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| Giù al nord |
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| Mercoledì 05 Novembre 2008 00:42 | |||
Titolo originale: Bienvenue chez les Ch'tisNazione: Francia Anno: 2008 Genere: Commedia Durata: 106' Regia: Dany Boon Cast: Kad Merad, Dany Boon, Zoé Félix, Lorenzo Ausilia-Foret, Anne Marivin, Philippe Duquesne, Guy Lecluyse, Line Renaud, Alexandre Carrière, Patrick Bosso, Zinedine Soualem, Michel Galabru, Stéphane Freiss, Jérôme Commandeur, Fred Personne Produzione: Pathé Renn Productions Distribuzione: Medusa Data di uscita: 31 Ottobre 2008 Trama: Philippe ha un sogno: diventare direttore di un ufficio postale della Costa Azzurra, dove sogna di trasferirsi con la famiglia, la moglie e un figlio. Purtroppo i posti disponibili sono continuamente presi da dei disabili che gli passano davanti in graduatoria, mandandolo in uno stato di depressione. Cercando di soddisfare le speranze della moglie Julie, l'uomo si finge egli stesso disabile per prendere uno dei posti liberi. Ma il trucco viene scoperto e per punizione Philippe è costretto a trasferirsi in un ufficio disperso nel Nord della Francia, che la leggenda vuole freddo, disagiato e del tutto privo di ogni comodità, oltretutto abitato da cittadini tutt'altro che amichevoli. Con la morte nel cuore Philippe si avvia verso la destinazione; quando vi giunge le sorprese saranno a dir poco incredibili. Recensione di PIETRO SIGNORELLI Inutile nascondersi dietro un dito: negli ultimi tempi le commedie come le sanno fare in Francia nessuno è capace. Un mix perfetto di comicità e sentimento, che diverte lo spettatore in maniera raffinata ed intelligente senza usare bonone discinte, peti e rutti o altre amenità, ed in più permette di poter lanciare qualche messaggio buonista di fraternizzazione. Dopo film come La cena dei cretini e Omicidio in Paradiso di qualche anno fa, adesso abbiamo quest'ottimo Giù al nord, titolo un davvero fantasioso che gli italici distributori si sono inventati, visto che l'originale indica il benvenuto presso la popolazione (l'etnia) locale avuto da un direttore delle poste francese, interpretato con una girandola infinita di moine ed espressioni da Kad Merad (da ricordare la sua presenza nell'emozionante Les choristes – I ragazzi del coro). In Francia questo film ha sbancato i botteghini, superando, a quanto pare, anche gli incassi locali francesi avuti dal Titanic, facendo ridere a crepapelle gli spettatori come il trailer e il manifesto indicano.Cosa possiamo aspettarci noi italiani da una commedia di questo tipo? Certamente perdiamo qualche passaggio rispetto ai cittadini d'oltralpe, un pò come se dovessimo proporre a loro un film che parla dei luoghi comuni di un milanese rispetto a un palermitano; ma sicuramente la dose di risate, divertimento e soddisfazione rimane davvero elevata. Merad è Philippe, un direttore delle poste che sogna il trasferimento in una località amena della Costa Azzurra con la moglie Julie (Zoé Félix) e il figlio. Purtroppo questo trasferimento è osteggiato dalla presenza dei diversamente abili, che continuano a prendere posto davanti a lui in graduatoria. Stanco della situazione e preso dalla voglia di inorgoglire Julie, decide di commettere un atto di vigliaccheria: fingersi un disabile. Il trucco viene scoperto per colpa di una sua leggerezza, e per punizione Philippe viene mandato in una dispersa località del Nord del paese. La leggenda narra che in quei luoghi il tempo sia freddo, i cittadini buzzurri e inospitali parlino un dialetto incapibile, la vita sia povera di ogni possibilità di serenità e divertimento. Infatti Julie non lo segue terrorizzata da cosa può trovare, e lui parte con la morte nel cuore, tra il cordoglio di tutti che lo prendono come un atto disperato. Quando arriva, dopo un terribile impatto iniziale, scopre una realtà del tutto diversa. Per Philippe comincia una nuova vita, ma per poterla gestire deve mentire alla moglie sulle leggende che descrivono il Nord. Ma a furia di raccontare balle, il gioco di menzogne rischia di trascinarlo nei guai. Dany Boon (qui regista e anche interprete co-principale, è il