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| Sabato 21 Aprile 2007 12:50 | |||
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Voto: **½ (su ****) Recensione di Pietro Signorelli
Dal libro di Antonia Arslan. Gli Armeni che anticipano la tragedia Ebrea, persone piene di cultura e intelligenti che costruiscono ricchezze in seno a uno Stato che li accoglie con un occhio di cupidigia verso questo florido benessere, pronto a carpire ogni loro bene invidioso e timoroso di tanta prospera capacità. La masseria del titolo è la casa di campagna, una sorta di Last Hope privata in cui loro non devono vivere a contatto con una popolazione che nemica non è, per il momento, ma che di fatto non ha di buon occhio la loro presenza. Nella campagna ci si sente liberi, tranquilli, e difatti diviene una sorta di (inutile) eremo per cercare di uscire dagli orrori della persecuzione.Ma anche quando ci si autocostringe nella riserva la cosa sembra non bastare, in quanto la furia cieca dell'odio e della violenza non ha confini, e non si deve fare come il bambino perchè è inutile nascondersi ma bisogna combattere. Questo sembrano dire i Taviani in un opera che racconta la storia di una famiglia e piena di simbologie, iniziando il film con una citazione strepitosa da Quarto potere con il chicco d'uva che cade (citazione poi ripresa con una mela in una forma diversa per simboleggiare che si lascia la tentazione di trovare un paradiso per conservazione la dignità). Rendendo in immagini il loro stesso scibile filmico passato, i due fratelli registi iconizzano la sofferenza nella croce che viene utilizzata per le torture sulle donne e nella presa delle cose più care. Non a caso infatti all'aspirante pugile che cerca l'America (immagine del sogno) viene tagliato il braccio, al dottore che salva le vite impedito di metterne al mondo altre, alle donne i loro uomini costretti fisicamente ad abbandonarle mentre i Turchi approfittano di esse. Un lavoro sentito e composito, che prosegue man mano introducendo nuove situazioni e scenari rispetto alla fase di inizio, coinvolgendo i parenti italiani. La cosidetta fase dell'uva (prosperità iniziale degli acini maturi nella prima inquadratura, poi speranza grazie al gioiello che ritrae i frutti della vendemmia) vive fasi alterne di acidità e speranza, metro e bilancia della disperazione e della voglia di ribellarsi a un destino segnato. La scena clou del pathos tiene a morte e battesimo un bimbo, stritolato disperatamente, atto a mostrarci quanto un popolo sta soffrendo nella morsa di due belligeranti. Belle scene sicuramente, adeguata musica ad accompagnarle, e a maggior pregio non ci si cura di non mostrare il sangue (che vediamo dalla prima scena e per tutto il film con continui rimandi ai colori dei vestiti). Il film però, nonostante tutti questi pregi, un difetto di base l'ha, cioè la mancanza di un cast all'altezza dell'impegno della storia e di alcune colpevoli cadute nel romanzo tv in alcune situazioni che estraniano. La presenza di Preziosi non è certo una punta di diamante e rimane ancorata al Conte Ristori di Elisa di Rivombrosa, senza nessun sussulto di maggiore autentica drammaticità, mentre Paz Vega, nota per aver lavorato con Almodovar in Parla con lei ma sopratutto per aver mostrato le sue grazie con Lucia y el sexo e alcune commediole, una con Adam Sandler (Spanglish), non è certo attrice valida per rendere bene una parte principale e composita come quella che interpreta sentitamente ma con risultati scarsi (mostrando senza problemi anche se in scene molto pudiche le sue grazie notevoli). La presenza poi di un attore fondamentalemnte brillante come Dussollier (Cuori di Alain Resnais) nei panni di un gerarca dell'esercito, sembra più una partecipazione da guest a uno sceneggiato tv tanto la parte gli è estranea. Anche alcune scelte di trama sono forzate e un po' troppo debitorie della fiction tv, come il finale per arrivare a una certa situazione di pathos anticipatrice del coro di conferma della volontà dei giovani turchi di non volere le minoranze indesiderate, oppure come il soldato buono in una tenda ordinatissima, non degna della soldataglia che vive intorno. Ma nonostante questi difetti di partecipazione recitativa e di cadute situazionali (comunque brevi), abbiamo un film validissimo con una voglia precisa di richiesta di denuncia di un massacro da parte di chi l'ha compiuto anni indietro, una serie di scene emozionanti e alcune citazioni-iconografie di tutto rispetto. Non sfigura affatto l'immagine del film che i libri in fondo sono tesori, dato che quello che i Taviani ci hanno raccontato è un piccolo gioiello da conservare per cercare anche noi di capire quanto il passato sia importante, anche se una storia sembra tanto lontana da non poter più avere influenza su nulla. Pietro Signorelli
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Dal libro di Antonia Arslan. Gli Armeni che anticipano la tragedia Ebrea, persone piene di cultura e intelligenti che costruiscono ricchezze in seno a uno Stato che li accoglie con un occhio di cupidigia verso questo florido benessere, pronto a carpire ogni loro bene invidioso e timoroso di tanta prospera capacità. La masseria del titolo è la casa di campagna, una sorta di Last Hope privata in cui loro non devono vivere a contatto con una popolazione che nemica non è, per il momento, ma che di fatto non ha di buon occhio la loro presenza. Nella campagna ci si sente liberi, tranquilli, e difatti diviene una sorta di (inutile) eremo per cercare di uscire dagli orrori della persecuzione.







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