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Tropic Thunder Stampa E-mail
Lunedì 27 Ottobre 2008 01:01
Tropic Thunder / LocandinaTitolo originale:      Tropic Thunder
Nazione:      Stati Uniti, Germania
Anno:      2008
Genere:      Azione, Avventura, Commedia
Durata:      107'
Regia:      Ben Stiller
Cast:      Ben Stiller, Robert Downey Jr., Jack Black, Jay Baruchel, Brandon T. Jackson, Steve Coogan, Nick Nolte, Tom Cruise, Matthew McConaughey, Bill Hader, Reggie Lee, Trieu Tran, Brandon Soo Hoo
Produzione:      DreamWorks SKG, Red Hour Films, Road Rebel
Distribuzione:      UIP
Data di uscita:      24 Ottobre 2008

Trama: Degli spocchiosi attori, divenuti famosi per aver partecipato a filmacci di cassetta, ma davvero penosi, vengono reclutati per fare un film sulla guerra del Vietnam. Il responsabile della produzione, dopo l'ennesimo fallimento di una scena clou e i costi del film che raggiungono cifre vertiginose senza risultati, minaccia di licenziamento l'incapace regista. Per evitare il provvedimento, al poveretto viene consigliata una soluzione geniale: mettere gli attori in una zona controllata dalle telecamere all'interno di una vera guerra, nella quale la minaccia è rappresentata da dei trafficanti di droga che vivono in stile vietcong. Credendo di recitare un copione, i figuranti percorrono la foresta inconsapevoli, incapaci persino di leggere correttamente una mappa.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

Tropic ThunderL'ultima, attesa fatica del Ben Stiller regista, ancor più della precedente, è da prendere (relativamente) sul serio. Dirò meglio: è da prendere con una certa coscienza dell'importanza della materia. Letto subito dopo Zoolander, Tropic Thunder fa trasparire ancor più la molla che Stiller stuzzica: l'ego disumano di un sistema economico, ed in particolar modo le modalità con cui riesce a mettersi in scena—riformulando: le modalità con cui riesce a darcela a bere. Modelli nell'uno e attori nell'altro, i personaggi sono tutti invariabilmente preda di un'unica espressione, sono articoli del biz. Sono tutti i “my man” o i “my boy” di qualcuno—non lo sanno, ma «una scimmia monca sarebbe più in gamba» di loro.
Non starò qui ad annoiarvi sui vari, per lo più scontati livelli metatestuali del film: già la prima sequenza li svela in maniera chiarissima, di modo che messi dalla parte del regista (Steve Coogan) che attende la lacrima siamo assieme spettatori e burattinai anche noi. Mi interessa più notare come, in linea con quanto appena detto, gli attori stessi si prestino di propria sponte al gioco. Colui che pronuncia la frase virgolettata di poco sopra, ad esempio, è Tom Cruise, nei panni di un superproduttore in stress automotivazionale che se ne sta quasi sempre (vale a dire, quando non balla) dietro una scrivania a dar pugni in faccia a distanza, disegnando la strategia di battaglia per vendere la sua futura produzione al pubblico: ebbene, costui altri non è—aggiunti anni e chili, tolti un po' di capelli—che lo stesso Cruise nel suo ruolo direttamente precedente nei panni del rampante senatore Irving in Leoni per agnelli.
Ancora più cabalistica è la maschera di ferro Robert Downey Jr., in tripla corazza antiscivolo: nel nocciolo l'attore in persona come mamma l'ha fatto (che non si vede), sopra un vuoto divo australiano biondo e con gli occhi azzurri (e relativo accento), sopra ancora un nero volgarizzato ad archetipo blackface in pura tiratura happy-go-lucky (e relativo accento—va da sé che il doppiaggio, peggio che per gli altri, ha letteralmente ucciso una performance originale pienamente da tripudio). Il trono va appunto a lui e Cruise, difficilmente resistibili come aggressivo-frustrata sollecitazione ormonica di potere e fama magnificata dal linguaggio degli slogan, dei quali sono i primi a convincersi da adepti.
Dicevo dell'importanza della materia: senza timore di esagerare, questo film ha tutta la dignità (e forse maggior peso pubblico) di un saggio di psicopolitica chomskiana. Basti pensare al riflesso pavloviano suscitato nella platea statunitense di fronte al discorso—un pezzo di dialogo da incorniciare—col quale blackface Downey Jr. istruisce il collega Tugg Speedman (Stiller) sulla regola fondamentale della rappresenzazione dell'handicap a Hollywood: «Never go full retard», dice, lo sanno tutti. Puntualmente, le organizzazioni della “società civile” sono insorte, troppo obnubilate da una political correctness costruita in casa per poter essere libere di afferrare la sostenutezza del messaggio.

