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Si può fare Stampa E-mail
Sabato 08 Novembre 2008 00:08
Si può fare / LocandinaTitolo originale:      Si può fare
Nazione:      Italia
Anno:      2008
Genere:      Commedia, Drammatico
Durata:      111'
Regia:      Giulio Manfredonia
Cast:      Claudio Bisio, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston, Giorgio Colangeli, Bebo Storti, Andrea Bosca, Giovanni Calcagno, Michele De Virgilio, Carlo Giuseppe Gabardini, Andrea Gattinoni, Natascia Macchniz, Rosa Pianeta, Daniela Piperno, Franco Pistoni, Pietro Ragusa, Franco Ravera, Maria Rosaria Russo
Produzione:      Rizzoli Film
Distribuzione:      Warner Bros. Pictures Italia
Data di uscita:      31 Ottobre 2008

Trama: Milano, Anni '80. Nello è un sindacalista rampante, innovativo e deciso. Purtroppo le sue idee sono troppo progressiste, scomode per il sindacato e il luogo di lavoro. Lasciato a se stesso da ambedue le sue occupazioni, viene costretto a gestire una cooperativa di persone con gravi problemi psichici, appena uscite grazie alla legge Basaglia 180/78 dai manicomi. Queste persone sono imbottite di medicine che le rendono poco reattive e occupate con blandissimi lavori. Nello vede in loro un potenziale ben diverso, e contro il parere dei medici li esorta e li istruisce per fare un lavoro imprenditoriale come parquettisti. I malati ne giovano, diventano consci delle loro possibilità e guardano con altri occhi il loro reinserimento nella società. Ma purtroppo altri problemi sono dietro l'angolo, e Nello deve cercare di compattare il gruppo per portare avanti l'attività.

Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Si può fareChissà cosa deve aver pensato l'editore di Tex Sergio Bonelli quando uno dei ragazzi con problemi psichici (che aveva il sogno di diventare sceriffo) ha detto a Bisio (che interpreta il coraggioso sindacalista Nello) che i fumetti di Tex «fanno ridere!» regalandogli uno scatolone dei vecchi albi rigorosamente degli (o ante) Anni Ottanta. Il significato di quella battuta ampiamente marcata è fumoso, non si capisce dove si voglia arrivare con essa; magari si sottintende che la vita e violenza del Far West sono molto più facili e semplici di quella in un manicomio, dove le violenze morali sono all'ordine del giorno e ci vorrebbe altro che un ranger per aiutare gli ospiti della struttura.
Giulio Manfredonia ha diretto il film con Albanese È già ieri e ora si dedica a questo lavoro onesto ma non certo approfondito e urticante per le coscienze come dovrebbe. Prendendo spunto da un fatto realmente accaduto, cioè l'inserimento in cooperative di lavoro delle persone che erano molte volte lasciate a se stesse nei manicomi, si romanza la storia di un gruppo milanese di esse (l'unica cosa completamente vera e riconosciuta rispetto alla cooperativa originale che viene mostrata nel film fu il lavoro prestato, cioè quello di rifare pavimenti di parquet) coordinato da un volonteroso sindacalista di nome Nello, il quale ha dei problemi con la fidanzata Sara (Anita Caprioli, buona caratterista) e con la sua doppia occupazione. Il sindacato gli rinfaccia di essere troppo progressista e lo caccia; il suo capo (un Bebo Storti in versione odioso capitalista) fa lo stesso, lo caccia dandogli dell'immobilista. L'unica possibilità di poter fare qualcosa viene dalla legge Basaglia 180/78, che chiude i manicomi e vuole reinserire i suoi sfortunati ospiti in altri ambiti.
Nello accetta di aiutarli, ma la cosa non è davvero facile, soprattutto perché le autorità mediche riempiono di pillole e farmaci i malati per renderli malleabili e calmi, e loro stessi non hanno la minima fiducia nel loro potenziale nascosto. Ma iniziata l'attività della cooperativa (chiamata n°180 in onore della legge salvamalati) le cose cambiano, i risultati cominciano ad arrivare. Purtroppo queste persone non possono guarire solo con questo, e il passo successivo, cioè ridurre i medicinali che li rimbambiscono, è davvero pieno di incognite ed insidie, mentre per Nello le cose con Sara (che fa la stilista con buoni risultati) vanno di male in peggio.
Un film buono nelle intenzioni ma purtroppo con toni di commedia leggera ben poco adatti per il tema tanto difficile e delicato. Avere Bisio come attore per tale ruolo non era già un grosso punto di vantaggio: l'attore capo di Zelig ce la mette tutta per essere convincente ma siamo davvero in apnea recitativa subito all'inizio; molto meglio di lui fanno come non protagonisti Giuseppe Battiston (un volto ormai noto del cinema italiano, era con Bisio anche nel recente film sul calcetto) nella parte di un collaboratore medico di buon cuore, e Giorgio Colangeli nella parte del dottor Del Vecchio, poco progressista e intenzionato a continuare la cura a base di una dose potente di medicine.
Il vecchio e il nuovo sistema si scontrano, progressismo contro immobilismo, e il film gira e funziona senza essere pedante o noioso facendoci anche sorridere amaro; purtroppo però non è mai palpabile la tragedia della condizione, perché alcuni malati sono più delle macchiette che altro (vedi l'appassionato di motori), poi a rinnegare la buona partenza vengono introdotti degli elementi, guarda caso il sesso, che rovinano tutto l'impianto narrativo.
Non possiamo credere che si possa consapevolmente portare a far sfogare a tutto il gruppo maschile (alle malate no?) gli istinti repressi come se fosse una gita da gruppo vacanze Piemonte, con tanto di canto e pulmino, da delle prostitute amorevoli e comprensive che hanno preso la partita iva perché la cooperativa deve dare la nota spese alla CE. Ancora più grosso è lo sbaglio della sapida teen love story tra Gigio e la ragazza di buona famiglia, un autogol totale senza senso (vedete Senza pelle di D'Alatri per vedere ben altro rapporto tra donna e uomo psichicamente disturbato), abbiamo una sorta di incredulità nel vedere come un film partito con altri toni poi si perda in maniera tanto miserevole in certi pantani narrativi. I tic nervosi man mano diventano sempre più una costante ripetitiva, dei giri a vuoto, mentre il voler mostrare a tutti costi che a non vedere certe cose i veri pazzi siamo noi pare solo una costrizione per mostrare la buona filosofia degli intenti in maniera imposta e non spontanea, nulla di utile per denunciare seriamente o impedire alle nebbie della memoria di offuscare certe cose.
Proseguendo il centro cammino sfilacciato e mal amalgato, il film di Manfredonia perde la bussola per chiudersi con un messaggio di speranza e riunione, cercando di rialzarsi nel finale chiarendo che a volte prima di reinserire bisogna stare attenti a cosa può succedere in menti tanto deboli ed esposte ad attacchi emotivi di vario genere. Segnaliamo il personaggio di Ossi, il più estremizzato nel suo male, un denutrito psicolabile che si pettina in continuazione e non sa neppure decidere se la direzione giusta per passare un piccolo ostacolo sia la destra o sinistra.
In definitiva un film che alla partenza dava ben altre speranze, arioso e amaramente divertente, poi alcune poco edificanti scelte narrative lo hanno affossato, nonostante traspaia di fondo una sincerità di intenti evidente. Purtroppo i temi difficili per entrare nel nostro animo hanno bisogno di avere ben altre interpretazioni che quelle di un pur volonteroso Bisio, e di una sceneggiatura che guardi solo al risultato concreto lasciando perdere di strizzare l'occhio al pubblico. Un tentativo volonteroso, ma alla fine pur non dovendolo subire più di tanto nel vederlo, visto che ci sono delle situazioni leggere e umoristiche, non lascia a pelle nulla di più che la sensazione di un innocuo buffetto e non un colpo di maglio alle nostre coscienze.

Giudizio: 1.5


Altri giudizi della redazione:

Emanuele Rauco: 2
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