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La voltapagine Stampa E-mail
Domenica 11 Febbraio 2007 16:41
La voltapagine / LocandinaTitolo originale:      La tourneuse de pages
Nazione:      Francia
Anno:      2006
Genere:      Drammatico, Musicale, Thriller
Durata:      85'
Regia:      Denis Dercourt
Sceneggiatura:       Denis Dercourt, Jacques Sotty
Cast:      Catherine Frot, Déborah François, Pascal Greggory, Clotilde Mollet, Xavier De Guillebon, Christine Citti, Jacques Bonnaffé, Antoine Martynciow, Julie Richalet, Martine Chevallier, André Marcon, Arièle Butaux, Michèle Ernou, Danièle Douet, Marc Reed
Produzione:      Diaphana Films
Distribuzione:      Mikado
Data di uscita:      9 Febbraio 2007

Trama: Da piccola, Mélanie fallisce un provino di piano perché distratta dall'ingresso in sala di una fan che chiedeva l'autografo ad una commissaria, la famosa pianista Ariane Fouchècourt. Anni dopo, cresciuta, Mélanie si fa accettare come stagista nello studio d'avvocato del marito della donna, e presto diventa babysitter del figlio; in seguito, quando Ariane nota che Mélanie sa leggere la musica, le propone di diventare la sua voltapagine per un importante concerto in radio. Ma cos'ha in mente la ragazza?

Recensione di EMANUELE RAUCO

La voltapagineA volte i luoghi comuni non sono sintomi d'ignoranza e superficialità, o di spicciolo razzismo, ma segno di un modo ironico di analizzare le cose: così quando parliamo di un film francese, à la francese, pensiamo ad un film psicologico, rarefatto, dalle ambizioni artistiche e dall'ironia sorniona. Così, quando capita di vedere il nuovo film di Denis Dercourt, La voltapagine (anche se è migliore la versione originale, La tourneuse de pages), non si può non pensare di avere ragione, assistendo ad un film psicologico, rarefatto, ironico ed artistico, e tutto sommato riuscito.
Ariane è una celebre concertista di pianoforte che non sempre sul palco mostra la necessaria freddezza; trova un appoggio importante in Mélanie, assistente in ufficio del marito, appassionata di musica, che diventa la sua voltapagine (colei che gira lo spartito durante l'esecuzione), tanto necessario da cominciare un ambiguo rapporto cerebrale.
La trama, scritta e dialogata dallo stesso Dercourt, in effetti, è di quelle da far tremare i polsi, tanto sembra pretenziosa e finto-intellettuale, da tipico snobismo parigino; invece il risultato è quello di un discreto thriller mentale, calibrato e sinuoso nell'andamento, quanto conturbante nella costruzione delle dinamiche dei personaggi.
Partendo da un presupposto di questi tempi persino abusato (la vendetta, dai connotati femminili, cara a Truffaut, Tarantino e Park), Dercourt riesce a tralasciare e mettere in secondo piano il lato cruento e sensazionalistico della materia per affrontare invece il delicato ed affascinante percorso emotivo e sensuale che lega due donne, diverse in tutto, specialmente nel ceto e nella posizione sociale; cosicché il film diventa una sorta di scandaglio – dai lievi sottintesi politici – sul significato di lavoro, schiavitù e soprattutto dipendenza.
Come in una versione di sottile perversione de Il servo di scena di Ronald Harwood, il film intesse tutto il suo gioco deduttivo sul rapporto sempre più forte, pericoloso ed instabile tra la donna dominatrice, quella sicura e di successo (la padrona), e la donna dominata, remissiva e fallita, la schiava dal cervello fin troppo fino che saprà diventare, tra minaccia ed attrazione, l'essenza stessa del successo dell'altra, come una dipendenza da chi, con la sua inferiore presenza, ratifica la posizione dominante.
Filosofia, erotismo saffico e qualche vena noir in un film che, nonostante i molti prestiti (da Chabrol a Haneke) e qualche forzatura di copione, riesce a convincere e suggestionare, sa incollare alla poltrona, grazie ad una regia che interpreta a pieno il senso dello script giocando abilmente con la musica e rendendola la chiave di lettura del film, come nella bella sequenza d'apertura o in quella bellissima della scomparsa di Mélanie. Plauso quindi all'opera di Jérome Lemonnier, compositore ed arrangiatore del film.
Ma il plauso più grande va alle vere artefici del film, le due protagoniste, il cuore pulsante e timoroso della pellicola: se i seguaci del cinema d'oltralpe non si stupiranno della bravura e del fascino di Catherine Frot (La cena dei cretini e Aria di famiglia), attrice intima dal curioso viso rotondo e dall'inusuale talento, nessuno avrebbe potuto immaginare che una semi-esordiente come Deborah François (L'enfant) sarebbe riuscita a tenerle testa, con un'inquietante espressione angelica capace di diventare maligna in un attimo. Se la pellicola fa fino in fondo il suo dovere, è gran parte merito loro.

Giudizio: 2.5


Altri giudizi della redazione:

Alberto Di Felice: 2
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