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WALL·E Stampa E-mail
Sabato 18 Ottobre 2008 12:20
WALL·E / LocandinaTitolo originale:      WALL·E
Nazione:      Stati Uniti
Anno:      2008
Genere:      Animazione, Avventura, Commedia, Per Famiglie, Romantico, Fantascienza
Durata:      98'
Regia:      Andrew Stanton
Voci originali:      Ben Burtt, Elissa Knight, Jeff Garlin, Fred Willard, MacInTalk, John Ratzenberger, Kathy Najimy, Sigourney Weaver
Produzione:      Pixar Animation Studios, Walt Disney Pictures
Distribuzione:      Walt Disney Studios Motion Pictures Italia
Data di uscita:      17 Ottobre 2008

Trama: La Terra è stata abbandonata da tempo dai suoi abitanti per via della spazzatura e dell'inquinamento; a governarla è rimasto solo WALL·E, un robottino da pulizia, che con l'unica compagnia di uno scarafaggio si dedica a impilare rifiuti fino a farne palazzi. Unico del suo tipo rimasto ancora attivo per errore – gli altri sono stati totalmente scollegati – ha sviluppato un'innaturale curiosità e sensibilità verso le cose degli umani, delle quali rivede a ripetizione la vhs di Hello, Dolly!. Un giorno una grande astronave deposita una sonda di controllo robot, chiamata EVE, molto più tecnologica e progredita di lui, della quale il tenero robottino si innamora. Nel deserto della Terra abbandonata nasce un inusuale rapporto, come una speranza di nuova vita di colore verde alla quale EVE è molto interessata.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

WALL·ETutto come previsto—e del resto (finanche troppo) prevedibile—in WALL·E. Prima caratteristica prevedibile, e saliente: siamo tutti umani, per primi quelli che non lo sono. L'antropomorfismo par dare un destino comune a ferraglia e ciccia (tanta ciccia), galleggianti nel vuoto astrale in cerca di una melodia sulla quale danzare, stringersi la mano e amarsi. Tutti uniti, ma non troppo: c'è ancora una divisione sociale abbastanza netta fra l'umano padrone e la macchina servitrice. La ferraglia fa da sonda, anzi da fine depositaria di sentimenti, un tempo nostri, conservati su un nastro magnetico, da contemplare ingranditi sotto una lente. L'umano può così, riscrutandoli, ricordarsi di guardare in faccia i suoi simili, e librare la propria fisicità nella riscoperta dei corpi.
Corpi, universo e spazzatura. Nella loro navicella spaziale superaccessoriata gli umani di WALL·E sono come cadaveri di grassi pesci, in un acquario tenuto artificialmente alla temperatura ideale per cullarli, facendo loro credere di essere al sicuro; fuori li osservano invece magnitudini galattiche, incommensurabili rispetto a quei corpi pur paffuti, a loro volta accomunate da un'apocalittica apatia, del pianeta e del cosmo tutto, verso il nostro destino. La nostra fine, alla fine, non sarà comune: il pianeta saprà trovare da sé nuovo verde, se ne avrà bisogno, la ferraglia sa costruirsi un mondo—anche affettivo—da sola, mentre a noi non resterà che svegliarci dal torpore se non vogliamo essere compostati in un buco nero dell'esistenza. Dobbiamo ricordarci, in altre parole, che siamo pesanti e che pesiamo sul pianeta.
La Pixar, pur sempre costola di una multinazionale, racconta questo bel “messaggio” facendo un gran tutt'uno di consumismo e critica al consumismo. Forse vince più il primo: d'altronde prima che tutti umani, siamo anche tutti inevitabilmente americani. Questo è un film, più che dedicato all'umanità rimasta (non si sa ancora per quanto) sulla Terra, concepito da e per gli Stati Uniti. Guardateli, quegli umani ben rubicondi sui loro mini-taxi personali: il ritratto degli stipendiati, delle casalinghe e dei rispettivi figli adolescenti che non vivono a Wysteria Lane, gli esseri comuni che risiedono (anche perché si alzano di rado) in medie cittadine sparse per gli USA dove oltre alle case monofamiliari si possono ritrovare solo una successione di supermercati, fast food (poi qualche chiesa evangelica) e centri commerciali. Il tutto replicato, con fare da metropoli ipertecnologica, nel film. Tutti ugualmente grassi, perennemente a succhiare dalla loro coppa calorica, quasi tutti bianchi—giusto qualche nero, e non ricordo latini o asiatici. L'idea neanche troppo deformata, insomma, di quello che dovrebbe essere ancora il cuore dell'America bianca predona di risorse. Loro stessi risorgeranno, e per questo finiamo per adorarli anziché detestarli.
Il presidente del pianeta (Fred Willard), poi, è l'amministratore delegato della definitiva multinazionale statunitense, che smessi tutti i convenevoli si è direttamente insediata nella sala conferenze della Casa Bianca sostituendo il proprio logo all'aquila presidenziale. Intanto, mentre ci viene ricordato che dovremo ripartire dalle piantine nascoste in uno scarpone di fortuna, galleggiamo anche noi nel grasso. Finita la proiezione avremo infatti più voglia di andare a collezionare cose come fa il robot protagonista (magari comprando ai nostri figli i giocattoli del film) piuttosto che di piantare verdi semi nel giardinetto di casa, ammesso che ne abbiamo uno. Forse è stato tutto un viaggio allucinogeno (d'altronde il capitano grida «Dov'è l'erba?»): torniamo dunque a far quello che sappiamo far meglio—la spazzatura.

