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| Lunedì 21 Aprile 2008 01:55 | |||
Titolo originale: 10 Items or LessNazione: Stati Uniti Anno: 2006 Genere: Commedia Durata: 82' Regia: Brad Silberling Cast: Morgan Freeman, Paz Vega, Jonah Hill, Emiliano Torres, Alexandra Berardi, Anne Dudek, Scott Norris Produzione: Reveal Entertainment, Revelations Entertainment, Mockingbird Pictures Distribuzione: DNC Data di uscita: 18 Aprile 2008 Trama: Un attore ormai non più attivo da quattro anni deve svolgere alcune ricerche per un possibile nuovo flm in un supermercato all'estrema periferia metropolitana losangelina. Qui incontra una cassiera insoddisfatta del suo lavoro, che deve prendersi cura di lui quando il suo autista incompetente si scorda di tornare a prenderlo. Recensione di ALBERTO DI FELICE Brad Silberling è forse un regista più interessante di quanto si
potesse sospettare. Va da sé che, per chiunque abbia sufficiente
(soprattutto nel senso di superficiale) conoscenza della sua (breve:
oltre a questo, solo altri quattro lavori) carriera nel cinema,
sostenere una cosa del genere può suonare eccentrico: «Silberling chi,
quello di City of Angels?»—film, per inciso, troppo alla svelta
schernito. Eppure si possono rinvenire particolari temi comuni nei progetti da lui diretti, tanto da fargli aleggiare sopra una definizione di
mestierante nientaffatto svilente, e anzi un tocco distintivo piuttosto
garbato.Nella sua filmografia si rintraccia anche una pellicola evidentemente personale, Moonlight Mile, che meglio delle altre (scritte da altri) rivela una onnipresenza del lutto come refrain fantasma. In ogni film di Silberling c'è nei personaggi una mancanza, caratteristicamente segnata da una morte (la mamma e moglie in Casper; il paziente perso dalla dottoressa e la caduta da angelo in City of Angels; la figlia e futura sposa di Moonlight Mile; i genitori di Lemony Snicket). Questo senso di separazione si riedifica anche in 10 Items or Less, che è il secondo che il regista scrive totalmente di suo pugno, nell'ennesimo "breve incontro", fra due anime in lutto di sé stesse: un attore da tempo senza il suo lavoro e una cassiera da tempo senza la sua vita. Indipendente nella modesta forma e nel modesto spirito, in realtà è un film che per esistere abbisogna della contiguità con Hollywood, come in un dileggio del quale si coglie il tono solo avendo presente il referente non troppo lontano. Esattamente come il protagonista maschile, un Morgan Freeman del quale non verrà pronunciato mai il nome, che fa la parte del sé stesso da barzelletta: quello dei film con Ashley Judd, roba da videonoleggio (o offerta da metà prezzo, o paghi uno prendi due), che i passanti occasionali ricordano in film in cui non è mai stato (-«I loved “Barbershop”» -«So did I», con cordiale sorriso). È proprio Freeman ad essere manifesto del film. Si trasla in un alter ego che, mentre cerca nelle piccolezze e nei tic caratteriali e fisici della "gente comune", espone la fragilità della loro esistenza e della sua, la fragile soavità dello "specchio della vita". Con questi cenni sintomatici—impassibilmente osservati e riprodotti fra l'ammirazione, la sorpresa e il sottile motteggio—emergono il nonsense e il vuoto avvolgente di un mondo e di quello ad esso contiguo: le ville da star di Brentwood, sulla via per le quali si incrociano in macchina Danny DeVito e signora, e la proletarissima Carson dove i messicani e le scritte in spagnolo sono in sovrannumero. Silberling e un Freeman difficilmente sostituibile (troppi elementi della sua persona sono essenziali allo spirito del film: il suo essere nero, ad esempio, e poi attore "serio" e assieme da sempre prono allo scherzo, il suo contegno elegante congiunto all'infingarda mimica, e si potrebbe continuare) creano un piccolo universo quotidian-surrealista, nel quale il microcosmo di contorno è riflesso dalla piccolezza dei gesti e delle parole fra l'attore in pausa sabbatica e Scarlet (la sempre raggiante Paz Vega), che si dissolveranno dopo la magia filmica di un giorno trascorso assieme, 82 minuti disseminati di un gusto sottilmente buffo, e disposti in un impianto auto-parodico di contrappunti prossimi al genio. Fra gli altri, lo ritroviamo nell'ammaliata visione de Il cucciolo all'autolavaggio; nella sosta da Arby's in cerca di un pasto salutare, che manco a dirlo non c'è; in quel grandioso totem dell'assurdo che è la fumosa raffineria (sulla quale in un momento sbuca una bandiera americana ferita da qualche buco) sempre sullo sfondo mentre i personaggi, sin dall'apertura, si spostano erranti in macchina; e forse soprattutto nel reprise-retroscena nel mezzo dei titoli di coda in cui Freeman impara da Target come rifilare il mocio alle casalinghe. Tutto il mondo è un palco, e questo è un piccolo pezzo del making of. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: 10 Items or Less
Brad Silberling è forse un regista più interessante di quanto si
potesse sospettare. Va da sé che, per chiunque abbia sufficiente
(soprattutto nel senso di superficiale) conoscenza della sua (breve:
oltre a questo, solo altri quattro lavori) carriera nel cinema,
sostenere una cosa del genere può suonare eccentrico: «Silberling chi,
quello di City of Angels?»—film, per inciso, troppo alla svelta
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