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| Yes Man |
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| Sabato 10 Gennaio 2009 01:00 | |||
Titolo originale: id.Nazione: Stati Uniti Anno: 2008 Genere: Commedia Durata: 104' Regia: Peyton Reed Sceneggiatura: Nicholas Stoller, Jarrad Paul e Andrew Mogel Cast: Jim Carrey, Zooey Deschanel, Bradley Cooper, John Michael Higgins, Rhys Darby, Danny Masterson, Fionnula Flanagan, Terence Stamp, Sasha Alexander, Molly Sims, Brent Briscoe, Rocky Carroll, John Cothran, Spencer Garrett, Sean O'Bryan Produzione: Heyday Films, Village Roadshow Pictures, Warner Bros. Pictures Distribuzione: Warner Bros. Data di uscita: 9 Gennaio 2009 Trama: Depresso dopo tre anni dalla fine del suo matrimonio durato solo sei mesi, Carl Allen dice di no a tutto e a tutti e se ne sta sempre chiuso in casa a guardare blockbuster d'azione. Un giorno, fuori dalla banca dove lavora, incontra un suo vecchio amico che lo invita ad un raduno; qui un simil-santone fa con lui un patto, seguendo il quale Carl sarà obbligato d'ora in poi a dire sempre di sì. Le cose cominciano a voltare, inaspettatamente, per il verso giusto. O no? Recensione di ALBERTO DI FELICE Dato che Nicholas Stoller, regista (ma solo regista) dell'esemplare di geremiade apatowiana Forgetting Sarah Marshall, è fra gli sceneggiatori di questo Yes Man, verrebbe naturale—almeno per chi, come me, inizia a non poterne più dei suddetti mugugni di maschioni che si ciucciano il dito ruttando mentre si tengono per mano—tirare il classico sospiro di sollievo: volendo paragonarlo al resto degli spin-off dei (quasi-)quarantenni vergini—cosa che, sottolineo, non è neanche nelle premesse—Yes Man ne sarebbe la versione matura e tacitiana.Sotto il sempre decente Peyton Reed, Stoller riprende (con l'aggiunta delle penne di Jarrad Paul e Andrew Mogel) il connubio col Carrey di Fun with Dick and Jane, tornando quindi nei quartieri bancari degli “impiegati male” in cerca di riscatto. Stavolta l'unico messicano presente (Luis Guzmán, che a rigore sarebbe portoricano) vuol buttarsi dal cornicione. La faccenda viene però coniugata con la vecchia intramontabile storia d'amore in faticosa ascesa e pronta a capitolare, che si inserisce presto nel non meno prevedibile giochetto del titolo; l'equilibrio dello script viene per questa via garantito senza particolari scostanze. Jim Carrey è totalmente dedicato, tanto da scommettere sugli incassi per il suo compenso. Facile e appropriato tirar fuori Bugiardo bugiardo, ma in Carl Allen c'è indubbiamente un bel po' dell'altro impiegato di banca di The Mask Stanley Ipkiss. Sempre di incantesimi si tratta, ma come dicevasi in apertura stavolta—anche al contrario del film di Shadyac—lo zucchero filato magico è ammazzato da uno sfinimento alquanto concreto dal quale può salvarsi solo lui: un uomo in età fertile piombato in proverbiale profonda depressione esistenziale. Non è cinismo, si badi bene: è vera, profondissima disperazione. Carl Allen è anche Joel Barish di Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Non una situazione da poco, a tutto diritto definibile non lontana dal kafkiano. C'è profusione nell'esteriorizzare la sua facciata in progressivo distaccamento dalla vita: c'è ad esempio—è la prima cosa che il cinefilo di passaggio non può che notare—quella calda coperta fornita dal videonoleggio (lo vediamo due volte, a quanto ricordo), la scelta di un Transformers, di un 300 o di un Saw per poter dire agli amici che non si ha tempo. Poi arriva lei (Zooey Deschanel), e d'un tratto ci si fionda mascherati da Harry Potter ed Ermione alla festa a tema a casa del collega decisamente nerd. E poi la scoperta di un mondo—gli appuntamenti persiani (parte di una soave e astrale presa per i fondelli del Patriot Act), il proprio lato femminile da damigella d'onore, salvare il mondo in coreano e con una chitarra, creare una comunità con lo stampo «approved»: Carl Allen, che prima era Joel Barish, è diventato George Bailey. Ed è splendida quella citazione continuata, in un film che parla di un no man «without a cause», che è la presenza