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Il destino nel nome Stampa E-mail
Domenica 03 Giugno 2007 14:07
Voto: ** (su ****)  Recensione di Emanuele Rauco
Il destino nel nome
Gli ultimi 20-30 anni, culturalmente, sono stati segnati dal crogiolo, dal multi-culturalismo, quello che nei paesi anglo-sassoni si chiama “melting pot”. Mira Nair ne è un campione: indiana, studentessa in giro per il mondo, approdata al successo internazionale con film basati sulla sua cultura e poi rimasta di stanza negli Stati Uniti, da cui è sempre stata ispirata per le proprie opere.
Purtroppo, accostare due culture non significa sempre fonderle, ne trarne il meglio, ma anche mettere insieme quei superficiali incroci che la rendono una regista media, se non mediocre. E quest’ultimo film —presentato dalla Festa del Cinema di Roma— non fa eccezione.
Ashoke e Ashima sono due sposi indiani, che subito dopo le nozze si trasferiscono in America; qui, tra mille difficoltà, cominceranno a costruire una famiglia e a vivere un’integrazione, che proprio coi figli, vivrà le sfide più intense.

Scritta da Sooni Taraporevala, una commedia sentimentale e familiare, con tracce —neanche troppo nascoste— di melodramma e sprazzi di cultura bollywoodiana che fanno tanto colore, l’ennesimo tentativo della regista di riflettere sulle contraddizioni, gli scontri e gli incontri tra culture, che però risente troppo dell’incertezza dell’impostazione e dell’eccessiva leggerezza del tono, tradotta paradossalmente nella pesantezza del ritmo.
Coerentemente ambientato tra gli Stati Uniti e l’India, il film è un’evidente riflessione sull’integrazione e sulle società mutli-etniche, non solo all’interno delle divisioni tra cultura hindi ed occidentale, ma soprattutto sulle sfumature dovute all’età ed alle generazioni, analizzando le ambizioni legate al background ed alle radici, capaci di farsi sentire anche ad anni e chilometri di distanza, anche se non si sono mai conosciute. Infatti la parte più interessante è quella centrale, in cui compaiono le solitudini e le contraddizioni di una famiglia che ha attraversato, gli anni, le culture e le distanze non solo geografiche, le cui ambizioni finiscono per cedere sotto il peso di rivendicazioni sempre più forti.
Il resto è pura maniera zairiana, divisa tra moderato folklore indiano, stereotipi sull’emigrazione, banalità ed intoppi narrativi ed un finale che sembra un lungo melodramma senza nulla da dire, e che finisce col tipico e discutibile ritorno a casa. Se c’è una cosa, infatti,  che proprio non riusciamo a sopportare di Nair, soprattutto da quando ha scelto gli Usa, è l’edulcorazione, il miele e la coperta calda e (troppo rassicurante) con cui copre tutti i suoi discorsi, i suoi temi, le sue idee (in un film centrato sulla figura di Gogol, lo scrittore russo, è il colmo).
Per usare un termine popolare, questo film (che è bello, quando affronta i problemi sul campo) è il trionfo del “volemose bene”, della serenità ostentata con cui tutto passa piano, dell’ipocrita sorriso con cui si mettono in scena temi delicati e profondi come la famiglia e l’identità culturale, e che è specchio di un’ideologia conservatrice, passatista, nostalgica che è inutile —e contraddittoria— se si vuole fare un film come questo, che parla di rapporti tra culture, che parla di nuove inter-dipendenze.
Nair dimentica le asperità, smussa ogni angolo, acquieta tutto col sorriso di chi ha paura dei confronti e mentre celebra l’attaccamento alle tradizioni, alla famiglia, al vecchio, costruisce un ritratto pulito, superficiale e perfetto degli Stati Uniti, terra delle opportunità in cui tutto è possibile (anche se poi nulla si avvera). Questi aspetti di fondo fanno dimenticare la professionalità della messa in scena, intelligente nella cupezza quotidiana degli ambienti, opposta alla vitalità povera della terra natale (meno stereotipata del sopravvalutato Monsoon wedding), e la buona prova del cast, retto soprattutto dalle donne Tabu e Zuleika Robinson, che superano gli uomini Kal Penn e Irrfan Khan. Decente sì, ma a volte si ha voglia di qualcosa in più, mentre la Nair sembra regina del “chi s’accontenta gode”.

Emanuele Rauco

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