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Un amore su misura Stampa E-mail
Mercoledì 14 Febbraio 2007 13:34
Voto: *½ (su ****)  Recensione di Emanuele Rauco
Un amore su misuraErano davvero tanti gli anni trascorsi dall’ultima fatica cinematografica di Renato Pozzetto, che nel frattempo ha deciso di consolarsi con teatro e tv; questo ritorno, nel segno del cambiamento, è annunciato da una dichiarazione che lascia ben presagire: «La metà dei miei film passati potevo risparmiarmela».
Peccato che il film non sia del tutto all’altezza delle aspettative, ma almeno costituisce un tentativo coraggioso di fare un cinema il più possibile altro.
Corrado è un uomo qualunque, lasciato dalla moglie, che si vede recapitare una donna perfetta, costruita per lui da una ditta asiatica che lo ha studiato per sei mesi: va da sé che non tutto è oro ciò che luccica.
Scritto da Pozzetto assieme a José María Sánchez, ispirandosi al romanzo "Yono-cho" di Vittorino Andreoli (anche co-sceneggiatore), il film vorrebbe essere un curioso mix tra commedia sentimentale, fantasy e humour nero, cercando di scavare tra le pieghe di alcuni problemi della nostra società; purtroppo le magagne non tardano a venire alla luce.

Presentato alla Festa del Cinema di Roma nell’ambito delle Serate Italiane, Un amore su misura è un inno all’imperfezione, una riflessione sull’ossessione occidentale per l’apparire e lo status symbol tanto invadente da rendere possibile l’esistenza di un’industria che regola roboticamente le relazioni amorose, come se non avessimo voglia e tempo di confrontarci con i contrattempi e la volubilità umani.
Il problema è che la realizzazione — ed in parte la sceneggiatura — non è affatto all’altezza: l’inizio e la fine sono imbarazzanti, tra il patetico ed il ridicolo e scontano la totale mancanza di sensibilità registica di Pozzetto, che dopo un interessante incipit (lui cammina sotto la pioggia con un enorme pacco regalo) si perde in scene e situazioni davvero brutte, figlie di un immaginario visivo da Drive In (la trasmissione tv) che nulla hanno a che fare con le atmosfere che si vorrebbero suggerire. Il finale poi, con l’inutile svolta “nera” lascia il tempo che trova e non chiude alcun discorso.
Nel mezzo, un lungo tentativo — ora riuscito ora meno — reso poco concreto, che cerca la risata senza forzare, l’empatia sentimentale senza commuovere, l’intreccio sociologico senza affondare, e che se non delude, non interessa granché (e non si capisce perché il sesso anale dovrebbe essere buffo e divertente).
Lo stesso Pozzetto, al di là delle intenzioni, non sembra crederci troppo, come regista e soprattutto come attore, non riuscendo mai ad andare oltre i suoi consunti registri; non male invece — nei limiti del personaggio — Camilla Sjoberg (Elettra, la donna perfetta) e molto divertenti i duetti dei due ristoratori gay, Cochi Ponzoni e Renato Scarpa. Dispiace soprattutto per Pozzetto, che è una persona ed un artista meritevole, e che stavolta, pur riconoscendogli il coraggio, non accontenterà né pubblico né critica.

Emanuele Rauco
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