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| Martedì 27 Gennaio 2009 00:00 | |||
Titolo originale: id.Nazione: Stati Uniti Anno: 2008 Genere: Biografico, Drammatico Durata: 128' Regia: Gus Van Sant Sceneggiatura: Dustin Lance Black Cast: Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, Diego Luna, James Franco, Alison Pill, Victor Garber, Denis O'Hare, Joseph Cross, Stephen Spinella, Lucas Grabeel, Brandon Boyce, Howard Rosenman, Kelvin Yu, Jeff Koons Produzione: Focus Features, Groundswell Productions, Jinks/Cohen Company Distribuzione: BIM Data di uscita: 23 Gennaio 2009 Trama: San Francisco, anni '70. Harvey Bernard Milk è un attivista del movimento gay deciso a farsi strada nella vita politica della città. Dopo tre tentativi andati a vuoto, vince le elezioni e diventa consigliere comunale, osteggiato da numerose persone che lo vedono di cattivo occhio. Uno di essi, Dan White, è quello che si oppone con maggior vigore alle sue idee progressiste. Milk a poco a poco diviene un simbolo e un riferimento di indipendenza, facendo completamente coming out della sua omosessualità, mentre la sua paura di essere assassinato lo porta a registrare numerose audiocassette che ne ripercorrono la vita. Nei comizi esordiva sempre con la frase «Mi chiamo Harvey Milk, e sono qui per reclutarvi!»: il suo entusiasmo contagioso lo portò ad avere sempre attorno a sé degli amici fidati nel suo centro sociale di Castro Street. Recensione di ALBERTO DI FELICE Non c'è verso di non far essere Milk ciò che è, ossia nella rude sostanza un film con messaggio. Il che, messa in tali termini, già di partenza dev'essere per partito preso un difetto, tanto quanto lo è il fatto parimenti ovvio—ed in quanto tale, prova inconfutabile—che quei buontemponi degli Oscar se ne sono subito accorti e hanno preso dovuta nota come loro solito. (E quest'anno, tra l'altro, hanno combinato cose ben peggiori—in quantità almeno milionaria.) Ma con quest'introduzione non ho mostrato nulla se non un po' di sana diffidenza mista ad altrettanta doverosa spocchia. Mi salverò col colpo al cerchio e l'altro alla botte: almeno Milk è un film che avrà il messaggio, come suol paesanamente dirsi, ma non ti ricatta. O almeno non più di tanto.È ad esempio quasi delizioso il contrasto fra la costruzione narrativa coi flashback introdotti in voice-over, alquanto pianamente espositiva e quasi da lacrima celebrativa subito premessa, e la maniera scapigliata eppur seria nella quale Van Sant la gestisce internamente, incidendo meno paradossalmente quando prova a lasciare il segno—vedasi il fischietto. Come sempre, rimettendosi ad un tempo a suo modo contrario alla scansione analitica, ad accompagnare lo spazio, pur dovendo rispettare i dettami della parabola nonché una necessaria fedeltà (anche fisica, come dimostrano le foto in coda) ai personaggi reali, ivi compresi coloro che hanno degnamente continuato la marcia storica del protagonista. Si riesce quindi a gestire questo biopic, più che con equilibrio, con una certa serenità, che non ne fa pesare il compiersi. Va però notato in tutto ciò come la sceneggiatura di Dustin Lance Black, di suo, non sia particolarmente vincente ed incisiva, né nella delineazione dei caratteri, né nel dar risalto logico alla catena degli eventi (la combinazione peggiore è data dall'arco del personaggio di Diego Luna). Pur c'è da dire che mancano fondamentali errori di percorso, di modo che se nulla cattura particolar forza, neppure si fanno buchi nell'acqua. L'insieme—non che stia facendo una media aritmetica—è perciò non molto più che un'opera decorosa, nata e gestita come veicolo, che—tornando a quanto dicevo in apertura—evidentemente sta raccogliendo consensi. E quale predicozzo esplicito all'America—e non solo lei—fondamentalista, sicuramente attualissima ancora per tempo a venire nonostante le nuove speranze, c'è da plaudire. Come nelle recensioni noiose, segue in ultimo un moderatamente caldo battere di mani al cast, più o meno tutto nel suo insieme. A Sean Penn—il quale, oltre ad essere irrimediabilmente antipatico (ma forse comincio a cambiare idea), è lungi dal poter meritarsi le troppo laute lodi che ha—va riconosciuto fino in fondo un plauso per l'assoluta adesione pratica al suo credo radicale. Immagino però molto vividamente che più di metà del merito del suo Harvey Milk vada accreditato a Van Sant, che son sicuro avrà dovuto lavorare alacremente di frusta e zuccherini per far sì che non venisse fuori la checca ossessa e consumata nell'animo che mi aspettavo. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Gus Van Sant (regista) e Sean Penn (attore), una coppia esplosiva per raccontare la vita di Harvey Bernard Milk, consigliere comunale gay della città di San Francisco, ucciso da Dan White il 27 novembre 1978 con numerosi colpi di pistola nel suo ufficio. Il film, un intenso biopic, racconta la sua vita partendo dalle numerose registrazioni in audiocassetta che al tempo Milk fece, timoroso che per la sua posizione sociale e il suo sentire omosessuale potesse risultare scomodo a qualcuno fino all'omicidio, come successe. Il periodo considerato parte da quando lui e il suo compagno Scott Smith, suo amore per sempre anche quando il rapporto fisico si interrompe (interpretato da James Franco – qui con baffetti, come nella precedente prova di Come un uragano a fianco di Richard Gere – simbolo fashion per eccellenza per donne che non esita a dare casti baci a Penn) aprono un negozio di fotografia nel quartiere di Castro, chiamato appunto “Castro Camera”. Il Castro Camera diviene il luogo di aggregazione e di