 Titolo originale: Se jie Nazione: Stati Uniti, Cina, Taiwan, Hong Kong Anno: 2007 Genere: Drammatico, Thriller, Romantico Durata: 157' Regia: Ang Lee Cast: Tony Leung Chiu Wai, Joan Chen, Anupam Kher, Lee-Hom Wang, Wei Tang, Johnson Yuen, Chih-ying Chu Produzione: Focus Features Distribuzione: BIM Data di uscita: 4 Gennaio 2008 Trama: Nel 1942, nella Shanghai occupata dalle truppe giapponesi, la giovane Wang Hu Ling, una studentessa e aspirante attrice, giovane e bellissima, si unisce alle fila della Resistenza. I suoi compagni le affidano il compito di avvicinare il Sig. Yee, un collaborazionista. Wang si insinua così nella vita dell'uomo e, protetta da una finta identità, ne diviene l'amante. Giorno dopo giorno rivela ai suoi compagni ogni spostamento dell'uomo, convinta di volerlo vedere morto, ma intanto si lega a lui con una passione incredibile e quasi animalesca per cui le cose dentro di lei iniziano a cambiare. Wang si sente ogni giorno più confusa. Fare l'amore con Yee è il suo modo di torturarlo ma nello stesso tempo comincia ad avere paura di perderlo e di vederlo morire. Solo immolandosi Wang potrà salvarlo. (Yahoo)
Recensione di PIETRO SIGNORELLI
Vincitore del Leone d'Oro alla scorsa edizione del Festival del Cinema di Venezia. Il regista taiwanese vincitore del premio Oscar per Brokeback Mountain, Ang Lee (famoso anche per La tigre e il dragone), dopo averci narrato la storia d'amore tra due uomini, ora ci delizia con questo stupendo affresco di lunga durata (157 minuti) che potrebbe ricordare di fondo la trama del recente Black Book di Paul Verhoeven, ma con molta più classe artistica e abbracciando diversi generi narrativi, come l'hardboiled, soprattutto nel look (gli impermeabili e i cappellini da dark lady), tanto caro a De Palma, il thriller e il film erotico d'autore partendo dal dramma sentimentale. Ang Lee sta sviluppando una indubbia capacità narrativa nel tessere dei racconti ed elaborarli in tutt'altra dimensione, cosa in cui eccelleva nientemeno che Stanley Kubrick: così come aveva ampliato il racconto breve di Annie Proulx per Brokeback, ora fa la stessa cosa con un racconto di una trentina di pagine della scrittrice cinese Eileen Chang. Sullo sfondo di una Shanghai in piena crisi per la lotta contro l'oppressore giapponese, si muovono le vicende di Mr. Yee (splendidamente visualizzato dal luciferino Tony Leung, interprete di In the Mood for Love), collaborazionista spietato e senza scrupoli, e della affascinante Wong Chia Chi (interpretata a dir poco stupendamente dalla conturbante Wang Tei, qui all'esordio ma da quanto visto destinata a una luminosa carriera interpretativa ad ogni livello), membro di un gruppo teatrale patriottico reazionario, che si finge una femme fatale per eliminare il traditore Mr. Yee. I due si insinuano diabolicamente l'uno nella vita dell'altra, in maniera totale e sensuale, portando il rapporto oltre i limiti di quanto fosse immaginabile rispetto all'inizio e alle intenzioni. Wong e Yee sono sentimentalmente spietati, e la loro relazione vive su sguardi penetranti, giochi di sesso intensi e decisamente oltre (le scene in questo senso sono molto esplicite, ai limiti del sesso non simulato, ma tutto rimane nei canoni della ripresa artistica con posizioni studiate, lasciando allo spettatore una piacevole sensazione che quanto vediamo prosegua e completi la storia e non sia messo solo lì per scandalo o per facile specchietto per allodole: nulla di tutto questo). Nei loro incontri cova sempre una profonda rabbia di base, uno scontro totale che sanguina umore molesto: un'interazione senza pari che mette la preda man mano nei ruoli del cacciatore, tanto il valore ormonale prende il sopravvento su quello logico. Ang Lee costruisce tutto questo con mano sopraffina, creando una sorta di dramma che sembra più americano che orientale (d'altronde i tantissimi anni a New York lo hanno calato perfettamente in quella atmosfera) con quei caffè stile del tempo, con gli impermeabili e i cappelli da veri protagonisti di un romanzo di Mike Spillane o Raymond Chandler, completamente calati nelle atmosfere tipiche dei racconti di questi autori. La guerra si vede di fatto pochissimo (un convoglio di soldati non ripresi in combattimento in marcia sui camion), ma si sente totalmente, con la disperazione di chi viene oppresso non tanto fisicamente ma nei suoi ideali, il dolore di chi deve fare qualcosa che non vuole per la propria patria (Wong parla di penetrazione interna ben diversa da quella fisica, quando ricorda i fatti a cui è costretta ai superiori della resistenza), i ricoveri coatti contro le agiate residenze collaborazioniste, sede di lunghe interminabili