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| Sabato 06 Gennaio 2007 13:44 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Colui che un tempo era il paladino di libertà William Wallace sembra ormai totalmente uscito di senno. «Invasato» è il termine appropriato. Il suo ultimo sforzo da regista è sconcertante, o forse solo volgarmente inutile. L'opera inizia con una didascalia (parole dello storico e filosofo americano Will Durant) che ne determina il nucleo concettuale: «Una grande civiltà viene conquistata dall'esterno solo quando si è distrutta dall'interno». Quello che dovrebbe attenderci è dunque la messa in scena del decadimento intestino della civiltà Maya. L'idea che Gibson ha di questo decadimento ha come braccio realizzativo lo stesso apparato che era dietro a La passione di Cristo: se lì dovevamo sperimentare sulla nostra pelle (in aramaico e latino con sottotitoli) quanto sangue abbia versato Nostro Signore nelle sue ultime ore, qui dobbiamo vedere (in maya yucateco con sottotitoli) il sangue che i Maya violenti e corrotti hanno versato per capire conseguentemente che dovevano cadere. Se però nell'illustrare come Cristo è stato suppliziato il metodo può esser discutibile ma può avere anche un senso, qui il tutto è solo gratuito. A dimostrarlo c'è un film pompato di pubblicità e testosterone che non sa cosa vuol dire.Nel prologo, ad esempio, viene subito collegata la non secondaria tematica ambientalista. La saggezza di un vecchio, una specie di Al Gore filosofo, ammonisce sullo sfruttamento delle risorse della terra: Gibson ci dice che se l'uomo si prende e sfrutta tutto, non c'è speranza. Attualissimo atto d'accusa, ma andrebbe sostanziato in relazione alla materia in oggetto: come i Maya avrebbero preso e sfruttato tutto? Civiltà altamente sviluppata (che vediamo poco) rovinata dalla sua violenza su uomini (che vediamo tanto) e natura? È pertinente o fa solo scena l'arrivo alla città con i suoi mercanti di schiavi e sacrifici collettivi? Non è questione di poco conto perché Gibson, dopo che per tutto il film si è dimenticato di affrontarlo per fare un pacchianamente truculento filmetto d'avventura/azione, torna bellamente al tema nel finale. Qui, il protagonista Zampa di Giaguaro (Rudy Youngblood) è miracolosamente uscito vivo da una caccia all'uomo senza tregua nella foresta, inseguito dagli Holcane venuti a distruggere il suo villaggio da una vicina città Maya; ritrovati moglie, figlioletto e neonato, li riporta nella foresta perché è lì, nella terra dei suoi antenati, che è possibile un nuovo inizio. Allo stesso tempo c'è l'avvento delle barche dei conquistadores spagnoli sulle coste della penisola messicana dello Yucatán. Il concetto è semplice, ed è qui già stato illustrato: se non vogliamo cadere anche noi (Americani?) dobbiamo tornare alla foresta. Forse Gibson non si è accorto che però il tutto può esser letto anche diversamente, specialmente se si piazza un frate con tanto di croce sulla barchetta degli Spagnoli, come a dire: in fondo i castigliani e Santa Romana Chiesa non han fatto nulla che non avessero già fatto gli indigeni da soli. Se lo meritavano, in pratica. C'è in più un misticheggiante «Non aver paura» che accompagna sempre il protagonista. Ma, ancora, per dir cosa? Tenuto conto del Gibson credente, per dirci che bisogna «aver fede», intuibilmente. Zampa di Giaguaro è protetto dalla divinità (o è la divinità?): è forse un caso che un'eclissi intervenga a salvarlo sul patibolo? La passione non è finita, insomma. E stavolta a soffire (il Gibson credente deve evidentemente ritenere che la sofferenza corporale sia esperienza necessaria di fede) non è solo Cristo: sono in decine. Soffrono sgozzati, trafitti da lance e frecce, gli viene cavato il cuore, vengono decapitati. Non c'è una volta che Gibson distolga lo sguardo per risparmiarci qualcosa: nell'apoteosi del sensazionalismo senza alcun senso espressivo, c'è anche la soggettiva di una testa mozzata che comincia a rotolare. Apocalypto è un film vuoto ed altamente immorale: per convincerci della necessità della violenza, come fosse ricostruzione accurata della realtà storica e non possa dunque essere mediata, usa persino l'espediente di venderci una lingua «moderna», parlata attualmente da circa un milione di persone, come quella di secoli fa. Ma non parla dei Maya né esprime un concetto: vuole solo ingannarvi. Giudizio: ![]()
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Colui che un tempo era il paladino di libertà William Wallace sembra ormai totalmente uscito di senno. «Invasato» è il termine appropriato. Il suo ultimo sforzo da regista è sconcertante, o forse solo volgarmente inutile. L'opera inizia con una didascalia (parole dello storico e filosofo americano Will Durant) che ne determina il nucleo concettuale: «Una grande civiltà viene conquistata dall'esterno solo quando si è distrutta dall'interno». Quello che dovrebbe attenderci è dunque la messa in scena del decadimento intestino della civiltà Maya. L'idea che Gibson ha di questo decadimento ha come braccio realizzativo lo stesso apparato che era dietro a La passione di Cristo: se lì dovevamo sperimentare sulla nostra pelle (in aramaico e latino con sottotitoli) quanto sangue abbia versato Nostro Signore nelle sue ultime ore, qui dobbiamo vedere (in maya yucateco con sottotitoli) il sangue che i Maya violenti e corrotti hanno versato per capire conseguentemente che dovevano cadere. Se però nell'illustrare come Cristo è stato suppliziato il metodo può esser discutibile ma può avere anche un senso, qui il tutto è solo gratuito. A dimostrarlo c'è un film pompato di pubblicità e testosterone che non sa cosa vuol dire.









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