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The Burning Plain - Il confine della solitudine Stampa E-mail
Domenica 09 Novembre 2008 10:16
The Burning Plain - Il confine della solitudine / LocandinaTitolo originale: The Burning Plain
Nazione: Stati Uniti
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 111'
Regia: Guillermo Arriaga
Cast: Charlize Theron, Kim Basinger, Jennifer Lawrence, José María Yazpik, Joaquim de Almeida, Tessa Ia, Diego J. Torres, J.D. Pardo, Danny Pino
Produzione: 2929 Productions, Parkes/MacDonald Productions
Distribuzione: Medusa
Data di uscita: 7 Novembre 2008

Trama: Un incrocio di vite e situazioni attraverso i tempi e i luoghi. Mariana, una giovane sedicenne, ha la madre che dopo un'operazione di mastectomia non ha più rapporti con il marito, e vive un'intensa relazione extraconiugale con Nick, un uomo sposato di origine messicana; Sylvia è una donna di Portland con grandi problemi emotivi che vive avventure sessuali in continuazione; Maria è una ragazzina che cerca di riconciliare i genitori. Tutte queste persone hanno un legame che le unisce a filo doppio: per rimettere le cose possibili a posto nel presente dovranno affrontare un intenso percorso di ricordo e riconciliazione di quanto successo in passato.

Recensione di PIETRO SIGNORELLI

The Burning Plain - Il confine della solitudineGli ispiratori di The Burning Plain (primo lungometraggio alla regia per il bravo sceneggiatore Guillermo Arriaga, che tra gli altri ha scritto anche l'intenso 21 grammi) sono stati Amores perros (2000), Crash (2004), Babel (2006), le cosiddette pellicole delle vite incrociate che sfiorandosi si influenzano l'una con l'altra. Seguendo questo assunto (anche se più che sfiorarsi qui le vite si travolgono come un camion in corsa) Arriaga dirige la storia sui tempi e luoghi diversi di due famiglie, una americana e l'altra messicana, che trovano congiunzione e avversità nella intensa relazione clandestina di Nick (Joaquim de Almeida) con Gina (Kim Basinger, sempre splendida nella sua maturità, qui in versione fedifrago/riflessiva). I due amanti si trovano quotidianamente nella roulotte di lui, prima disadorna e poi riadattata e resa confortevole dal tocco femminile di lei. In un altro tempo (il presente) e in un altro luogo (Portland, grigia e freddissima, sempre piovosa) Sylvia (la splendida Charlize Theron, che concede dei nudi da capogiro dopo la prova ben diversa data in Hancock) è una donna che passa continuamente (con tristezza e senza gioia) da uomo a uomo (uno di essi è John Corbett, l'Aidan di Sex and the City serial tv, non il film), provocandosi poi delle ferite, quasi a dover pagare un debito con il passato. Maria è una ragazzina messicana che vive senza la madre, scappata quando aveva pochi mesi, si ritrova con il padre Santiago gravemente ferito a una gamba per via di un incidente aereo mentre fertilizzava i campi.
Un giorno la roulotte di Nick si incendia, i due amanti muoiono: cosa è successo? Le vite vengono ripercorse e le esistenze ricollegate in un percorso misto di tragico e di speranza. Come giudicare il film creato da Arriaga regista? Decisamente siamo lontani dalla presenza attoriale splendida di 21 grammi e dall'intensità di Babel. Il film odierno è decisamente molto più basso come valore, molto estetico e raffinato (con un buon montaggio, essenziale per la riuscita di tali pellicole che vanno su e giù con il racconto, e una buona fotografia plumbea) ma nell'animo dello spettatore entra in maniera superficiale e leggera; le espressioni perse di Theron e Basinger (insieme ai loro splendidi corpi) non bastano certo ad aumentare il tasso di penetrazione emozionale, la vicenda si dipana in maniera interessante, curiosa pensando ai possibili bivi di trama, ma ibrida, sospesa tra frenate continue di racconto e brusche accellerazioni che si spengono subito.
Il dramma esistenziale di Gina (l'asportazione del seno) ha quasi del surreale, con l'amante che sembra non sapere neppure dopo vari rapporti perché lei non vuole essere toccata lì, sembra che la donna tradisca il marito (un camionista sempre in giro per lavoro ma buono, sincero, che la ama e tenero con i numerosi figli) solo per il fatto che lui non voglia andare a letto con lei per via dell'operazione – una cosa che andava approfondita, e in questa maniera è invece codificata visivamente senza valore.
Arriaga si concentra (le ultime inquadrature parlano chiaro) sul fatto che le vite ed i percorsi si ricalcano: Sylvia è derivazione di Gina, agiscono in maniera una conseguente all'altra, anche se la prima rifiuta di perdersi per amore e l'altra invece si lascia andare al sentimento; Santiago è come Nick, porta via una donna al suo luogo per condurla a sé, ma questo gioco di emulazione non sorretto da un ritmo soddisfacente ma da varie lungaggini più o meno interessanti (gli sguardi alle foto, le viste dalle finestre, i momenti familiari sofferti perché in continuo pensiero di correre dall'amante) fa perdere continuità al film, rischiando di lasciare annoiati gli spettatori meno pronti ad avere una pellicola dalla narrazione non lineare.
Inoltre i bivi degli altri progenitori erano parecchio più interessanti di questo, sorprendenti, con molto più fascino, particolare ovviamente da non tralasciare per giudicarne il valore. Arriaga non ha fallito completamente, ma ha estremizzato troppo l'estetica nuocendo all'interesse globale del film, che rimane comunque valido spettacolo per le componenti tecniche di buon livello, le due protagoniste affascinanti in versione emotivo/depresso/speranzoso, e una storia che fa anche commuovere i cuori più teneri per i suoi lati affettivi.
In definitiva un film che non è soddisfacente tanto quanto i suoi ispiratori, a tratti anche troppo statico, troppo concentrato sul lato estetico, con una trama e interpretazioni meno brillanti di pellicole simili, ma che comunque offre una sufficente soddisfazione per lo stuzzicante gioco di scoperta dei bivi e delle congiunzioni, senza dimenticare che è presente anche il fascino di due attrici la cui bellezza pare senza tempo, tanto da far concedere ai nostri occhi dei casti nude look di grande impatto. Forse questo tipo di film devono essere fatti solo con un grande impianto narrativo/scenico/interpretativo, troppo difficili da rendere validi senza una vera forza vista la trama incostante (e non pensino altri registi di abusarne il sistema: il rischio fallimento è elevato), con queste tre componenti presenti solo in maniera blanda o sufficiente il risultato è una pellicola che non eccelle cadendo nel brodo della normalità, come nel caso di The Burning Plain.

