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The Protector - La legge del Muay Thai Stampa E-mail
Venerdì 10 Agosto 2007 14:06
The Protector - La legge del Muay Thai / LocandinaTitolo originale:      Tom yum goong
Nazione:      Thailandia
Anno:      2005
Genere:      Azione, Poliziesco, Drammatico, Thriller
Durata:      108'
Regia:      Prachya Pinkaew
Cast:      Nathan Jones, Johnny Nguyen, Don Ferguson, Tony Jaa, Petchtai Wongkamlao, Bongkoj Khongmalai, Xing Jing, Lateef Crowder, Jon Foo, Damian De Montemas
Produzione:      Sahamongkolfilm Co. Ltd., Baa-Ram-Ewe
Distribuzione:      Eagle Pictures
Data di uscita:      3 Agosto 2007

Trama: Dalla campagna thailandese, il giovane Kham (Jaa) si reca a Sydney per ritrovare i due elefanti coi quali è cresciuto, rubati da un gruppo malavitoso dedito anche al commercio alimentare di animali esotici: sarà una lotta senza esclusione di colpi. (Il Mereghetti 2008)

Recensione di EMANUELE RAUCO

 Non sempre si va al cinema per vedere un film, e non intendiamo le amorose alternative che hanno reso celebri le ultime file delle sale. Ma semplicemente che, a volte, non è il film la principale attrazione della pellicola. Come nei concerti, quando non è la musica ad interessarci ma i musicisti, o al circo gli acrobati, a volte si va al cinema per godere del gioco virtuosistico degli attori, a prescindere dal film.
Se poi il film (diretto da Prachya Pinkaew) è di arti marziali, ed il protagonista è un fenomeno come Tony Jaa, tutto questo è comprensibile, anche se siamo lontani anche dai livelli più bassi di Jackie Chan quanto a tenitura cinematografica.
Storia di semplicità cristallina: Kham va in Australia per vendicarsi del furto dei suoi elefanti, portati in Oceania per diventare cibo ed oggetti d’arte. Massacro in vista.
Scritto da Napalee, Piyaros Thongdee, Joe Wannapin e Kongdej Jaturanrasamee (tutti e quattro evidentemente in stato vegetale), un pasticciato ed impresentabile action movie venato di spiritualismo thai (la leggenda dei guerrieri e del loro rapporto con gli elefanti) che supera i suoi orrori cinematografici e le ingenuità pre-adolescenziali con la furia acrobatica e distruttiva del suo mattatore ed acrobata principale.
Ambientata nel lato asiatico dell’Australia, una curiosa storia d’ambientalismo e vendetta tanto naif da poter quasi sembrare commovente, quasi la versione marziale de Il libro della giungla (con un protagonista che sembra Mogli con meno cervello), se non fosse che la sua inconsistenza narrativa, i tentativi di tappare i buchi con un’inutile trama gialla, i personaggi e le situazioni usciti da un pessimo anime rendono tutto a metà tra ridicolo ed irritante.
Fortuna che, mentre il film arranca senza sapere dove e come, il suo protagonista mette tutti in riga, con una serie di acrobazie e combattimenti ad alto voltaggio che non solo accendono il ritmo e l’attenzione dello spettatore, ma spesso sorprendono per la violenza, la spettacolarità, la velocità travolgente, e per una dimensione fisica che a volte lascia atterriti. Non è la magia del volo, della velocità, il lato fiabesco delle arti marziali come in Chan, o il suo valore storico-politico come in Li: la forza di Jaa, che ha affinato e personalizzato il suo stile rispetto al precedente Ong Bak, è la visceralità, la radicalità nichilista, la furia devastante in cui la devastazione del corpo non può fermarne la foga e l’inerzia violenta.
Il film in sé fa schifo senza mezzi termini: non solo scritto da quattro bambini delle elementari, senza alcuna cura per l’intreccio o i raccordi, ma anche diretto in modo dilettantesco e montato con un’incompetenza che lascia esterrefatti (al di là del sospetto di tagli imposti dalla distribuzione). Ma riesce, in virtù o nonostante le prodezze del suo eroe a regalare qualche sorpresa kitsch, come il lungo piano-sequenza da videogame nel ristorante, o la cattiva, trans sadomaso.
E poi, si va al cinema per godere della strepitosa performance fisica di Jaa, che in un lungo finale mozzafiato, dal ritmo a volte incredibile, devasta, distrugge e spezza decine di nemici e centinaia di ossa (straordinario il combattimento nel capannone, contro pattini, moto e furgoncini): meglio così, perché quando parla sa dire solo una frase. E gli altri attori fanno a gara a chi fa più pena. Ma per una volta, il gioco di dimenticarsi del film e lasciar fare al suo protagonista vale la candela. Almeno se si è appassionati.

Giudizio:
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