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Mongol Stampa E-mail
Domenica 11 Maggio 2008 01:55
Mongol / LocandinaTitolo originale:      Mongol
Nazione:      Germania, Kazakhstan, Russia, Mongolia
Anno:      2007
Genere:      Drammatico, Storico
Durata:      120'
Regia:      Sergei Bodrov
Cast:      Aliya, Tegen Ao, Tadanobu Asano, Ying Bai, Khulan Chuluun, Bao Di, Bayertsetseg Erdenebat, Deng Ba Te Er, Odnyam Odsuren, Honglei Sun, Ba Sen
Produzione:      Andreevsky Flag Film Company, Kinofabrika, Kinokompaniya CTB, X-Filme Creative Pool
Distribuzione:      BIM
Data di uscita:  9 Maggio 2008

Trama: Il piccolo Temujin è un mongolo educato secondo onore e principio dal padre, promesso sposo in tenera età e che ben presto alla morte del genitore invece di diventare il nuovo Khan conosce la vigliaccheria e il tradimento di chi vuole il potere. Autoesiliato per scampare a morte certa, dovrà sopravvivere con coraggio alla natura avversa conoscendo persone amiche e nemiche, ma soprattutto vivrà anche il grande amore della sua vita che non lo abbandonerà mai. Il piccolo Temujin ora cresciuto, è pronto per diventare uno dei più grandi conquistatori del suo tempo, tanto da essere chiamato Genghis Khan?

Recensione di PIETRO SIGNORELLI

MongolSergej Bodrov (autore dell'interessante Il prigioniero del Caucaso) racconta la storia di uno degli uomini più potenti della storia, Genghis Khan, partendo dalla sua infanzia e proseguendo con la sua lotta contro uomini e natura per sopravvivere ai molti nemici. Khan è il termine con cui si indica il capo del clan, e il termine Genghis indica colui che più di tutti seppe riunire al meglio la potente popolazione mongola sotto un unica egida, dato che i mongoli in generale erano troppo sparpagliati e nemici tra di loro per essere visti come una unica vera entità, conquistando nell'unione trovata vasti territori e formando un impero. Genghis si chiamava Temujin (che vuol dire "il fabbro"), venne educato secondo norme rigide e d'onore dal padre, promesso in sposo in giovane età, e alla morte del genitore avvenuta per vigliacco avvelenamento dovette scappare e cercare rifugio lontano dal suo clan per colpa di traditori che lo volevano morto.
Abile, intelligente, coriaceo, Temujin combatte contro tutto e tutti, ma i problemi maggiori li ha per via del fatto di dover dividersi sempre tra onore, sentimento e necessità.
Cinema davvero di stile questo Mongol, diretto con ampia ricerca del fascino degli spazi aperti (molto sarebbe piaciuto a Kurosawa), impreziosito da una buona fotografia anche se privo di particolari sfarzi nei costumi oppure nelle locazioni sempre comunque abbastanza povere e per questo realistiche, calate nel tempo ma anche nella realtà in quanto la troupe si è recata apposta nei luoghi reali dove tutto avvenne per la migliore verosimiglianza possibile. Gli attori (per noi praticamente dei signori nessuno) caratterizzano per bene le sofferenze della popolazione mongola che invece di riunirsi e formare una potenza vive di lotte intestine, mostrano a dovere gli aspetti di una vita dura in tutti i suoi mutamenti, dove stare all'erta è l'unica maniera per poter sopravvivere.
Bello rivedere l'uso massiccio dei cavalli, gli stunt man che cadono old style dopo le ferite mortali dalla propria cavalcatura, gli scontri frontali tra eserciti o le visioni dall'alto (qui l'aiuto della tecnologia arriva comunque massiccio), dove le ferite sono sangue sprizzato dal corpo a dovere. Importante è notare come il senso dell'onore di Temujin e il suo coraggio lo facciano sempre rimanere impassibile di fronte alle decisioni da prendere, anche se sono dolorose ma doverose, come se il destino a cui lui si affida nella figura del lupo-mentore spirituale-icona sia una cosa predestinata e necessaria, se per caso dovesse per comodità abbandonare il suo codice rigido, la sua fine sarebbe comunque prossima.
Il film non è assolutamente pesante, la vita del conquistatore è mostrata nelle due ore in maniera molto precisa ma neppure didascalica, si limita a tratteggiare molto bene il personaggio con le sue azioni che fa e che subisce, mantenendo per questo un ritmo efficace senza annoiare mai. Alla fine può risultare anche lineare, ma se ci si pensa bene non è davvero così la cosa, dato che abbiamo un personaggio femminile molto forte e preponderante (la moglie che lo impreziosisce e lo ama profondamente, ricevendo in cambio rispetto e libertà di scelta) che fa andare su piani diversi la narrazione soprattutto nella prigionia del futuro Khan oppure quando deve scegliere come proseguire il cammino dopo un terribile evento. L'amicizia e il potere si fronteggiano, si scherniscono l'uno con l'altro modificando in maniera affascinante come potrebbero essere gli eventi quando si è passati dopo una fase di stima e un giuramento («Sto liberando mio fratello, non il mio nemico»).
Interessante notare come l'asciutezza priva di facili contaminazioni di spettacolarizzazioni tipicamente americane, rende la storia accessibile alla comprensione senza fastidio, anche se il fatto di fermarsi al momento in cui Temujin raduna i Mongoli e poi manca la parte della conquista successiva di nuovi territori, eseguita anche con feroci genocidi, dipinge il sovrano universale solamente come un uomo giusto ed equilibrato, rispettoso di regole ben precise che non devono toccare il nemico se non con onore e senza inutile ferocia.
Possiamo perdonare questa troncatura a mezzo, d'altronde altrimenti il film avrebbe avuto una durata monstre e magari esulava nella possibilità della realizzazione da parte della produzione.
Speriamo che adesso Bodrov non venga attirato dalle facili sirene del consumismo Hollywoodiano che saccheggia anche artisti russi (vedi il caso del prossimo action Wanted con il regista de I guardiani della notte chiamato a girarlo) a fare film diversi da questi, asciutti, interessanti, non consolatori, e che ben percorrono ritratti di personaggi dandone le varie connotazioni calandoli nella natura ostile ma anche affascinante.
In definitiva un film davvero interessante, con risvolti umani intensi della lotta per la sopravvivenza, che mostra l'ascesa al potere di un personaggio storico partendo dalla sua infanzia, senza dimenticare di mostrare spazi aperti brulli fotografati molto bene e che non risulta per nulla pesante, godibile da vedere per un intelligente fruizione, prestandosi a uno stimolante invito all'approfondimento post visione.
Quando il cinema si ricorda che essere espressivi non vuol essere ridondanti, possiamo davvero avere un beneficio personale davvero congruo come in questo caso.