Giudizio: 2.5


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Tropic ThunderTropic Thunder, ovvero il Vietnam dissacrante (ma fino ad un certo punto) con Ben Stiller, Jack Black, Robert Downey Jr., diretti dallo stesso Stiller, che torna dietro la mdp dopo 7 anni dallo stracult Zoolander. Con questi attori e un budget per gli effetti non certo da poco ci sono in campo tutti gli elementi, uniti a delle miniparticine più o meno lunghe di grande impatto (come quella di un Tom Cruise bravissimo ed incredibile, grasso e pelato) per costruire un film di intrattenimento di spessore che voglia però dire anche qualcosina in più. Su questo valore aggiunto torneremo dopo; partiamo ora con la trama, che vede protagonisti un gruppo di attori pieni di sé e poco consci di uno scarso livello recitativo, che sono alle prese con un film improntato sulla guerra del Vietnam (omaggi a valanga per il capolavoro di Coppola Apocalypse Now ma anche per Platoon, ma ne potete trovare un sacco di altri non direttamente sul Viet, come Il ponte sul fiume Kwai o Rambo).
La produzione fornisce un budget faraonico, ma quando il regista (Steve Coogan) incomincia a sprecare troppe risorse stupidamente, il mega-magnate Len Grossman (Cruise) si arrabbia e minaccia di licenziarlo, a suon di pugni oltretutto; al tapino dietro la mdp non resta altro che accettare il consiglio del veterano monco delle mani Quadrifoglio Tayback (Nick Nolte), della cui vita il film nel film è una biografia, di mandare i 5 attori a fare un crudele reality war, dove a loro insaputa i proiettili sono veri e i nemici (dei trafficanti di droga) li vogliono morti sul serio. Il gruppo, capitanato da Tugg Speedman (Stiller), si perde nella foresta credendo sia tutto un copione, ma a poco a poco scoprirà l'amara verità. Tutta la loro boria scomparirà insieme ai loro agi, mentre un manager di buon cuore (Matthew McConaughey) farà di tutto per salvarli contro il volere della produzione.
Un film decisamente geniale. Partendo dai fake trailer situati prima del film, con i quali veniamo a conoscere le pellicole di serie Z che hanno fatto famoso il gruppo di attori: Stiller è il protagonista della serie Scorcher (“Torrido”), giunta al capitolo 6 (5 capitoli in un mondo pervaso dalle fiamme e uno dal ghiaccio); Black è il protagonista moltiplicato, stile Eddie Murphy ne Il professore matto, della famiglia grassa e scoreggiona The Fatties; Downey Jr. (in un periodo d'oro di carriera dopo la prova convincente di Iron Man) è un frate stile Brokeback Mountain che allunga mani e sguardi su Tobey ‘Spiderman’ Maguire nel film Satan's Alley (“Il viale di Satana”).
Prendendo a spunto vari film e omaggiandoli apertamente (bellici ma anche come I tre amigos di John Landis), Stiller costruisce uno dei più riusciti demential-satiric movie degli ultimi tempi, dotato di un ritmo sfrenato, una carica adrenalinica fortissima e pieno di battute sagaci. Tra l'altro anche la dose di splatter è ben presente, con arti mozzati e teste impalate su fucili. In alcuni momenti sembra di vedere un film serissimo sul Vietnam, ma poi si vira come su un ottovolante senza freno presentando situazioni a dir poco assurde tanto quanto intelligenti. Effetti speciali di grandissimo pregio, come esplosioni e spari, sono il fertile corollario per l'azione che si sviluppa, sospesa tra protagonisti seri e pensatori (a loro modo comunque completamente sbilenchi) come Downey Jr. (in versione nera, dopo un'operazione alla pelle stile Jackson al contrario) oppure completamente folli nello stile del drogato all'ultimo stadio di Jack Black (in versione biondo e che appare anche in mutandoni). Se ci si riflette non si può non applaudire certe trovate prese da chissà dove (come il soldato Alpa Chino o lo straniante capobanda dei trafficanti) mentre la trama ci riserva varie sorprese, non tutte belle per i protagonisti ma di sicuro divertimento per noi (come ciò che accade dopo che Stiller ha commesso un atto contro una cosa da lui amata).
In questo rutilante carrozzone motivato dalla follia e superbia da palcoscenico, il valore aggiunto, di cui si parlava all'inizio, è dato dalle frasi a lama rovente che vengono dette contro l'industria del cinema, come il discorso sul fatto che la pornografia decida i formati dell'home video oppure il fatto che gli attori famosi stanno bene attenti a fare dei pazzi puri ma solo dei diversamente abili “geniali” – viene citato Rain Man – per non incanalare la loro icona in un modello non vincente (Stiller, invece, oltre al torrido, fa anche Sam il sempliciotto, un personaggio che povero di testa, per dirla alla Fellini, lo è e basta). Critica dei sistemi home video che va oltre, presentando la riscoperta del vhs: le immagini e i film, sono belle ed importanti per chi le ama senza guardare il formato. I comprimari poi sono addirittura perfetti, partendo da un cattivissimo Cruise che si apre la camicia e fa una danza hip-hop per festeggiare i soldoni guadagnati, un Nick Nolte ancora in forma nonostante l'età sul groppone che salta come un ragazzino, a McConaughey diviso tra il desiderio di un aereo e una crisi di coscienza.
Inutile aggiungere altro. In definitiva un film imperdibile per il divertimento, davvero ben fatto; vero che per lunghi tratti è un omaggio a cult capolavoro (pure il bovino di Apocalypse Now hanno messo), ma non si perde mai in stupidaggini, segue il suo ritmo e la sua linea, utilizza al meglio un trio di istrioni in palla come pochi, incuranti di ogni cosa e che si devono essere divertiti da matti nel rappresentarlo. E dato che hanno ampiamente divertito con intelligenza anche noi, dobbiamo proprio dire che il tuono dopo la visione sa di vittoria.
Alla fine del film, numerosi cammei di attori famosi alla finta serata degli Oscar.

Giudizio: 2.5


Altri giudizi della redazione:

Emanuele Rauco: 3
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