dell'osservatorio di Griffith Park. Giudizio: ![]() Recensione di EMANUELE RAUCO Parafrasando un vecchio carosello degli anni ’60, Carrey, basta la parola. Perché il bravo e versatile Jim è uno di quegli attori che possono reggere da soli il peso di un’intera pellicola e di un’intero cast, talmente acuto da sapersi incarnare completamente dentro l’idea base del film.Così era per Ace Ventura o Bugiardo bugiardo e così era anche per i suoi film più seri; così è anche per questo suo ultimo film, diretto da Peyton Reed, che pare una versione riveduta, corretta e molto più aggraziata dei primi film in cui le smorfie erano l’unico suo talento. E l’esperimento decisamente riesce bene. La grigia e spenta vita di Carl, arenata dopo il divorzio dalla moglie, prende un’avventata e salutare piega quando decide di aderire a una setta il cui credo è dire di sì a qualunque opportunità. E così Carl fa: avventure e sentimenti imprevisti lo attendono al varco. Una divertente e intelligente commedia dagli ovvi ma piacevoli risvolti sentimentali, scritta da Nicholas Stoller, Jarrad Paul e Andrew Mogel basandosi su un romanzo di Danny Fallace, mescolando le gag paradossali e avventurose che hanno reso celebre la vis del divo con una sottile e bonaria satira sociale che ha l’unico limite di sfociare nel paternalistico. Infatti, nel mirino del film ci sono quegli incontri motivazionali, quelle sette non spirituali nutrite di life coach – personaggi che dovrebbero essere in grado di “addestrarti” a vivere – che predicano la potenza del proprio io e le capacità insite nell’essere umano ricorrendo però a sofisticate pratiche di lavaggio del cervello; attraverso queste macchiette, che il film tratta simpaticamente come tali (e infatti il guru nel finale si confessa), si cerca anche di riflettere su temi più attuali e terreni, e anche più interessanti, come l’influenza del karma nel nostro vissuto o la difficoltà di comunicare, che pare una delle costanti della carriera di Jim Carrey. Tutto basato sulla sola idea che Carl debba dire di sì a ogni cosa, il film sfrutta fino in fondo questa clausola, costruendovi gag di volta in volta paradossali e buffe, rivelando uno humour e un approccio più bizzarri del solito (come nei concerti della band di Allison, i lunari Munchausen by Proxy) e un ritmo fresco, più simpatico e sincero di molte commedie morali, come nel footing a base di Red Bull, che lo rende un intrattenimento intelligente e riuscito, che Reed – prima di condurre su binari fin troppo collaudati – prova a macchiare di surrealismo per palati non troppo fini. Radicale e quasi estrema nel suo ottimismo, la sceneggiatura è piuttosto tipica nella costruzione e basa tutto il suo potenziale sulla costruzione delle situazioni e sull’appeal dei personaggi, non tanto quello di Carl – monocorde per necessità di scrittura – ma piuttosto su Allison e su alcuni caratteri secondari, come l’esilarante Norman (le feste a casa sua sono un must). La regia si accontenta della freschezza e della funzionalità, e del “dovere” di seguire le evoluzioni mimico-interpretative di Carrey. Che, bravo e spigliato come sempre, si limita a fare il suo dovere, magari lasciandosi i tocchi memorabili per altri film, tanto a donare un duraturo sorriso allo spettatore ci pensa Zooey Deschanel, deliziosa come e più del solito, che vorremmo vedere in molti più film. E che, in questo caso, toglie dalle spalle di Carrey un po’ di peso e rende il film più vario e sorridente di quel che poteva essere. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Jim “faccia di gomma” Carrey torna dopo il flop di Number 23 (thriller davvero modesto diretto da Joel Schumacher) con un film che ricorda una sua precedente pellicola, Bugiardo bugiardo del 1997 – solo che stavolta, invece di dover dire la verità a tutti i costi, deve sempre dire sempre sì. Carrey è Carl Allen, un incallito Mister No (prendiamo in prestito il nome del personaggio di Sergio Bonelli per dare l'idea) che dopo il divorzio di tre anni prima ha deciso di vivere scontrosamente, rifugiandosi nella sua casa solitario a consumare un dvd dopo l'altro. Gli