Giudizio: 2.5


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

WALL·EPrima del film, è presente come d'uso il corto Presto, privo di dialoghi. Ritorna la Pixar, e come ogni volta è un nuovo evento. Questo nuovo lungometraggio animato (diretto da Andrew Stanton, lo stesso di Alla ricerca di Nemo) va anche oltre ai soliti grandiosi meriti: per lungo tempo è praticamente un film senza parole, con solo rumori di fondo, tutto basato sulla comunicazione mimica che fece la fortuna del grande Charlot e del suo mitico e poetico vagabondo con bastone e bombetta. WALL·E è un robottino tenero e dolce che vive solitario (unica compagnia uno scarafaggio) sulla Terra abbandonata dai suoi abitanti; tutti gli uomini sono fuggiti da 700 anni su una gigantesca stazione spaziale (la Axiom) per sfuggire all'inquinamento e alla spazzatura, e lui non è stato spento per errore, unico nel suo genere. Il suo nome deriva dall'azienda che lo ha prodotto (Waste Allocation Load Lifter Earth), e ha un solerte scopo nella vita: impilare diligimente rifiuti fino a farne palazzi. La sua vita solitaria gli ha dato una grande dote: ha sviluppato una personalità. Curioso e reattivo verso le cose, la sera si ritira nel suo rifugio a vedere la vhs di Hello, Dolly! sognando di trovare una compagnia chissà dove. Il suo sogno un giorno si realizza: una grande astronave deposita una sonda robot di controllo chiamata EVE, dotata di una tecnologia di molto superiore alla sua. WALL·E ne è subito stregato, ma lei si dimostra molto più dura – ed è anche armata –, soprattutto disinteressata a costruire un rapporto ma decisa ad obbedire a una misteriosa direttiva. Il cuore meccanico di WALL·E si spezza, ma il ritrovamento di una piantina tra le macerie del deserto terrestre sta per far partire una grandiosa avventura stellare.
La Pixar, già con i suoi meravigliosi corti, ha dimostrato quanto forza sappia dare alle immagini senza bisogno di usare dialoghi, e adesso con questo ennesimo grandioso lavoro (ogni volta sono superiori anni luce in ogni reparto alla concorrenza Dreamworks e affini) dimostrano quanta classe abbia la scuderia fondata da John Lasseter come costola Disney ed ora praticamente totalmente indipendente se non per la distribuzione.
Il primo tempo, osiamo dirlo, è a dir poco sensazionale: il tenero robottino pulitore (che ricorda molto nelle fattezze quello di Corto circuito, film che a furia di volerci far rendere simpatico a tutti i costi il robot ottenne l'effetto contrario) ha un anima pura, scartando le parole (non i suoni) ed utilizzando arrugginito materiale di scarto e ricambio, gli autori eseguono una fievole danza poetica di rara bellezza attorno al paesaggio postatomico della Terra con evidente omaggio alla voglia che ha di trovare compagnia e amore il piccolo indifeso WALL·E. La musica e la danza sono il messaggio preponderante di vita presente nel film: oltre all'inizio alla West Side Story con i palazzi ripresi dall'alto, abbiamo il dichiarato omaggio a Hello, Dolly! di Gene Kelly, ma abbiamo anche il ballo delle astronavi di 2001 (film spunto cardine, presente anche con la colonna sonora e l'occhio rosso di HAL 9000). Danzando e ballando si riescono a ritrovare le emozioni sincere, risveglia le coscienze sopite dando nuova vitalità come il comparto finale dimostra.
Le denunce ecologiche sono molteplici: oltre a quella ovvia del degrado da non sottovalutare, c'è quella dell'imbarbarimento tecnologico, che a furia di vivere con esso e far conto su di esso, ti fa perdere ogni traccia di umanità. La semplicità della prima parte del film (diviso idealmente in due tronconi) ha molto più fascino della estrema tecnologia della seconda (qui omaggio a Star Wars per l'ingresso delle navi), pulita ma emozionalmente asettica, scevra di pericoli ma privata di ogni intelletto e iniziativa («Facciamo qualcosa, qualunque cosa! Anche se non ho idea di cosa!» dice uno dei fuggevoli figuranti). Sono i robot con personalità oppure quelli “freaks” che possono dare la giusta scossa al torpore delle coscienze, genio, diversità, sregolatezza, iniziare a far capire che le direttive possono essere delle belle cose ma prima deve venire l'amore e il sentimento. La storia di EVE, WALL·E e uno scarafaggio, di sentimento ne ha da vendere, il meraviglioso è che lo faccia con cose semplici e non luccicanti, pescando nel meglio del nostro cinema (inteso non come nazionale ma patrimonio mondiale da difendere coi denti da parte di tutti) per darci emozioni infinite.
Dal punto di vista tecnico, c'è l'inserimento breve di attori veri nei comunicati, se da un lato poi i paesaggi sono stupefacenti e i robot strepitosi, l'eccessiva iconografia a rotondità degli umani nuoce qualcosa all'impatto scenico. Dettagli comunque, che si perdono in un mare stupendo. C'è da segnalare che finché il film non parla è come Chaplin, tracima di perfezione, per poi non essere così totalitario nel momento in cui i soli suoni si coniugano con i verbi.
In definitiva un film animato lungamente perfetto nella sua metratura, compreso il corto iniziale retró-style, una danza di poesia dal fascino sublime da cui non si può non rimanere stregati, che coniuga immagini realizzate alla grande con sentimenti semplici che non diventano mai diabetico miele, rimanendo totalmente puri. Le macchine che si umanizzano sono una cosa meravigliosa, gli uomini che si robottizzano sono la morte dell'intelletto e della morale.
La Pixar ha colpito di nuovo alla grande, l'incredibile è che riesca a farlo con cadenza fissa annuale in maniera tanto stupenda, come e più di prima ogni volta.

Giudizio: 3.5


Altri giudizi della redazione:

Emanuele Rauco: 3.5
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