ritrovo per tutta la comunità gay, dapprima timorosa di esprimersi senza riserve in pubblico, poi – dopo che Harvey decide di candidarsi (per tre volte senza successo) al consiglio comunale di San Francisco – anche i suoi amici prendono coraggio e parte un autentico movimento di difesa dei diritti dei gay discriminati, mentre il Castro Camera si trasforma nella Castro Valley Association. Ad osteggiarlo apertamente, dopo che finalmente corona il suo sogno diventando consigliere comunale, Dan White (interpretato dal coeniano Josh Brolin), e una cantante filoreligiosa che utilizza l'audience per propagare il suo messaggio omofobo. La sua maggiore battaglia (vinta) fu quella contro la Proposition 6, che voleva escludere dall'insegnamento i professori omosessuali. Una delle sue frasi a maggiore effetto fu «Se una pallottola dovesse entrarmi nel cervello, possa questa infrangere le porte di repressione dietro le quali si nascondono i gay nel Paese», mentre ogni suo comizio iniziava dicendo «Sono Harvey Milk, e sono qua per reclutarvi!», dicendo poi per sdrammatizzare «I tacchi a spillo li ho lasciati a casa». Ebbe diversi compagni, l'ultimo dei quali, debole di carattere e geloso, finì per impiccarsi. Milk (per procacciarsi voti) fu anche fautore di una campagna di educazione sociale per la pulizia contro la cacca dei cani lasciata nei parchi e nelle strade, al suo funerale e a quello del sindaco Moscone, ucciso anche lui da White, il corteo era decorato da numerose bandiere arcobaleno, simbolo di libertà ed emancipazione. Non ci poteva essere persona migliore di Gus Van Sant per disegnare la figura di Milk (il regista è apertamente gay, per cui molto vicino alla tematica di natura, ma non è questo ovviamente il solo motivo dell'affermazione) artista scrupoloso e asettico che ha costruito, grazie ad uno Sean Penn in stato di grazia, un ritratto appassionato e senza fronzoli o pregiudizi. Rapportato al tempo ovviamente il tema dell'omosessualità era un argomento spinoso, oggi la maggiore libertà espressiva permette di raccontare senza scandali la storia di un uomo che faceva del proprio sentire una bandiera, senza dimenticare la voglia di emergere al di fuori del solo contesto omosex. Utilizzando anche filmati di repertorio in bianco e nero (alla fine del film potrete avere le foto degli artisti comparate a quelle dei personaggi reali, con delle notizie biografiche), Van Sant ci parla di amore e sentimento puro, quello di Milk per Scott Smith (mai dimenticato anche dopo la separazione e nonostante abbia avuto altri compagni) e delle difficoltà di poter procedere man mano contro l'ostilità delle persone eterosessuali, bigotte nel loro pensiero chiuso che si mascherano dietro alla religione («Chiedete a Dio se questo è giusto!») per escludere. L'omosessualità che traspare è quella non dei lustrini e delle pailettes o del travestismo – simbolo decisamente effeminato non confacente alla realtà gay di Milk e generalmente di oggi – ma quella di uomini (e donne: viene accennato anche il discorso lesbo) che vogliono emanciparsi senza voler essere altro che se stessi, serenamente e non per forza orgogliosamente gay, che non ti sbattono in faccia il loro diverso per stupire o scandalizzare a bella posta. La scena finale con lo sguardo morente di Milk che vede la sua opera preferita dalla finestra è una chiusura perfetta, un monito a dimostrare che il suo compito e il suo lavoro è giunto a realizzazione e completamento tanto quanto un quadro o un romanzo. La conclusiva tragicità non rinnega il suo valore come uomo punito da un Dio che non accetta opposizioni; anzi, divenuto martire e icona ha amplificato la sua penetrazione emotiva sulla storia. A completare il cast di questo biopic asciutto e vigoroso (e con una fotografia perfetta, decolorata e con molto bianco, non a caso per via del nome e del titolo) c'è Emile Hirsch in versione grandi occhiali (Hirsch è stato il grandioso protagonista di Into the Wild, capolavoro diretto da Penn) e Diego Luna, amante dubbioso e fragile di Harvey. In definitiva un biopic imperdibile, secco, asciutto, rispettosissimo dell'accaduto senza proprie interpretazioni di particolare fantasia fuori dal reale, per scoprire un personaggio non famosissimo, fautore dell'emancipazione omosessuale nei tempi in cui poter fare coming out era davvero difficile, tempi fortunatamente ora diversi e lontani. Gli interpreti sono bravissimi, Penn è da Oscar (misurato, coinvolto, senza tema di baciarsi affettuosamente con Franco) e tutto il film è un inno alla gioia di capire e concepire la giusta – e anche confortante se vogliamo – esistenza di un'idea diversa dalle linee che madre natura ha tracciato. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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Non c'è verso di non far essere Milk ciò che è, ossia nella rude sostanza un film con messaggio. Il che, messa in tali termini, già di partenza dev'essere per partito preso un difetto, tanto quanto lo è il fatto parimenti ovvio—ed in quanto tale, prova inconfutabile—che quei buontemponi degli Oscar se ne sono subito accorti e hanno preso dovuta nota come loro solito. (E quest'anno, tra l'altro, hanno combinato cose ben peggiori—in quantità almeno milionaria.) Ma con quest'introduzione non ho mostrato nulla se non un po' di sana diffidenza mista ad altrettanta doverosa spocchia. Mi salverò col colpo al cerchio e l'altro alla botte: almeno Milk è un film che avrà il messaggio, come suol paesanamente dirsi, ma non ti ricatta. O almeno non più di tanto.
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