amici (tra cui Bradley Cooper, buon caratterista) cercano di riportarlo alla socialità, ma è tutto inutile. Sul lavoro (impiegato di banca con compito di concessione prestiti) la sua depressione si manifesta in una tremenda ostilità verso i clienti, e i colleghi. Ma per questo Ebenezer Scrooge moderno sta per arrivare il giorno del grande cambiamento: un vecchio amico ormai dimenticato (John Michael Higgins) gli comunica che esiste un modo incredibile per cambiare la vita, da imparare in un convegno. Carl, scettico come sempre, vi si reca. Arrivato nel luogo incontra Terrence (lo interpreta in maniera dura e decisa Terence Stamp), una sorta di santone che lo convince che solo dicendo sempre e comunque yes potrà vivere bene. Carl, terrorizzato, crede di aver stretto un patto malefico indelebile, e comincia questa sorta di costrizione al sì che lo porterà tramite un barbone (Brent Briscoe) ad incontrare l'estroversa musicista Allyson (l'affascinante Zooey Deschanel). Da lì cominceranno le soddisfazioni, ma anche notevoli guai.Peyton Reed (autore di varie commedie romantiche come Abbasso l'amore e Ti odio, ti lascio, ti...) confeziona un film gradevole e garbato sulla incomunicabilità e sulla chiusura dopo le delusioni, inserendo un gustoso pezzo musical all people alla Frank Capra (quello del tentato suicida), e vari momenti di tenera intimità, tra Carrey e Deschanel. La commedia si dipana bene, il ritmo è veloce, le facce di Carrey sono simpatiche, alcuni personaggi macchietta sono riusciti (come il collega/capo folle amante di Harry Potter, esordio davvero buono per Rhys Darby); purtroppo però dobbiamo aggiungere che il prodotto passa e va senza particolari pregi, siamo in zone già ampiamente percorse, il tono satirico non è estremizzato (anche se il rapporto motivato dal sì a tutti i costi con Fionnula Flanagan ha dell'incredibile) e tutto scivola via sospeso tra il romantico e l'attesa del nuovo sì di fronte ad una proposta indecente o meno. Carrey con questo film sembra parcheggiarsi, in attesa di Believe It or Not, aspetta ad impegnarsi in parti serie e profonde come quelle di The Truman Show e Man on the Moon, si accontenta di partecipare a un film placido e sicuro già in partenza, che può attirare lo spettatore con il nome del protagonista e il fatto di presentare situazioni simpatiche, con in mezzo un po' di follia e romanticheria (della serie, va dove ti porta il cuore...). C'è anche l'angolino della riflessione sul fatto che dire sempre di sì non è certo un gran vantaggio e neppure un risultato morale di grande valore per chi lo esegue: condividere od eseguire deve essere una scelta e non un obbligo di vita (anche se avere un amico o amica con tale tendenza non sarebbe certo male... pensate a quanti problemi di corteggiamento difficile in meno, chiedendoci anche però dov'è il gusto e la soddisfazione nel contempo), ma è molto in un cantuccio, si preferisce riprendere gioliardiche feste a tema (Harry Potter, 300) dove maturi nerd si scatenano, mostrando a Carl/Carrey come la sua vita fosse povera in un passato neppure troppo lontano. Prima si usava fare film dove si cercavano nuove esperienze nel momento della maturità per dare gli ultimi colpi, un modo di dire Non è mai troppo tardi (cit.); con questo film si vuole spezzare la monotonia e le cose semplici sin da subito, per godere, senza aspettare, di quel che gli altri sanno darti donandosi. E allora via con il bungee jumping, le lezioni di coreano, quelle di chitarra e le guide in aeroplano leggero. Il bello è che tutte queste cose saranno poi funzionali alla trama e alle peripezie del mattatore in maniera credibile, cose assurde che poi servono veramente, fatte non solo per se stesso e per gli altri, imprese da immortalare in fotografie ricordo (come la strana mania del correre fotografando ricorda). In fondo per commedie come queste, dal meccanismo ben oliato e dall'interprete simpatico e con la faccia che può eseguire un invidiabile numero di smorfie e contorsioni, può bastare. Questo è il giudizio di definitiva. Giudizio: ![]()
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