Giudizio: 3.5


Recensione di ALBERTO DI FELICE

MongolC'è uno straccio bello lungo di culto della personalità in questa co-produzione al cui comando—sarà un caso?—c'è un russo, Sergei Bodrov. E se fra i paesi co-finanziatori non figura la Cina, ci si può accontentare del dato che principalmente in Cina sia stato girato, per ipotizzare quantomeno un favore delle autorità della Repubblica Popolare—evidentemente, non solo i funzionari provinciali del partito mandati nella profonda Mongolia Interna—verso un film che celebra quel grande condottiero che anche lui è alla ricerca di una "società armoniosa", persino a costo di dimezzarla nel numero dei componenti. C'è da scommettere che a Hu Jintao il film debba esser piaciuto parecchio; al Dalai Lama magari un po' meno.
Questi sospetti—ammettiamolo pure, un po' paranoici—vengono favoriti specialmente nel quarto d'ora finale, quando gli schieramenti diventano imponenti e la figura assorge (nel film non lo aveva ancora) a stato mitico. Per intenderci: al momento decisivo Gengis Khan guarda verso il cielo e questo si tempesta di nubi, che forse inconsciamente comanda, o forse è il contrario. Ma con ancor più solennità, la battaglia non la vediamo neppure: il momento sfuma eliso e riaffioriamo quando tutto è appunto "armonioso", con l'esercito del nuovo padrone mongolo disteso ordinato su due lati, mostratici in soggettiva.
Per ribadire l'ovvio, diremo che in effetti il film è la narrazione predominantemente soggettiva—per ellissi abbastanza ciclopiche—della piana leggenda del Khan (interpretato dal giapponese Tadanobu Asano), che si racconta lui stesso in commento over. È come fosse lui ad auto-addolcirsi valorizzando—oltre ogni cura storica sulla quale non stiamo qui a disquisire, anche perché chi scrive non è affatto qualificato—quell'economia di certezze che lo guideranno, facendo del tutto una questione di fedeltà fra fratelli amici/nemici e fra coniugi. Jamukha (Honglei Sun) e la bella Borte (Khulan Chuluun) lo oppongono e lo servono, e in questo triangolo la Storia si compie.
Escludendo la già accennata sovrabbondanza di verbo e figurazione glorificante nei segmenti conclusivi, questa limpida austerità drammatica compone un succinto poema epico di un elementare fascino esistenziale, transitante per una natura primigenia, nella quale l'azione è ancora colta dall'apparecchiatura audio-visiva—lodevole la fotografia digitale di Rogier Stoffers e Sergei Trofimov—nella sua sostanza fisica e non campeggiata da aneliti ipercinetici. Rimane da vedere dove porteranno i previsti due seguiti, anticipati da una reggia aggrappata alle montagne che chiude il film, sperando che questa coda portata oltre non allunghi solo il già fastidiosetto straccio del culto.

Giudizio:
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