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Mio fratello è figlio unico Stampa E-mail
Sabato 28 Aprile 2007 01:00
Mio fratello è figlio unico / LocandinaTitolo originale:      Mio fratello è figlio unico
Nazione:      Italia
Anno:      2007
Genere:      Commedia
Durata:      100'
Regia:      Daniele Luchetti
Sito ufficiale:      www.dl1.games.vip.ukl.yahoo.com/...
Cast:      Riccardo Scamarcio, Elio Germano, Angela Finocchiaro, Massimo Popolizio, Luca Zingaretti
Produzione:      Cattleya, Babe Film
Distribuzione:      Warner Bros.
Data di uscita:      20 Aprile 2007

Trama: Accio è la disperazione dei suoi genitori, scontroso e attaccabrighe, un istintivo col cuore in gola che vive ogni battaglia come una guerra. Suo fratello Manrico è bello, carismatico, amato da tutti, ma altrettanto pericoloso... Nella provincia italiana degli anni '60 e '70, i due giovani corrono su opposti fronti politici, amano la stessa donna e attraversano, in un confronto senza fine, una stagione fatta di fughe, di ritorni, di botte e di grandi passioni. È un racconto di formazione dove sfilano quindici anni di storia d'Italia attraverso le avventure di Accio e Manrico, due fratelli diversi, ma non troppo... (FilmUp)
 
Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Mio fratello è figlio unicoCresciuto come attore e regista alla scuola di Nanni Moretti (partecipando ad Aprile e a Bianca come attore) Lucchetti ha sempre proposto nella sua filmografia temi impegnati (dal Il portaborse a Arriva la bufera) e con questo film cerca di proseguire una linea di questo tipo con una storia che attraversa gli anni dal 1962 a quelli successivi alla grande rivoluzione culturale con i moti del 1968. La fase iniziale con il piccolo Accio in piena crisi (simbologia di una difficoltà ad identificarsi con un movimento culturale) è forse sicuramente quella più carica di emozioni, con le frasi sparate a zero (ci sono attacchi precisi nelle parole di Manrico più taglienti di un coltello per quanto riguarda la Chiesa) e i battibecchi e le difficoltà che si impongono a una vita di colalborazione. Basi queste per le future lotte politiche che la storia ci proporrà. Dopo uno stacco quanto mai ardito (Accio adolescente ha la faccia nell'acqua e nel passato, Manrico gliela rialza e passa qualche anno facendo apparire Elio Germano, apparso anche in Mary e in Quo vadis baby?), i sapori della conoscenza si condiscono di nuovi aspetti e mentre un fratello va da una parte, proseguendo gli insegnamenti avuti nel passato da Mario il fascista (Zingaretti) l'altro prende una strada diversa (Msi contro Pci), permettendoci di giocare di contrapposizioni e di simboli.
Lucchetti ci dice che Accio in fondo non è un vero pensatore, agisce di influenze e di sensazioni del momento, manipolabile come vuole da parte di chi si fida e assolutamente un muro di pietra verso chi proprio non lo prende con i dovuti metodi (la madre, delusa, una buona Finocchiaro, o Manrico il grande nemico contrapposto), simbolo ovvio del popolo che si fida dei comizi e delle promesse (qualcuno ha detto Silvio?) senza veramente capire molto dell'argomento. Le continue altalenanti dimostrazioni di affetto verso questo o quello sono da vedersi nella scena dove si contorce e si ribalta nel letto saltando, ripresa in chiave diversa sul finale nella spiaggia, mentre è nascosto e prigioniero di una condizione e colpa non sua. Tradimenti continui (figurativi e non) che Accio prosegue senza ragionamento scevro di emozioni, in un percorso di storia politica che prosegue lineare senza particolari approfondimenti immaginifici (il nero picchia «Fa comodo avere un fascista in casa», il rosso occupa e protesta, il bianco democristiano si chiude nel suo splendido isolamento, il seminario, per tenere ben caro i quattrini, le case dovute ad altri e la tranquillità in generale). Purtroppo Lucchetti ci mette una storia d'amore sbilenca (ma con presente Scamarcio come faceva a non metterla), che nulla serve e nulla fa se non a far pruriginare Accio per il grande tradimento (per sapere quale dei tanti bisogna vedere), appesantendo il tutto senza senso come del resto la scena sul finale del grande contrasto (il vero violento è quello che alla fine vuole i soldi e non l'ideologo di base).
Il film ha il grande pregio di restare superpartes raccontando le infamie di ogni parte, non è per nulla pesante da seguire ma purtroppo alla fin fine non graffia neppure, troppo disperso nel presentare un racconto il più possibile completo nell'arco degli anni.
Per questo tipo di film servono ben altri attori, non giovani divetti per teen (reduce dall'orrendo Ho voglia di te Riccardone ricciolone voleva darsi tono migliore ma decisamente è meglio che guadagni placido soldoni e lasci a un Placido parti simili) oppure segaligni attori come Germano che si muovono sulla scena senza vero nerbo, mai da accentratori del racconto come il minutaggio di presenza pretenderebbe.
In definitiva un film che parte con un buon assunto, ha una messinscena pulita (macchine, luoghi e apparecchi elettronici del tempo , come cabine telefoniche e televisori, rigorosamente rispettati), qualche buona simbologia ma poi per necessità di imposizione di produzione (la suddetta storyline amorosa) si disperde in acqua anzichè in vetriolo, ritirando la mano della vera denuncia dopo aver alzato il braccio per scagliare il sasso, in una sorta di condanna solo parziale (le case non consegnate al popolo) e di soddisfazione finale. Come se la politica fosse un grande risiko, Lucchetti fa parlare i suoi personaggi di politica ma alla fine le parole rimangono poco impresse.
 
