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Max Payne Stampa E-mail
Mercoledì 03 Dicembre 2008 00:27
Max Payne / LocandinaTitolo originale:      id.
Nazione:      Stati Uniti, Canada
Anno:      2008
Genere:      Azione, Drammatico, Thriller
Durata:      100'
Regia:      John Moore
Sceneggiatura:    Beau Thorne
Cast:      Mark Wahlberg, Mila Kunis, Beau Bridges, Chris 'Ludacris' Bridges, Chris O'Donnell, Donal Logue, Amaury Nolasco, Kate Burton, Olga Kurylenko, Rothaford Gray, Joel Gordon, Jamie Hector, Andrew Friedman, Marianthi Evans, Nelly Furtado
Produzione:      Abandon Entertainment, Collision Entertainment, Dune Entertainment, Firm Films
Distribuzione:      20th Century Fox
Data di uscita:      28 Novembre 2008

Trama: Max Payne lavora ai cosidetti “cold case”, i casi irrisolti di cui non si è mai scoperto l'assassino. Payne è un poliziotto poco ligio ai regolamenti, con una gran rabbia in corpo per la moglie e la figlia uccise in maniera violenta. Il commercio di una potente droga per scopi occulti, che provoca allucinazioni a ripetizione facendo vedere angeli e demoni, potrebbe essere collegato all'uccisione dei suoi congiunti. Ossessionato dal desiderio di vendicarsi, dopo l'uccisione anche del suo collega e di una russa di procace bellezza, Payne si scatena a suon di colpi di fucile e pistola, ma la sua indagine prende delle pieghe davvero insospettabili.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

Max PayneVediamo come preparare un controcampo sulle visioni allucinogene di un agente dei casi irrisolti, distraendo al contempo il pubblico con fantasmi che aprono e chiudono porte. Max Payne (Mark Wahlberg), palesemente strafatto di Valkyr, irrompe in un ufficio nel grattacielo della Aesir Corp. facendosi largo a colpi di pistola, innecessari dato che nell'ufficio non c'è nessuno—ma d'altronde, lo si è premesso, è strafatto. La porta dell'ufficio, data l'irruzione, è bella spalancata. La camera segue il nostro eroe confuso per un po', fin quando arriva davanti alla vetrata, e si mette e guardar fuori (le suddette visioni allucinogene) con la sua solita aria invalicabile, per esser gentili. Prima di darci accesso alle visioni in questione, si stacca qui sul suo primo piano: sullo sfondo, a sinistra, la porta è adesso inequivocabilmente chiusa.
Problemi di continuità a parte—che per trascurabili che possano essere sono difficili da ignorare, in questi casi—il film di John Moore è un can can di imperizie varie, a cominciare dal ridicolo assemblaggio della sceneggiatura di tal debuttante Beau Thorne, che evidentemente non si è preso la briga di pensare a come migliorare quella segaligna del videogioco. C'è poi un palese problema col casting: il protagonista Wahlberg, all'ossessiva ricerca di vendetta per la distruzione della sua famiglia ad opera di abietti criminali, non è in grado di fornire un piano di reazione decente almeno quanto quello di un Charles Bronson svogliato. Il doppiaggio di Pino Insegno, forse perché troppo superiore, ha l'inquietante dono di peggiorare la sua prova.
C'è poi una congiunzione particolarmente infelice fra l'insulsa articolazione del plot e la scelta dell'attore che sarà il nostro cattivo designato in questo episodio—sarete infatti lietissimi di sapere che in coda ai credits finali si vorrebbe addirittura lanciare un seguito: raramente tal tentativo è stato così ridevole. Di certo, fra tutti Wahlberg è quello che ci crede di meno, anche se è difficile capire cosa si celi di preciso a riguardo dietro la sua (del resto, sempre unica) espressione. Nel momento in cui si vede un pacioccone faccendiere come Beau Bridges che fa il miglior amico, così premuroso, del nostro gelato poliziotto ancora assetato di vendetta dopo anni, è matematicamente impossibile non sentire l'odore del caffè che la mamma sta svogliatamente preparando per colazione.
È dunque, intuibilmente, un assoluto sfacelo quando arriva il momento di far capire tutti gli altarini anche al povero Payne. Il caro faccendiere pacioccone adesso si rivela prontamente per l'oscuro macchinatore che è; ma, nonostante le doti da gangster che dovrebbe aver accumulato in questi anni, commette il solito errore imperdonabile di lasciar vivere (nonché smanettare) il vecchio amico che dovrebbe viceversa far fuori sul posto e all'istante—non tanto per inscenar meglio il suo suicidio, siamo seri, ma perché tanti anni di amicizia varranno bene due minuti di tempo per spiattellargli un esaustivo riassunto di eventi e moventi.

