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Saturno contro Stampa E-mail
Domenica 25 Febbraio 2007 14:23
Voto: ** (su ****)  Recensione di Emanuele Rauco
Saturno controEra davvero molto atteso Ferzan Ozpetek, dopo il mezzo passo falso del film precedente, Cuore sacro, atteso soprattutto per sapere come avrebbe cercato di ritirarsi in piedi dopo lo scivolone narrativo e di consenso (nonché di botteghino) che era stato quello stanco e misticheggiante sguardo al di fuori da sé.
E come avrebbe potuto essere altrimenti, per un regista che fa del suo mondo, il nucleo della sua ispirazione, se non proprio dei suoi film? Difatti, torna a guardare dentro di sé ed il suo cosmo, raccontando ancora una storia di eterogenei amici  che si confrontano però con loro stessi.
Tutto ruota attorno a Lorenzo, un imprenditore immobiliare più o meno realizzato, la cui passione principale è organizzare cene e feste con i suoi amici più cari, gruppo variopinto e dai vari problemi; ma la sua improvvisa e sconcertante morte deve rimettere in gioco ogni equilibrio.
Scritto da Ozpetek col fidato amico e produttore Gianni Romoli (come sempre in coppia con Tilde Corsi), è una commedia drammatica, leggera e funebre, giustamente spezzata in due parti, che racconta l’amicizia e la forza dei suoi legami messi in contrapposizione con le fragilità e le difficoltà della famiglia comunemente intesa, e soprattutto provando ad indagare nei puntelli psicologici all’amicizia connessi.

Centrato sulla figura di un uomo, gay, realizzato e carismatico, che non può fare a meno di catalizzare attorno a se l’affetto delle persone che ama (persino quello del suo ex rivale in amore), il film sembra una sorta di Il grande freddo senza passato, non un bilancio generazionale, ma esistenziale, di una comunità, ideale forse ma non troppo, che deve fare i conti con l’assenza improvvisa del leader, e risolvere in maniera più concreta e sincera possibile i problemi personali, che rischiano di non avere più uno sbocco esterno.
In fondo, al di là dei temi più evidenti, ed in parte superficiali, come l’amicizia, l’amore, le dipendenze e l’ipocrisia delle famiglie, il fondo del film è la responsabilità, fare i conti, con sé stessi, gli altri ed il destino, avere il coraggio di non cercare le scappatoie facili (la droga per Roberta, l’isolamento per Davide), ma di guardare il dolore in faccia, senza averne paura, cercando di crescere attraverso i conflitti o la rabbia, sempre e solo in nome di una solidarietà da ritrovare.
Ozpetek però fa male i propri conti, e così come chiede ai personaggi – interessanti, ma troppo amati – di non isolarsi, di aprirsi al mondo, in realtà li apre solo al proprio mondo, quello già vissuto e conosciuto, senza esporsi troppo; e così sembra fare lui, come se per ripararsi dai duri colpi del mondo (del cinema, o meglio della critica) abbia bisogno di una maniera, di stereotipi, di clichès riproposti per convalidare le sue verità.
Non c’è nulla di terribile, per carità, anche perché Ozpetek riesce in parte a ricostruire atmosfere e sensazioni che sente sue, ma non riesce a dargli forza, spessore, aria, vitalità, nonostante il discreto ritmo della prima parte: il film si sfilaccia, perde il centro e gira qua e là a vuoto, faticando a trovare efficacia o leggerezza. Lo salva, in maniera determinante, la bravura degli attori, dalle sorprese Argentero e Angiolini alle conferme Fantastichini, Favino e Yilmaz, diretti con abilità; ed anche un finale toccante e non troppo conciliante (“Per sempre non esiste”), che riesce a dare un senso ad un film che rischiava di non averne.

Emanuele Rauco
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