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Titolo originale: id. Nazione: Italia Anno: 2008 Genere: Drammatico Durata: 108' Regia: Marco Bechis Cast: Taiane Arce, Alicélia Batista Cabreira, Chiara Caselli, César Chedid, Temily Comar, Nelson Concianza, Eliane Juca da Silva, Fabiane Pereira da Silva, Luciane da Silva, Camila Caetano Ferreira, Inéia Arce Gonçalves, Leonardo Medeiros, Matheus Nachtergaele, Urbano Palácio, Abrísio da Silva Pedro, Claudio Santamaria, Poli Fernandez Souza, Ademilson Concianza Verga, Luiz Mário Vicente, Ambrósio Vilhava Produzione: Classic, Rai Cinema, Karta Film, Gullane Filmes Distribuzione: 01 Distribution Data di uscita: 2 Settembre 2008
Trama: Dopo l'ennesimo suicidio che ha colpito la sua gente, Nadio decide di abbandonare la riserva indio per andarsi a riprendere le proprie terre usurpate dai fazendeiro, mentre il figlio "studia" da sciamano. Ma i nuovi proprietari delle terre cercano in tutti i modi di farli tornare alla riserva.
Recensione di EMANUELE RAUCO
Visitare le lontane terre amazzoniche, entrarne nella giungla e riprendere gli indigeni e i loro problemi è impresa da sognatori. E da folli. E infatti solo gente fuori dalla normalità come John Milius o Werner Herzog poteva arrivare a tanto. E non a caso Marco Bechis, oriundo tra i nostri più talentosi registi, ha impiegato molti anni per approntare il suo progetto che, in collaborazione con l'associazione Survival (che combatte per i diritti degli indio amazzonici), lo ha portato tra le afflitte popolazioni dei Guaranì-Kaiowà per raccontarne l'odissea, realizzando un film di indubbio interesse. Dopo l'ennesimo suicidio che ha colpito la sua gente, Nadio decide di abbandonare la riserva indio per andarsi a riprendere le proprie terre usurpate dai fazendeiro, mentre il figlio 'studia' da sciamano. Ma i nuovi proprietari delle terre cercano in tutti i modi di farli tornare alla riserva. Scritto da Bechis con Luiz Bolognesi e la collaborazione di Lara Fremder, un dramma sociale e civile, confinante con l'epico ma vicino al senso brechtiano del termine, che racconta temi e spazi memori del western (e del suo esordio Alambrado) per cercare di scavare in una realtà profondamente viva e attuale. Girato completamente in loco, col supporto delle reali tribù locali che hanno fornito anche molti attori, il film racconta la tremenda situazione degli abitanti originari delle terre interne del Brasile, confinati nelle loro riserve, costretti loro malgrado ad adeguarsi alla realtà coloniale che si fonda sul mercato e sul lavoro, privandoli di fatto della loro indipendenza e relegandoli a piccoli e mal pagati lavori di latifondisti aguzzini. Tanto che la vera piaga delle popolazioni è il suicidio, alternativa disperata alla mancanza di cibo e acqua, che arriva a colpire adulti e bambini. Aperto da un inizio che gronda acredine e ironia (gli indio pagati per far fessi i turisti), Bechis getta uno sguardo sulla contemporaneità di quel popolo, sul rapporto con le tradizioni e i nuovi bisogni indotti dal sistema sociale, raccontando una ribellione sotterranea e senza strepiti ma che prova a intaccare i bisogni e gli interessi capitalistici, come il lavoro e la proprietà privata, ma inquadrando la rivolta come un'illusione disperata, frenata da una sostanziale impossibilità di reagire. L'autore sceglie un tono e un approccio poco convenzionali, segna il suo discorso di morte (la costante presenza dello spirito di Anguè), e racconta gli istinti primari che emergono fuori dalle barriere sociali (il cibo, il proprio posto, il sesso), restando lucido e attento, ma anche freddo, distaccato, come meno coinvolto nel personale. Ovvio che la sceneggiatura, dovendo apparire in qualche modo esemplare, sceglie strade già percorse e intrecci tutto sommato prevedibili, ma gli da un tono acuto e interessante, e riempie il testo di sottotracce e personaggi secondari che arricchiscono e ampliano la base concettuale del film, dando modo alla regia di giocare con le ombre, con le inquadrature rivelatrici, coi piccoli dettagli, anziché coi maestosi paesaggi e curiosità folk fatte per ammansire l'occhio dello spettatore/turista. Come detto, il film non avrebbe lo stesso impatto senza l'uso di vere popolazioni indigene e di non attori come protagonisti, e se l'urlo finale di Abìsio Da Silva Pedro resta impresso, il portamento regale e lo sguardo fierissimo di Ambròsio Vilhalva si dimenticano difficilmente. Speriamo sia così anche per questo film che pochissimo concede alla ricerca di scorciatoie e facili mezzi empatici, e che crediamo che – per questo – sarà messo da parte.
Giudizio: 
Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: 
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