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| Lettere da Iwo Jima |
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| Domenica 18 Febbraio 2007 13:54 | |||
Titolo originale: Letters from Iwo JimaNazione: U.S.A. Anno: 2006 Genere: Drammatico, Guerra Durata: 140' Regia: Clint Eastwood Sito ufficiale: www.iwojimathemovie.warnerbros.com Cast: Ken Watanabe, Kazunari Ninomiya, Shido Nakamura, Tsuyoshi Ihara, Ryo Kase, Yuki Matsuzaki, Hiroshi Watanabe, Takumi Bando Produzione: Amblin Entertainment, DreamWorks SKG, Malpaso Productions, Warner Bros. Pictures Distribuzione: Warner Bros. Data di uscita: 16 Febbraio 2007 Trama: Durante la seconda guerra mondiale sulla piccola isola di Iwo Hima, tra la spiaggia di sabbia nera e le cave di zolfo, si consuma lo scontro tra i soldati americani e quelli giapponesi. Questi ultimi, mandati allo sbaraglio, sono consapevoli di non tornare più a casa. Tra loro Saigo, un ex fornaio, desidera sopravvivere per tornare a casa e vedere la sua ultima nata. Baron Nishi, campione olimpico di equitazione, è famoso in tutto il mondo per la sua abilità. Shimuzu, un allievo poliziotto, idealista e fiducioso, è destinato a scontrarsi con la dura e crudele realtà della guerra. Il tenente Ito, credendo profondamente nella sua missione di soldato, preferisce uccidersi piuttosto che cadere nelle mani dell'esercito americano. L'esercito e la difesa sono affidati al generale Tadamichi Kuribayashi, uomo di grande cultura, ha studiato in Canada e, essendo stato a lungo anche negli Stati Uniti, sa perfettamente di combattere una guerra senza speranza ma, profondo conoscitore delle strategie militari, ha l'obiettivo di uccidere almeno dieci americani. Incredibilmente, giapponesi e americani si scontrano e combattono per 40 giorni, al termine dei quali 20.000 soldati giapponesi rimangono sul campo, ma dopo aver ucciso 7.000 soldati americani. Di loro, però, non restano solo i cadaveri e il sangue che ha bagnato le rocce, ma anche le lettere mandate a casa, piene di paura ma anche di coraggio ed eroismo. (Yahoo) Recensione di EMANUELE RAUCO Vedendo un film, cercando di trarne il succo, soprattutto se bisogna valutarlo, sarebbe il caso di prescindere dall’amore e dalla stima per il suo autore, ma nel caso di Clint Eastwood è praticamente impossibile, trattandosi – per chi scrive – del maggiore regista vivente.Così, dopo il sottovalutato e magnifico Flags of Our Fathers, esce la seconda parte del dittico sulla battaglia chiave del confronto nippo-americano, quella vista dalla parte dei giapponesi. Ed è nuovamente un capolavoro. La vita e la preparazione dell’esercito giapponese di stanza sulla collina di Suribachi, in attesa dell’attacco americano, mentre i generali, guidati dall’aristocratico Generale Kuribayashi, tentano di preparare le contromosse: presto si accorgeranno della tragica realtà. Scritto da Iris Yamashita con l’aiuto di Paul Haggis, i quali hanno adattato un romanzo di Tadamichi Kuribayashi, uno splendido ritratto bellico, di un popolo e di una nazione, di una cultura e di un conflitto, che è uno dei più alti saggi dell’umanesimo eastwoodiano, ma anche un esempio di come quel cinema banalmente definito classico, sia il più alto risultato della consapevolezza moderna. Strutturato esattamente come la battaglia raccontata, dalla preparazione alla riflessione, dalla lotta alla demolizione delle certezze interne, il film parte in parallelo col suo predecessore americano – riproponendone anche scene ribaltate di segno (geniale il campo lunghissimo della bandiera, centro dell’intero film precedente) – per poi allontanarsene e prendere una strada tutta propria: se quello era un pamphlet politico su come gli USA usano la guerra e la sua mistica, questo è un viaggio all’interno di quella mistica, in cui Eastwood è perfetto nell’entrarvi dentro, nel tracciarne le caratteristiche principali, nel far diventare il film non solo un omaggio all’umanità del “nemico”, ma soprattutto