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| I racconti di Terramare |
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| Martedì 24 Aprile 2007 01:00 | |||
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Voto: *½ (su ****) Recensione di Pietro Signorelli
Quando un maestro assoluto dell'animazione ha un figlio, sembra quasi logico che la progenie debba dedicarsi alla stessa arte tanto nobilitata dal padre (come dimenticare Il castello errante di Howl, La città incantata o La principessa Mononoke ma in fondo tutta la sua opera omnia), l'unica cosa che dobbiamo tenere conto è che in questo caso non possiamo vivere di veri inaspettabili parametri ma quanto più di assimilazione, perchè sarebbe impensabile che al primo lavoro si possano raggiungere fasti passati con tanta sublime poesia. Questo film di Goro figlio di tanto Hayao, prodotto, come sempre per i lavori paterni, sotto l'egida dello Studio Ghibli, abbandona la filosofia delle tipologicamente stranissime, ma geniali, macchine volanti o della meccanizzazione esasperata per concentrarsi sulla magia, sulle trasfigurazioni draghesche (già viste anche ne La città incantata)e sulla paura e nobiltà in chiave ombre minacciose o nobili rapace (come il nome del grande mago o delle trasformazioni di Aracne). Il film ci parla di spade che possono cambiare il destino, di coraggio e di fiducia da indurre negli altri per la propria persona in modo da poter agire sicuri di avere un appoggio, di biechi servitori e popolazioni rassegnate che non trovano la luce (come nella scena del carro dove solo Erran si risveglia dal suo torpore) per ribellarsi alla tirannia e al giogo delle catene.Tutte cose che però sono solo induzioni da passato e reminescenze di altri lavori che non vengono trasposte in immagine autoriale (la scena del drago che vediamo sul cartellone è tipica di altro cinema stranoto anche se deriva da tradizione diversa) e significativa, frullando il fantasy del cavaliere errante appoggiato da un Gandalf mentore, con la ricerca di se stessi e non solo delle proprie pallide ombre di esistenza, con personaggi comprimari in fondo stereotipati e di poco spessore come il gruppetto delle guardie inefficaci. I disegni sono sottotono rispetto agli standard supremi del padre, con degli sfondi molto semplici e mai ricchi di grandi particolari privilegiando la struttura agreste rispetto a quella urbana (abbondano scene con prati e cieli, mentre quelle nelle città sono meno presenti e non raggiungono profondità multistrato significative, come avveniva ne La città incantata), con i movimenti meno morbidi e dettagli dei personaggi meno marcati. Oltretutto la cerchia dei protagonisti è ristrettissima, e mancano del tutto le icone antropomorfe che vedevamo popolare in maniera splendida i sopracitati lavori, disperdendo la lettura delle ricercatezze di citazione da filosofia orientale. In definitiva questi Racconti di Terramare (precisiamo che la storyline è unica e non si tratta di diversi episodi come qualcuno potrebbe credere) sono molto un dejavu e senza un grande fascino, possono garantire un divertimento ristretto nelle due ore di proiezione, ma la mancanza di poesia, ricercata e densa di significati presente solo nelle stupende canzoni di Terru, oltre al fatto che non c'è un cattivo di fascino, ci obbliga a gradinare verso il basso questa opera prima, attendendo altri lavori e sperando in risultati migliori, più complessi e meno semplici. Non bisogna comprimere le speranze degli esordienti, ma questo è il risultato di cui bisogna parlare indipendentemente dal volonteroso seme instillato su pellicola. Attendendo ovviamente a braccia aperte il ritorno anche del padre maestro. Pietro Signorelli
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