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Svalvolati on the road Stampa E-mail
Venerdì 27 Aprile 2007 01:00
Voto: ** (su ****)  Recensione di Pietro Signorelli
Svalvolati on the roadDietro a un titolo italiano imbecille come non mai (quello originale, Wild Hogs, si riferisce all'emblema delle loro casacche, un maiale che sbuffa), coniugazione quanto mai ardita di un termine slang italico con una parola inglese, si cela un film adeguatamente divertente, spassoso, leggero e con battute simpatiche che non sconfina mai nel volgare. Dopo un inizio con sipario a quadro nero che ci fa leggere il nome di ogni protagonista e poi ce lo descrive per darne un ritratto, parte uno dei viaggi più scalcagnati e sfortunati che si siano visti con l'intenzione di vivere vicino alla natura abbandonando legami e cellulari. I quattro protagonisti, variegati per tipologia di ticchi e problemi familiari, affrontano questo"on the road movie"con il piglio e l'intenzione di trovare una meta, un nuovo indirizzo di vita e nuove sicurezze di cui la vita normale sembra essere priva. Travolta rappresenta l'uomo realizzato di facciata ridotto ormai in rovina da troppi sprechi, quello che non avendo nulla da perdere accende la miccia del desiderio di rivalsa e ha l'idea del viaggio, Allen, quello in definitiva con meno problemi, fa il dentista con il colesterolo alto che d'accordo con la famiglia perfetta (moglie e figlio) deve rilassarsi dal rischio di uno stress alle porte e vuole dimostrare quanto vale al figlio, Macy è il programmatore di computer sfigato desideroso di compagna, pasticcione che cerca di dimostrare a se stesso quanto vale, Lawrence vessato dalla moglie vorrebbe avere ben altro lavoro e rispetto. Quattro uomini in cerca di orgoglio, che sulla libertà delle due ruote troveranno quello che cercano.

Purtroppo, il limite di questo film sta proprio in questo: sappiamo già dall'inizio che dopo le dovute peripezie tutte le cose avranno un loro giusto compimento, che il viaggio li farà robusti e sicuri per cominciare di nuovo. L'introspezione psicologica è davvero minimale, non ci sono veri momenti di grande riflessione o di stupore nell'aprirsi di meravigliosi paesaggi, tutto è confinato con la lotta contro i bikers, cattivi da operetta, denominati "Los Fuegos" capitanati da Ray Liotta (Hannibal) tatuatissimo e truce oltre il credibile, e l'incontro lungo il viaggio con personaggi macchietta. Film con stesso tema erano già stati tentati in passato, citiamo quello del 1991 con Billy Crystal Scappo dalla città, con risultati migliori a livello di significati emozionali.
Il viaggio comunque anche se devalorizzato, come si diceva in apertura, è divertente e movimentato, e il regista Walt Becker, con i suoi scarsi mezzi (la distribuzione italiana curiosamente aveva titolato il suo film precedente Maial College, creando una citazione involontaria) non fa nulla per abbandonare il cammino leggero del sicuro procedere con una trama lineare e circolare che si sviluppa tornando su se stessa.
Cittadine piene di ragazze che ti guardano con il sorriso (incredibile Marisa Tomei, oscar non protagonista per Mio cugino Vincenzo, ancora con il viso acqua e sapone e giovanilmente rassicurante), sceriffi incapaci, trucidoni cattivi di faccia ma dal cuore in fondo tenero, nulla di nuovo sotto il sole della commedia, ma per cercare un po' di svago senza nessun impegno dopo una giornata lavorativa pesante e monotona quella volta almeno, siamo nella direzione giusta. Lasciamo stare altre velleità che proprio non ci sono.
E poi comunque la canzone "Highway to Hell" si sente sempre con piacere.

Pietro Signorelli
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