Giudizio: 1


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Max Payne[Attenzione: è presente una scena nascosta dopo i titoli di coda abbastanza importante che prepara ad un seguito.] Ed ecco arrivare l'ennesimo cinegame, stavolta il giro di ruota tocca a uno dei personaggi più violenti che ha imperversato su pc e consolle, le cui avventure ludiche sono un condensato ad alta gradazione di spari e pallottole.
Max Payne è un poliziotto corroso da una rabbia indescrivibile: gli hanno ammazzato la moglie e la figlia; adesso gli hanno fatto fuori il suo amico e collega, e pure una bellezza da schianto (interpretata dalla attuale Bond girl Olga Kurylenko, un'autentica visione densa di sensualità) ha subìto i colpi di machete dell'organizzazione misteriosa delle valchirie. Tutto gira intorno a una misteriosa droga blu, che provoca allucinazioni terribili facendo vedere angeli e demoni: chi l'ha messa in circolo ha degli obiettivi ben precisi da realizzare. Appena Payne scopre che la droga può essere collegata alla morte dei congiunti (sorta di Punisher fuori Marvel) una pioggia di fuoco si abbatte sulla città. Chi spara meglio, tanto e più velocemente, sopravviverà.
Non c'è nulla di peggio che voler trasporre un videogioco senza la minima fantasia: Max Payne game funziona perché per divertire il giocatore occorre l'azione frenetica dando la storia con gli intermezzi automatici a cui si assiste senza toccare il pad; al cinema invece una storia banalissima (in fondo un torto e vendetta senza particolari pregi) senza essere supportata dall'interazione del gioco risulta del tutto insufficiente, minimamente interessante e senza particolari fremiti (a parte quel breve attimo in cui la Kurylenko si spoglia da dietro). Se poi Mark Wahlberg è in prestazione no (la voce di Pino Insegno in questo caso non è ficcante e non aiuta) e recita monocorde e senza nessuna voglia, il disastro è completo. D'accordo che l'espressione del videogioco è sola ed unica, ma al cinema questa cosa non vale proprio. Tra l'altro il progredire del delirio interno e dello strazio psicologico non si palpa minimamente, la droga che provoca le terribili allucinazioni alla fine è come lo zuccherino che giustifica alcune cose che vedi e non capisci durante il film, senza dare virata decisa e corposa o un autentico colpo di scena. Il racconto parte da un Max Payne in estrema difficoltà per poi con un lungo flashback raccontarci come c'è arrivato (una settimana prima: il cartellone sul palazzo che lo dice ha dell'incredibile per come è fatto), la cosa dovrebbe lasciarci a lungo con il fiato sospeso, ma la povertà di tutto quello che sta in mezzo a un certo punto ci fa dire che potevano anche non raccontarci nulla e partire subito da lì. Gli effetti sono piuttosto dozzinali, la computer grafica non certo eccelsa viene valorizzata e salvata, solo in parte, da una fotografia dai toni e colori molto scuri di buon impatto. Il grande difetto del film sono soprattutto le sue tradite basi videoludiche, che ne avevano fatto la caratteristica e la fortuna su consolle e pc. Le scene di sparatoria sono troppo statiche e l'uso del bullet time, fondamentale nel gioco, qua è praticamente inesistente: per un film semplice di natura e a tutta grancassa che doveva essere salvato dall'azione, è cosa imperdonabile. Abbiamo se non altro la presenza di una bellezza di tendenza come Mila Kunis (nel film sorella della Kurylenko), che riempie un po' lo schermo pervaso da un senso di dispersione per una storia che non gira per nulla. Il crudele angelo vendicatore è Amaury Nolasco, visto nellla serie tv Prison Break.
In definitiva un cinegame dalla trama dozzinale e lineare, non sorretto per nulla dagli effetti decisamente realizzati in povertà e dalle caratteristiche filmiche deficitarie, regia e recitazione (Wahlberg è inguardabile),  che si fa vedere come se fosse un bicchiere d'acqua fresca che sparisce presto dal nostro organismo, oltretutto minimamente apprezzabile solo se partiamo da un punto di vista assolutamente buonista e dalle miti pretese.
Non c'è il minimo desiderio di approfondire dolori ed emozioni; quando ci prova, la pellicola si rende ridicola, ennesima dimostrazione che quando un videogioco passa al cinema, o sa prendersi in giro come ha fatto Doom, oppure se rimane ridicolmente serio fallisce ogni obiettivo, non riuscendo a piacere probabilmente neppure (magari soprattutto) a chi si è rotto i pollici giocando fino a tarde notti.

Giudizio: 1


Altri giudizi della redazione:

Emanuele Rauco: 1.5
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