tenero postino/campanaro Antoine Bailleul) orchestra un intelligente gioco di mitizzazione iniziale al negativo (la leggenda metropolitana sul Nord che il suocero di Phlippe esprime con parole terrorizzanti ed iconizzanti) per poi voltare completamente la frittata, chiedendo di imparare a dovere la lezione che nulla è come lo si indica finché non viene conosciuto, scoprendo insieme a questo anche la voglia di essere se stessi. Dopo l'inizio divertentissimo con i cartelli stradali che riportano i credits, partiamo a conoscere Philippe come persona buona e gentile, che per amore della moglie vuole avere un posto più al sole e rinomato; questo nobile intento nasconde una insoddisfazzione di coppia di base, i due si stanno raffreddando pericolosamente anche se non lo percepiscono mentalmente e non se ne accorgono. Quando Philippe parte per la punizione (come se fosse un funerale, gli scambi di battute con un poliziotto che rivedrete spesso nel film sono eccezionali) capisce che forse stare lontani può aiutare, e si inventa delle situazioni del tutto campate in aria per raccontare quel che vogliono amici e familiari (la leggenda metropolitana confermata) facendosi ammirare per una sua resistenza situazionale non vera. Tutto falso quindi, come tante cose che reggono di facciata ma non di sostanza, destinate con il tempo a sgretolarsi; gli abitanti della cittadina invece sono magari campagnoli e sempliciotti, ma essendo sempre se stessi possono insegnare parecchio. I protagonisti della vicenda, cioè i teneri impiegati postali, sono simpatici e ci si affeziona subito, nella loro bonarietà entrano a far parte della vicenda donando un surplus di genuino sorriso. La comicità, sempre garbata, che scaturisce da queste contraddizioni è assolutamente esplosiva; il dialetto che parlano storpiando i termini normali (la parola «coglione» diventa «scrotarolo», «miseriaccia» si trasforma in «vaccapuzza») o usando le «s» come «sci» (cosa diventa coscia) è divertentissimo, originale, i doppiatori italiani hanno fatto un lavoro egregio a riadattarlo dal francese e gli stessi attori devono aver fatto una fatica enorme ad usarlo mentre recitavano senza poter ridere (come dimostrano gli errori fuori scena presenti sui titoli di coda che vi consigliamo di non perdere). Il paesino tanto temuto diventa un coacervo di nobiltà rispetto alla città perbenista ma del tutto falsa, come dimostra il collega di Philippe, sempre all'erta per non essere scoperto da alcuno. Entriamo che partiamo a ridere di gusto, sostiamo con parecchi momenti che non riusciamo a frenare le risate, usciamo dal cinema con un dolce retrogusto di amicizia e di romanticismo, grati ad una commedia che ci ha soddisfatto completamente in un benefico insieme di rilassamento e pacato sentimentalismo. Serve dare, oltre a questa frase, un giudizio di definitiva che possa convincervi a non perdere questo lavoro tanto riuscito? Tra non molto siamo in zona cinepanettone, dalle italiche menti si partoriranno i soliti prodotti di valore e spessore sempre uguale: se non riuscite a saltarli accompagnando la tradizione di altri o fidelizzazione vostra, fatevi almeno un parametro per loro impietoso, per capire bene cosa sia la risata spontanea rispetto a quella a denti stretti derivata dalla fantasia zero della battuta. Giudizio: ![]() Recensione di EMANUELE RAUCO Torniamo a parlare di doppiaggio, e lo faremo qualvolta ce ne sarà occasione o bisogno: perché chi scrive, stanco della solita tiritera sui doppiatori italiani che sarebbero i migliori al mondo, ritiene il doppiaggio come unica possibilità di vedere un film in sala una pratica barbara, incivile e anti-culturale. Perché azzera il lavoro sul sonoro e sugli attori, e perché permette di violentare un film, non più considerato opera unica.Riprova, invero inoppugnabile, arriva dalla nuova commedia di Dany Boon, comico francese che ha realizzato – con questo film – il più grande incasso nella storia del cinema francese, e lo fa con un film tutto incentrato sulla geografia francese e sulle lingue e i dialetti locali. Divertente, forse, anche perché totalmente intraducibile. Philippe, ossessionato dalla moglie che