partite a mahjong che sembrano determinare la furbizia di chi sta al tavolo da gioco della vita e non a quello verde («Sto diventando intelligente», dice Wong quando comincia a non perdere più come prima). Di fatto Ang Lee incentra tutto il film sulla figura contrastata di Wong, che senza perdere tempo dedica la vita all'obiettivo della resistenza indipendentemente da quanto deve fare, per poi però finire in un inaspettato gorgo sensuale che la travolge. Viene dipinta una figura femminile intensa, profumata, amante eccessiva per obbligo e tenera affettuosa compagna per indole, ma nel contempo il lavoro non è solo (splendidamente) estetico: la trama prosegue snella, sciolta e intrigante oltre che appassionante nel suo svolgimento da thriller urbano, dove la lunghezza della metratura davvero non si sente tanto si è coinvolti in quanto vediamo e recepiamo. In definitiva un grande film che vuole definire un periodo storico non con la rappresentazione dei suoi effetti diretti (lo scontro fisico della lotta per il possesso del territorio) ma usa valori di contrasto emotivo per disegnare un ritratto perfetto del tempo che fu, carpendolo dalle emozioni che danno le rappresentazioni intense e appassionate (come nel film i teatranti estraggono l'urlo patriottico dal pubblico), in una chiave thriller/hardboiled davvero suggestiva e del tutto inaspettata, dall'intenso profumo di orchidea rossa di sangue, con due grandissimi interpreti in stato di grazia, tanto quanto chi li ha splendidamente diretti. Non fatevi spaventare dalla lunghezza del film: ogni secondo di quanto vediamo ha la sua ragione di essere e vi troverete alla scritta «The End» a non volervi alzare dalla poltroncina del cinema, tanto si è stati stregati dalla meravigliosa storia a cui abbiamo appena assistito.
Giudizio: 
Recensione di ALBERTO DI FELICE
Ci sono molte cose pregevoli nell'ultimo film di Ang Lee. La prima è che, come è sempre stato nella sua filmografia, questo è un film di e per i personaggi, con un intreccio ed un'attenzione scenica che, come suol dirsi, li scava. Nella lotta fra spazi e tempi, Lee è abile—seppur non sempre perfetto—nel gestirli entrambi, delineando quelle geometrie che servono appunto a conveire le psicologie. C'è per cominciare la bellissima scena iniziale, la partita a majiang che suggerisce già che sarà una storia (più banalmente, un gioco: ma il pregio della scena non è blandamente figurativo quanto di stabilire sommariamente fra chi e su cosa sia il gioco) di «puttane», e di puttanieri—vedasi l'occhiata furtiva di un'amica della signora Yee (Joan Chen) al signor Yee (Tony Leung), mentre si parla con qualche nascosto imbarazzo di pietre preziose: non sappiamo ancora della vera pietra dello scandalo. Il sesso diventa di fatto il vero motore del film, più o meno a un'ora dalla conclusione, il vero meccanismo a due di quel gioco, che attraverso la penetrazione carnale simula quella della mente, e del cuore. Lee, al di là delle varie pose plastiche, sudate, giustappunto passionali, finisce sempre per tornare sui volti degli interpreti, con ampio uso del primo piano (anche quando e su chi non serve, come negli scambi fra compagni per la liberazione), e soprattutto della protagonista femminile, Wong (la bellissima e bravissima debuttante Wei Tang), la cui ottica d'altronde è quella adottata, ingarbugliata nella tela, arrabbiata e persa. Finiranno, come è stato durante il gioco, per riflettersi (sé stessi, non l'uno nell'altra) in specchi e vetrine, puniti entrambi. Proprio di uno specchiarsi si nutre diegeticamente il film, partendo dopo il prologo con un flashback lungo anni, che tecnicamente sarebbe una classica mise en abîme della protagonista, il momento riflessivo che fa scattare un cambiamento precedente all'azione quando vedrà al dito la famosa pietra, ma, nonostante il mantenimento della focalizzazione (fra la zero e l'interna) che non viene mai meno, viene dilatato per raccontare un po' più ampiamente fatti e antefatti, cercando di allargare il discorso verso vicoli storici e politici. Qualsiasi altro possibile motivo, solo accennato, passa comunque esclusivamente attraverso la vicenda personale, rimanendo del tutto fuori campo. Forse ci si poteva spingere più in là, in questa che a livello di scarna trama altro non è che la solita storiella della vittima che si invaghisce del carnefice. Lee confeziona tuttavia un mélo pastoso, con la pecca di essere più lungo del dovuto (alcune cose superflue, come la traccia amorosa in fumo anni addietro con l'altro puttaniere, stavolta compagno combattente), ma saggio nella gestione narrativa soprattutto dal punto di vista spaziale e del controllo sugli attori.