Giudizio: 2


Recensione di EMANUELE RAUCO

The Burning Plain - Il confine della solitudineEcco qua un bell'esemplare di pellicola per riflettere sull'importanza della sceneggiatura nell'economia di un film e sul ruolo dello sceneggiatore nella costruzione di un film. Parliamo così dell'esordio alla regia di Guillermo Arriaga, famoso per aver scritto tutti i film di Alejandro Iñárritu ed esserne stato, per la sua caratteristica abilità narrativa, fautore del successo globale.
Ma dopo l'ottima riuscita di Le tre sepolture, diretto da Tommy Lee Jones, tra i due scatta la lite e la mania di protagonismo, decidendo così di sciogliere il binomio. In attesa della prima regia di Iñárritu senza il prode sceneggiatore, quest'ultimo esordisce alla regia, mantenendo il suo stile narrativo. Ma il risultato non è del tutto convincente.
Sylvia passa di uomo in uomo, lacerandosi il corpo per un peccato di gioventù; Gina ha da poco sconfitto un cancro al seno, non si sente compresa dalla famiglia e intrattiene una storia con Nick; sua figlia, dopo la sua morte, conosce il figlio del suo amante e comincia a frequentarlo. Tra tutti loro, c'è un filo invisibile.
Scritto ovviamente dallo stesso Arriaga, mantenendo le solite caratteristiche di struttura (incastri narrativi e salti temporali), un dramma cupo e sordo, più vicino alla compostezza di Lee Jones che all'esuberanza di Iñárritu, che però più che sondare personaggi e temi, si concentra sulla suspense del tempo che scorre.
Ambientato lungo 20 anni, da Portland al confine messicano, è il racconto di tre generazioni, di una famiglia persa e ritrovata più volte che ruota attorno a una classica elaborazione del lutto, a una tragedia voluta che fa sentire la sua eco lungo gli anni e i risvolti del destino, raccontando il dolore come una sensazione vitale, un male necessario che ci fa sentire non solo il valore della vita, ma anche la sensazione stessa dell'essere vivi, in un'umanità tendente all'apatia.
Aperto dalla pianura in fiamme del titolo (in realtà una roulotte al centro della saga), il film di Arriaga si fa notare per la consueta capacità di costruzione, l'abilità nel manomettere le aspettative dello spettatore, l'acume psicologico dei passaggi, ma purtroppo mostra anche una monocordia di fondo che rischia la sterilità, che a furia di trattenersi nel suo tono compreso finisce per spegnersi.
Quello che più colpisce, inoltre, è la pretestuosità della struttura, che più che scandagliare i temi o approfondire i personaggi, preferisce adagiarsi sul meccanismo, sperando d'istillare un senso di suspense mal riposto, a vedere la prevedibilità dell'intreccio; quello che invece convince di più è proprio la regia, attenta, calibrata, curata, precisa, mai eccessiva, anche se non riesce a dare sufficiente forza alla narrazione.
Forza che, nel limite del possibile, viene dagli attori, o meglio dalle attrici: Charlize Theron si conferma interprete sensibile, Kim Basinger rinnova la sua seconda giovinezza recitativa, mentre la giovane Jennifer Lawrence ha vinto un premio a Venezia come attrice emergente (assieme allo script del film). Un'occasione centrata a metà, che però può piacere agli amanti di un cinema tanto introspettivo quanto esibizionistico (seppur in misure differenti) come quello che Iñárritu ha sempre fatto.

Giudizio: 2


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Alberto Di Felice: 1.5
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