vorrebbe vivere sulla Costa Azzurra, bara a un concorso pubblico: lo scoprono e per punizione lo mandano nel terribile Pas de Calais, in cui parlano l'incomprensibile Ch'tis. Ma la realtà si rivelerà più piacevole di ciò che sembra. Scritto dal regista con Alexandre Charlot e Franck Magnier, una commedia brillante e popolare, contraltare medio-basso al filone parigino, molto più radical-chic, tutta basata su parole storpiate ed equivoci culturali, molto fedeli alla tradizione comica francese, ma completamente impresentabili nell'adattamento fatto da Francesco Vairano, direttore del doppiaggio. Evidentemente giocato sulla contrapposizione tra Marsiglia e il Nord della Francia, visto peggio della macchia sarda, anche dal punto di vista dei contenuti si divide in due tronconi: uno, quello con base al Sud, riflette sulla percezione e le aspettative, su cosa siamo disposti a fare per non deludere l'altro e quali sono le ragioni che portano alla menzogna; l'altro, nella landa del terrore nordico, è un classico apologo sull'idiot savant, con la classica retorica della provincia cafona, ma buona e serena. Così, gli espedienti da farsa popolare (divertentissima la gag dell'ispettore) ammiccano alla commedia classica, l'umorismo semplice e di grana grossa si vena di tocchi surreali e paradossali che ravvivano un film sostanzialmente banale e sempliciotto, ma efficace nell'impianto e nella realizzazione, che soffre dell'impossibilità di un'esportazione, visto che in italiano i giochi di parole si perdono e i doppiatori devono arrangiare 3-4 dialetti per provare a riprodurre il suono dello Ch'tis. La sceneggiatura subisce lo stesso trattamento del film nel suo complesso e a una parte meridionale curata negli equivoci e nella tagliente ironia di fondo, se ne contrappone una settentrionale facilotta, e già sentita; invece la regia è coerente in una piattezza di fondo, e in una staticità, lontana dalla tradizione comica francese, che si ravviva solo nella divertente sequenza della messinscena per la moglie di Philippe. Film medio, che costeggia il mediocre ma se ne tiene fuori grazie al giusto spirito, incarnato dalla simpatia dei protagonisti, Kad Merad e lo stesso Dany Boon, ben supportati dal cast di contorno. Se solo poi avessimo l’opportunità di vederlo in sala con la lingua originale e qualche sottotitolo d’appoggio sarebbe meglio, ma anche coi sottotitoli un prodotto del genere è inesportabile in partenza. Giudizio: Altri giudizi della redazione: Alberto Di Felice: ![]()
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Titolo originale: Bienvenue chez les Ch'tis
Inutile nascondersi dietro un dito: negli ultimi tempi le commedie come le sanno fare in Francia nessuno è capace. Un mix perfetto di comicità e sentimento, che diverte lo spettatore in maniera raffinata ed intelligente senza usare bonone discinte, peti e rutti o altre amenità, ed in più permette di poter lanciare qualche messaggio buonista di fraternizzazione. Dopo film come La cena dei cretini e Omicidio in Paradiso di qualche anno fa, adesso abbiamo quest'ottimo Giù al nord, titolo un davvero fantasioso che gli italici distributori si sono inventati, visto che l'originale indica il benvenuto presso la popolazione (l'etnia) locale avuto da un direttore delle poste francese, interpretato con una girandola infinita di moine ed espressioni da Kad Merad (da ricordare la sua presenza nell'emozionante Les choristes – I ragazzi del coro). In Francia questo film ha sbancato i botteghini, superando, a quanto pare, anche gli incassi locali francesi avuti dal Titanic, facendo ridere a crepapelle gli spettatori come il trailer e il manifesto indicano.
Torniamo a parlare di doppiaggio, e lo faremo qualvolta ce ne sarà occasione o bisogno: perché chi scrive, stanco della solita tiritera sui doppiatori italiani che sarebbero i migliori al mondo, ritiene il doppiaggio come unica possibilità di vedere un film in sala una pratica barbara, incivile e anti-culturale. Perché azzera il lavoro sul sonoro e sugli attori, e perché permette di violentare un film, non più considerato opera unica.









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