Giudizio: Recensione di EMANUELE RAUCO I festival rischiano di uccidere l'occhio, la sensibilità, il gusto: 14 giorni, più di dodici ore filate al ritmo di 5-6 film al giorno (con relativi articoli) non aiutano a concentrarsi e a tenere viva la sensibilità. Perché solo con l'overdose da visioni si può spiegare l'accoglienza negativa, con tanto di fischi in sala stampa, all'annuncio del Leone d'Oro a Venezia. In effetti è comprensibile che un gioiello come questo, dal ritmo placido e intelligentemente piano, che si squarcia di accessi di passione e violenza, dalla lunghezza anche impegnativa (si sa, nei festival si vive sul filo del minuto), dalla necessità di impegno nel seguire la storia non lineare, dall'apparente freddezza che non aiuta a svegliare i giornalisti sonnolenti. Allora, ammesso che il sottoscritto abbia ragione, inviterei i miei colleghi a rivedere il film per ciò che è, in una sala dedicata, senza altri impegni attorno: scoprirebbero che la storia della studentessa attrice assoldata dalla resistenza per uccidere un affiliato del governo filo-giapponese, e che finisce nel vortice di sesso, amore e pericolo che è la vita nella Cina durante la 2ª Guerra Mondiale, è una specie di miracolo di equilibrio e sapienza cinematografica. È, in poche parole, ciò che voleva e poteva essere Intrigo a Berlino di Soderbergh, ma non è riuscito a essere: un melodramma spionistico, tanto rarefatto e di maniera nella costruzione (visiva e narrativa che si rifà ai classici) quanto moderno e realistico nella messinscena e nella narrazione. Dove però l'americano falliva – e il taiwanese riesce – era nel riuscire ad amalgamare l'intreccio e il lato sentimentale. E Lee lo fa, da par suo. Se nella prima parte qualche lungaggine non richiesta e un ritmo più farraginoso rischiano di compromettere il risultato (ma basterebbe solo l'incipit di mahjong per dare idea del talento registico), il film prende il volo quando – dopo tre anni dal primo fallito tentativo – a Chia Chi viene affidato nuovamente il compito: vale a dire quando il pedinamento sempre più ravvicinato e compromettente sfocia in una relazione fatta di carne, sudore, dolore e piacere, quando il melodramma trattenuto si sfoga e diventa un film erotico intenso, bellissimo. Gli stadi del piacere e della sottomissione (reciproca, mano a mano che procede) passano attraverso le facciate dell'amore e si fondano – in un crescendo teso e forte – con i doveri dell'ideale: in pratica un Notorious sessualmente esplicito, più pessimista e sanguigno. La chiave della riuscita del film è proprio nell'approcio registico di Lee: dove Soderbergh ha perso mesi a cercare le focali di Michael Curtiz, lasciando che l'intreccio vagasse negli sbadigli dello spettatore, Lee ha curato l'intreccio quasi maniacalmente, dando a eventi e personaggi i giusti appigli metaforici (il motivo del gioco, quello meno interessante del cinema) e ha poi fatto si che la sua regia servisse a sottolineare, non a esibire, come dimostrano le straordinarie sequenze sessual-sentimentali, in cui lo scandaglio delle carni è sempre approfondito dai primi piani dei volti, sofferti o illusi, le mani che si cercano e poi si dividono. Nel cercare costantemente un sottotono, in cui le scene madri possano risaltare per contrasto, Lee riesce a trasmettere e a comunicare, ad aprirsi a coloro che sono riusciti a resistere agli ostacoli che il film, oggettivamente, pone, ad usare la maniera e l'elegante distanza per diventare segni e significati del film, come nelle magnifiche musiche di Alexandre Desplat che aiutano nella comprensione emotiva e «semiotica» di intere sequenze, o nei tagli di luce di Rodrigo Prieto (premiato anch'egli a Venezia) – come quello magnifico che chiude il film – che sottolineano ogni accento psicologico. Poi potremmo stare a parlare per un bel po' della bravura dei due interpreti principali, Wei Tang (bellissima e brava) e Tony Leung (bravissimo e bello), ma è un'altra storia. Che comunque non direbbe di più dell'intelligenza e dell'intensa bellezza del film.
Giudizio: 
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