso»), aprono la porta che connette le diverse dimensioni. Uno dei conigli, maestosamente illuminato, scompare al centro di un fastoso salone; al suo posto un uomo misterioso chiede a colui che in seguito verrà identificato come Krampy, o genericamente come il Fantasma (Majchrzak): «Vorrebbe entrare? Cerca un ingresso?».
Ci sono dunque dimensioni accomunate, richiamanti l’un l’altra, che si congiungono, con una che ha il fine di pagare un debito, di liberare l’altra. Sviscerare distesi i legami fra le stesse ha un’importanza residuale: è stato stabilito un arcano che ha senso nella loro simbiosi, in un incantesimo. Il bacio fra Nikki/Sue (che poi si dissolverà: missione compiuta?) e la ragazza liberata, che finalmente può riabbracciare marito e figlio, copre con la sua intensità gli interrogativi e lo sconcerto lasciati aperti dai salti nello spazio-tempo. Basta un suggerimento, un’indicazione (9:45, dopo mezzanotte), una sensazione che raccolga anche noi nell’incastro. «Un’azione, qualunque azione, ha delle conseguenze», avverte la Zabriskie (e avverte Lynch). «Ciononostante, ci resta la magia».

Giudizio:


Recensione di EMANUELE RAUCO

INLAND EMPIRE – L'impero della menteTravolti. Una sola parola viene in mente alla fine della lunga, estenuante e caleidoscopica visione dell’ultimo film del grande David Lynch. Non si possono fare preamboli, o introduzioni come in una recensione comune, perché né Lynch, né questo suo film tutto al maiuscolo (così come si deve scrivere), tutto oltre le righe, sono comuni.
E questo forse è il suo più sperimentale – assieme ad Eraserhead – e sicuramente il meno comprensibile, il più inconscio, ma anche il più pericolosamente vicino alla maniera (oltre ad essere il film col pressbook più inutile della storia).
Un’attrice di successo è ingaggiata per un nuovo film, col divo del momento e con un regista famoso per la sua visionarietà; è un remake di un film considerato maledetto, e ben presto l’attrice si troverà dentro un mondo perverso e misterioso, che forse è il film, forse ne è un’appendice.
Scritto, ma sarebbe meglio dire creato, se non partorito, dallo stesso Lynch, è come di consueto una specie di thriller fantastico e perverso, pieno di simboli e trovate razionalmente incomprensibili, che sfocia ben presto in un «on the mind» perverso, un viaggio senza ritorno, e probabilmente senza andata, all’interno dell’oscurità deviata di quello che è l’«impero interiore» di ognuno di noi.
Usando lo stesso sfondo di Mulholland Drive (anch’esso aveva nel titolo il nome di una via), cioè il mondo del cinema e la fabbrica dei sogni (corrotti), Lynch abbandona molto presto ogni velleità narrativa, anche solo come punto di riferimento, e si abbandona senza posa né freno ai suoi deliri onirici, lungo 182 minuti fatti di immagini strazianti e seducenti, farfugliamenti stilistici e concettuali, idee gettate alla rinfusa, pervicacemente cercate, e negate con ancora più convinzione, come se stesse uccidendo, in un film solo, un’intera storia del cinema.
Forse, proprio questo è l’ultimo film di Lynch, uno snuff movie, in cui il corpo e la mente della protagonista sono sia quelli della sua attrice sia quelli dello spettatore sia, soprattutto, del cinema inteso come mezzo (o fine?) superato ed in fase di decomposizione: fase che il maestro dell’impossibile aiuta ad accelerare utilizzando in modo incredibile in un misto di dilettantesca rozzezza da principianti e monumentale capacità di messa in scena ipnotica, aiutato in questo dal montaggio, dalla fotografia immensa, dalla colonna sonora e dal missaggio del sonoro.
In tutto questo delirio, magnifico ed insopportabile, in cui anche le metafore e le sensazioni dei film precedenti sono ostinatamente lasciate alle capacità subconscie dello spettatore, il dubbio s’insinua anche tra coloro che, come noi, l’hanno sempre amato: ma Lynch c’è o ci fa? Perché per realizzare un film senza alcun percorso, non si chiede logico, ma perlomeno emotivo o ideale, astratto quanto si vuole ma legato all’umanità di chi lo crea, bisogna aver studiato a fondo, occorre una consapevolezza tale da sfiorare la consapevole maniera, se non proprio la beffa nei confronti dello spettatore.
Sempre costantemente vagante tra avanguardia pura e la sua parodia, tra ghignante lucidità ed assorto prendersi sul serio, il film è molto bello, se si pensa che valga la pena farsene stravolgere, avendo chiaro che l’unica destinazione possibile del lungo viaggio sarà il nulla. Laura Dern ne è a tal punto cosciente da diventarne produttrice e darsi anima e corpo; ed il film, nel suo negarsi irrefrenabile alla comprensione, è forse il più coerente di Lynch nell’utilizzo dell’impianto onirico, che diventa esso stesso film e sogno. Merito comunque di un autore capace di inchiodare il pubblico allo schermo anche mentre lo ripugna e ne chiede il dissenso.

Giudizio:
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