una riflessione su cosa quel nemico rappresenta(va), su come viveva. Con un’operazione teorico-narrativa formidabile, Eastwood non fa un film di guerra, bensì sulla guerra, raccontando cosa rappresenta per il popolo giapponese, andando al fondo di tutte le caratteristiche e le contraddizioni di una nazione, ponendo l’accento di nuovo sulla retorica, evidenziandone il sostanziale e tragico fallimento di fronte alla realtà dei fatti, delle bombe, dei soldati che bruciano gli esseri viventi; e giustamente non cerca il pathos, non vuole accattivarsi il pubblico, non vuole lo spettacolo della morte, ma – con una severità stilistica quasi eroica – fa un passo indietro, guarda allo scempio della civiltà con rigore e compassione, chiedendo allo spettatore di non emozionarsi soltanto con la pancia e con gli occhi, ma soprattutto con il cuore e la testa. Così facendo riesce a raggiungere vette di intensità, emozione e sincerità anche politica che lasciano senza fiato, alternando, nella splendida sceneggiatura, coralità ed intimismo, riflessioni complesse e sorprendenti sulla comunicazione e personaggi piccoli e toccanti, che sembrano usciti da La grande illusione di Jean Renoir (il campione olimpico di equitazione ed il suo cavallo), fondendo il tutto in una straziante dichiarazione di fiducia nell’uomo che sfocia in un finale memorabile dove l’incontro col temuto nemico e la demolizione della mistica - tutta giapponese – del suicidio raggiungono l’apice del film (come l’ufficiale che non riesce a farsi schiacciare da un cingolato con addosso due mine, o l’ascolto, da brividi, della canzone dei bambini). L’incredibile ultrasettantenne riesce ancora una volta a colpire il bersaglio principale, senza dimenticarsi mai la violenza e l’orrore del conflitto, anzi immergendo i suoi personaggi in un inferno terreno e mortale che ha come luogo principale un cimitero, ma lo fa aprendo varchi di speranza e luce, proprio dove il dolore è più grande e travolgente. Il tutto in una messa in scena di schiacciante talento, che riesce ad allontanare le ombre del produttore Steven Spielberg grazie alla forza intima, la ricchezza umana e narrativa, una confezione di gran pregio (stupende la fotografia di Tom Stern e la musica di Kyle Eastwood e Michael Stevens) ed un cast vario, eterogeneo e pressoché perfetto, in cui spicca l’ormai grande Ken Watanabe. In attesa di un nuovo Oscar, e di un'altra lezione di cinema. Giudizio: Recensione di ALBERTO DI FELICE L'opera doppia di Clint Eastwood, parafrasando quanto scrivevo di Flags of Our Fathers, è talmente severa da rischiare di essere misconosciuta. Pensando agli ultimi film di Eastwood, per cominciare, né Flags né Letters raggiungono in superficie il livello di scuotimento emotivo di Mystic River o Million Dollar Baby. Quando si ha a che fare con i film di guerra, per di più, lo spettro della retorica (nei vari sensi: quella "buona" del "la guerra è brutta" e quella "cattiva" del "la patria chiama gli eroi alla morte sotto le armi") predispone ad un atteggiamento critico difficile da maneggiare. Di fatti, compreso me, in molti all'uscita si sono soffermati sugli apparenti schematismi formali (specie i flashback) e sulla apparente mancanza di pathos, e hanno liquidato la sostanza del film come risaputa.È affermazione piuttosto comune che il cinema classico di Eastwood rifiuta naturalmente la spettacolarizzazione delle emozioni. Io preciserei dicendo che in Eastwood l'emotività è ricercata e costruita come perno essenziale di lettura, in cui la mediazione dello spettatore viene chiamata in causa tramite l'asciuttezza della scrittura prima e soprattutto della messa in scena poi. Eastwood non ha mai cercato di "allontanare" lo spettatore nel senso di non farlo "commuovere". Tuttavia, nel dittico su Iwo Jima la commozione, come hanno lamentato in molti, sembra far fatica ad arrivare. La realtà è tutt'altra: Eastwood ha realizzato qualcosa senza precedenti. Flags e Letters