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| La canzone più triste del mondo |
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| Mercoledì 23 Luglio 2008 04:58 | |||
Titolo originale: The Saddest Music in the WorldNazione: Canada Anno: 2003 Genere: Drammatico, Musical, Romantico, Fantastico, Commedia Durata: 100' Regia: Guy Maddin Cast: Mark McKinney, Isabella Rossellini, Maria de Medeiros, David Fox, Ross McMillan, Louis Negin, Darcy Fehr, Claude Dorge, Talia Pura, Jeff Sutton, Graeme Valentin, Maggie Nagle Produzione: Buffalo Gal Pictures, Rhombus Media Inc., TVA International Distribuzione: Fandango Data di uscita: 18 Luglio 2008 Trama: Winnipeg, Canada, 1933: il profondo della depressione. La proprietaria di una grande birreria indice un concorso con premio finale di 25.000$ che eleggerà la canzone più triste proveniente da ogni paese del mondo. Al concorso si iscrivono anche due fratelli che tornano dopo anni dal padre, anch'egli concorrente. Recensione di ALBERTO DI FELICE Nella lontananza di una fabbrica della fredda Winnipeg, quel genere strano che è il melodramma si acclimata agli alveoli surdimensionati e surgelati dell'alibi. L'identità del genere filmico, per sua natura sfuggente (tanto più nell'era in cui tutto è post) in quanto derivante—come insegnava Sirk—dal precario equilibrio fra “arte” e “spazzatura”, sgattaiola attraverso il blocco di ghiaccio dell'iglù di un chiromante nativo-canadese, come fa la stessa cultura nazionale. La finzione di un “altrove”, attraverso la chiamata a raccolta di tutto il mondo, con la moneta culturale di pronta comunicazione schematica che è la musica, è una chiara burla a poche miglia dalla patria dell'imperialismo culturale contemporaneo.Il Canada multiculturale se ne appropria per vendere la sua birra, e intanto subisce la colonizzazione di ritorno da parte dei suoi stessi espatriati, abituatisi alla nuova moneta di scambio dell'orecchiabilità e dello spettacolo. Il superamento e la negazione del legame patriottico (due figli scappati per vie opposte si fingono l'uno americano e l'altro serbo; il padre rimane solo a celebrare da reduce la «guerra per finire tutte le guerre») vengono a formarsi in un ritorno ad una contraffazione enfatica ed infuocata della messa in scena di un concorso per nazioni (o continenti, laddove non è ancora giunta a spartirli secondo lo schema statale la decolonizzazione: l'Africa partecipa con un'unica squadra), nel quale i paesi si rinfocolano e nel frattempo rivelano di starsi svendendo. Accade così che ad esser scialacquato in una vasca di birra sia l'intero sistema delle origini e dei ricordi, attratto nel vortice simbolico della fallita famiglia centrale, tre uomini (i due figli interpretati da Mark McKinneye e Ross McMillan, ed il padre di David Fox) senza la donna primogenia (la madre defunta del flashback a colori) ed impegnati nel tentativo di ritrovare una qualche gloria e stima personale. Tentativo, ovviamente, fallimentare, data la ghignante vendicatività della maîtresse dello show: Isabella Rossellini giudice e burattinaio dell'audio-visivo nella polare Winnipeg «capitale mondiale della tristezza». Come lei è il regista Guy Maddin, spietato e deliziato mitizzatore della sua città senza miti, nella quale si inventa un universo dove la pressione esercitata dall'iride ritrovato riaggrega una materia idrofoba allo stato cristallino. Qui le forme si ripetono lungo le distanze molecolari fra muto e sonoro, bianco e nero e colori, fin quando la piena esperienza della caduta dei confini apre e chiude un'enorme risata chiromantica che va a leggere a ritroso dentro il suo blocco di ghiaccio filmico. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: The Saddest Music in the World
Nella lontananza di una fabbrica della fredda Winnipeg, quel genere strano che è il melodramma si acclimata agli alveoli surdimensionati e surgelati dell'alibi. L'identità del genere filmico, per sua natura sfuggente (tanto più nell'era in cui tutto è post) in quanto derivante—come insegnava Sirk—dal precario equilibrio fra “arte” e “spazzatura”, sgattaiola attraverso il blocco di ghiaccio dell'iglù di un chiromante nativo-canadese, come fa la stessa cultura nazionale. La finzione di un “altrove”, attraverso la chiamata a raccolta di tutto il mondo, con la moneta culturale di pronta comunicazione schematica che è la musica, è una chiara burla a poche miglia dalla patria dell'imperialismo culturale contemporaneo.








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