Giudizio:
 
 
Recensione di ALBERTO DI FELICE
 
Mio fratello è figlio unicoLuchetti fa un film di formazione in cui la narrazione procede secondo elementi essenziali. Dobbiamo attraversare un periodo storico polarizzandolo dentro una famiglia: quasi logicamente avremo dunque destra e sinistra opposte nelle diverse personalità di due fratelli e nei diversi ambienti che frequentano. Ma a colpire di questa operazione è il sostanziale equilibrio di tono. Se infatti predomina un'ironia non esibita ed un quadro di paese (paese Latina, Paese Italia) che stempera e fa filare liscia la presa di posizione a posteriori sulle ideologie, al contempo il film sa scivolare nel drammatico e tilare le fila di una riflessione civile.
La sceneggiatura (del regista con Sandro Petraglia e Stefano Rulli) prepara con attenzione il percorso dei due, interpretati molto bene da Elio Germano e Riccardo Scamarcio —che a mio parere, e il discorso vale un po' di più per lo Scamarcio che un po' tutti detestano, sarebbero validi sempre se fossero nei film giusti—, indovinando i secondari (tutto il cast è assolutamente valido: la mamma nordica di Angela Finocchiaro, il bancarellista fascista Luca Zingaretti, sua moglie svezzatrice Anna Bonaiuto, il padre operaio realista Massimo Popolizio, la bella Diane Fleri) e riuscendo a fare con poco (cioè con i personaggi, con i rimandi e con uno sguardo camera a mano che ribadisce l'ironia del riprendere il tutto come un documentario) un bel po' di puntate al nostro costume, alle nostre eterne fazioni (politiche e geografiche, già dal lungomare per Genova che si ferma a Ostia, un po' come il Cristo che si ferma a Eboli), al nostro trasformismo, al nostro lume parrocchiale cattolico, al nostro stato burocratico (le chiavi non distribuite), le persistenti e contraddittorie divisioni di classe in una società che si imborghesisce tutta (le lotte in fabbrica e le lotte del ricco professore che ammalia le allieve, la ricca Francesca ripudiata dalla famiglia perché incinta di un operaio).
A mio parere senza trascurare ma anche senza eccedere, con un fare che si mostra consciamente disincantato. Per come la vedo io è un film che lavorando in modo diverso, sul passato anziché sul presente, non fa che ribadire quanto detto dal Virzì di Caterina va in città: le fazioni sono quelle che sono, la dignità bisogna conquistarsela imparando a farne a meno. Ed entrambi concludono anche in maniera surreale, che sia Castellitto che prende il motorino o Germano che guarda sé stesso da bambino nella nuova casa di fronte al mare.
 
 Giudizio:
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