funzionano come opere separate, ma è difficile avere un'idea completa dei livelli sui quali lavorano, e ancor di più della vera commozione che riescono a suscitare attraverso la visione complessiva che ne discende, se non li si considera assieme. Eastwood ragiona sul modo di raccontare la Storia, e ne rivela così le fessure e gli strappi con due pellicole speculari nelle quali soldati/uomini comuni («Non sono un soldato, sono solo un fornaio») sono risucchiati ed irreggimentati dall'architettura della nazione e della sua difesa nell'atto finale della guerra. Crucialmente, Eastwood ribalta la retorica nazionalista del film di guerra già con la struttura di Flags, per completarne la disfatta in Letters. Del campo americano viene mostrata la costruzione retrostante e parallela, estranea alla battaglia sul campo, risalendo attraverso i flashback a partire da una foto, sguardo virtuale del pubblico sulla ritrovata sicurezza nei propri ideali racchiusi nella bandiera, verso gli sguardi dei soldati che mentre salgono il podio rivivono le vere immagini che ne sono il prezzo. Di converso, il campo giapponese viene mostrato, da un punto di vista narrativo, nella sua sostanza lineare, solo interrotta dai tre fondamentali flashback del generale Kuribayashi (Ken Watanabe), del soldato-fornaio Saigo (Kazunari Ninomiya) e dell'ex-kempeitai Shimizu (Ryo Kase). Eastwood sceglie il campo avversario per immergerci d'un fiato nella battaglia, e per raccontarci le vite attuali, e precedenti, di coloro che la combattono. In Flags i caratteri sono costruiti per sottrazione. La nostra capacità di conoscerli intimamente è come bloccata dalla necessità del film di andare a ritroso non nelle loro vite, ma per mostrarli come mezzi di un meccanismo mediatico-ideologico che le cela dietro l'utile retorica della bandiera. In Letters i flashback partono invece dal campo di battaglia, e risalgono in maniera contraria proprio alle vite normali dei soldati giapponesi. In entrambi i casi ci si muove comunque da dei simboli il cui significato va riportato alla luce, perché coperti dall'ombra (la foto in cui i volti sono indistinguibili) o perché sepolti (le lettere). Eastwood li oppone alla verità ufficiale (una seconda foto, i nomi fabbricati dei soldati ritratti, le lettere censurate prima di arrivare alle famiglie —tranne quelle salvate e sepolte da Saigo) per demolire la carica fittizia di significato che è loro imposta. Ma essendo impossibile alla tempra del grande cineasta abbracciare ciecamente una delle due retoriche di cui parlavo in apertura, Eastwood fa ciò attraverso una dialettica che non infligge una lezione, che non nega radicalmente e apertamente l'importanza dei "valori" per cui si combatteva, bensì decide di guardarla negli occhi per vederla in chiaroscuro e ricercarne l'universalità. Non solo perché la lettera di un soldato dell'Oklahoma, Sam (Luke Eberl), è quella essenziale, posta nella sua assoluta semplicità (e non-commozione) come contrappunto a quelle dei soldati giapponesi. Ma perché il suo dittico è un aperto tributo agli eroi e bravi soldati di entrambi gli schieramenti al servizio di quei valori, veri come la famiglia cui tutti aspiriamo ed assieme falsi e corruttibili, e alla nostra necessità odierna di ricostruirli alla luce di quelle vite. Non per celebrarle ma, come dicevo già per Flags, per ricordarci oggi dell'importanza del nostro animo civile. Straordinaria opera magna di un intrepido conservatore. Giudizio:
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Titolo originale: Letters from Iwo Jima
Vedendo un film, cercando di trarne il succo, soprattutto se bisogna valutarlo, sarebbe il caso di prescindere dall’amore e dalla stima per il suo autore, ma nel caso di Clint Eastwood è praticamente impossibile, trattandosi – per chi scrive – del maggiore regista vivente.
L'opera doppia di Clint Eastwood, parafrasando quanto scrivevo di 







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