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La rabbia Stampa E-mail
Giovedì 06 Marzo 2008 01:54

La rabbia / LocandinaTitolo originale:  La rabbia
Nazione:  Italia
Anno:  2007
Genere:  Drammatico
Durata:   104'
Regia:  Louis Nero
Cast:  Franco Nero, Níco Rogner, Giorgio Albertazzi, Tinto Brass, Lou Castel, Arnoldo Foà, Philippe Leroy, Corso Salani, Corin Redgrave, Faye Dunaway
Produzione:   
Distribuzione:  L'Altrofilm
Data di uscita:  29 Febbraio 2008

Trama: Un cineasta di grandi speranze e aspirazioni artistiche marcate, cerca di fare un film non allineato e molto personale, ma nessuno dei produttori che incontra, tutti diversi tra loro, compreso uno hard, gli vuole concedere il budget per realizzarlo. Caduto in una forte forma di malinconia, perde qualunque fiducia nell'arte e decide di dedicarsi a cose più redditizie e facili come rapinare banche, ma occhi occulti lo stanno giudicando senza pietà.


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

La rabbiaLouis Nero è uno dei registi più difficili e criptici che la cinematografia odierna propone, ed è quasi incredibile che questa contorta e velleitaria pellicola sia arrivata nelle sale (e potete scommetterci che ci starà ben poco per i motivi che andremo ad elencare di seguito). Autore di tre film completamente scevri di qualunque logica di soddisfazione del grande pubblico, arditissimi e di completa sperimentazione, a soli 31 anni è colui che ha realizzato un film di 123 minuti composto da un unico pianosequenza (Pianosequenza, per l'appunto), uno sulla follia e le allucinazioni in un ospedale (Hans, del 2005) e uno nientemeno che sul Golem in una visione completamente personalizzata. In questo La rabbia (con presente il suo mentore coproduttore che lo ha praticamente adottato e dallo stesso cognome, Franco Nero, senza di lui probabilmente questi arditi sperimentalismi a basso costo non ci sarebbero stati) si narra in forma iconoclasta di un autore di cinema che prepara una sceneggiatura di grande impatto e brillantezza (non sapremo mai quale fosse, magari quella del film che stiamo vedendo) ma che nessuno vuole far diventare un film vero e proprio. Felliniano nell'inizio e in molti segni del proseguio, tutta la scena è completamente oscura, i personaggi di contorno sono praticamente immobili mentre lo sperduto e fiduciato protagonista si muove in piazze deserte e scenografie scarne e dalle inesistenti strutture, prive di ogni orpello, le musiche sono praticamente assenti e tutto è affidato alla parola. Si parla fuori campo del film (due autori lo stanno scrivendo con una vecchia macchina a nastro?) e a un certo punto il protagonista parla con il pubblico, appaiono man mano delle figure che danno grandi verità difficili da interpretare (uno spazzino, un orientale e altri figuranti smorti e privi di vita) mentre la ricerca spasmodica della porta giusta nella spiaggia grigia e deserta (ovviamente in forma allucinatoria e onirica) testimonia la difficoltà di trovare la persona giusta a cui affidare il lavoro. Alla fine appare anche il grande saggio (un cane), mentre il mentore che dava coraggio (Franco Nero) si rifugia nel bere per la disperazione di non trovare una collocazione alla sceneggiatura da parte del suo pupillo. Incredibile ma vero il cast (anche se sono cammei più o meno corti), che è di volti noti. Vediamo apparire Giorgio Albertazzi (che bello risentire la sua strepitosa voce), Faye Dunaway (splendida per la sua età), Philippe Leroy, Arnoldo Foà e Lou Castel.
Inutile dire che Nero (Luis) si immedesima nel giovane di belle speranze, citando tra l'altro il suo lavoro in totale Pianosequenza come cosa non funzionante e rifiutata, La rabbia del titolo è proprio per il fatto di vedere le sue opere tanto impegnate completamente snobbate da tutti e dal cinema in generale, sinonimo di un decadimento autoriale, per lasciare il posto a una produzione tutta tesa a nutrirsi di facili placebi. Favolosa a questo proposito la battuta di Tinto Brass (in uno dei pochi momenti completamente colorati del film) che mentre palpeggia la porno starletta sulle ginocchia gli dice che le poesie si possono anche recitare, basta farlo mostrando un bel sedere, come il produttore che gli dice di togliere il pezzo dello spazzino solo perchè appesantisce la trama anche se valido di discorsi.
Certo che sottoporsi a tali e tanti sperimentalismi statici (durata del film 104 minuti) è un impresa che richiede una preparazione fisica e mentale particolare, il messaggio alla fine viene dato, ma è di una assimilazione durissima, disperso nelle pieghe di un avvilente compiacimento nel discorrere lento e monotono, nel togliere ogni traccia di vita a tutti i costi come se la sensazione di morte imminente (del cinema) sia sempre presente. Dopo un po' lo spettatore si trova di fronte a una pellicola tanto lontana da tutti i canoni da poterla apprezzare solo se dedito a studi della scuola di cinema del Dams (stessa di Nero), locazione dove sarebbe dovuta rimanere per approfondimento e apprezzamento guidato, vuole solo alzarsi a tutti i costi (vi assicuro che ho visto molti dei miei compagni di sala farlo) e lasciare questo grido di dolore nel deserto della sua criptica proposizione.
Gli intenti possono anche essere buoni, ma se ci ragionamo bene questo film era più interagibile come trasmissione radiofonica, di fatto chiudendo gli occhi e ascoltando solo i flemmatici discorsi pesantissimi si riesce a interpretarlo meglio, dargli la giusta connotazione di verbo in quanto il visivo è solo un pastrocchio di dettami cinematografici figli della pittura di Magritte e dell'ispirazione priva di gagliarda simbolica poesia di Fellini e delle commedie povere di Bertolt Brecht. Consigliamo a Nero per il suo prossimo sperimentalismo cinematografico una pellicola completamente con inquadratura fissa di circa due ore sulla sala di cinema dove si proietta un suo film per rendersi conto di come proporsi su larga scala con pellicole tanto ardite, ma fondamentalmente vuote, non abbia nessun senso.
In definitiva un film impossibile da vedere se non in una ottica di studio cinematografico sperimentalista, difficilissimo da mandare giù per le sue immagini statiche e completamente inerti, per i suoi verbosissimi discorsi separati tra loro, dove l'interazione con lo spettatore è catatonica e non abbandona mai le tinte fosche. Il messaggio c'è, il fatto di starlo a sentire per intero un impresa davvero ardua, nonostante i bei nomi conivolti nelle riprese, e la tanta e troppa aurea di pessimismo (nel finale poi i due autori alla macchina da scrivere spiegano perchè evitare o dare l'happy end, in modo logicamente pacato e senza la minima emozione) unita a una troppa sicurezza del regista di dare il messaggio giusto proponendosi come unico portatore del vero verbo cinema, ci portano a desiderare di non essere mai entrati in sala e lasciare il regista solo con le sue masturbazioni mentali da filosofo disilluso di possedere un'arte che non lo capisce.

Giudizio: 1
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