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Revolutionary Road Stampa E-mail
Sabato 31 Gennaio 2009 00:00
Revolutionary Road / LocandinaTitolo originale:      id.
Nazione:      Stati Uniti, Regno Unito
Anno:      2008
Genere:      Drammatico, Romantico
Durata:      119'
Regia:      Sam Mendes
Sceneggiatura:    Justin Haythe
Cast:      Kate Winslet, Leonardo DiCaprio, Kathryn Hahn, David Harbour, Zoe Kazan, Kathy Bates, Richard Easton, Michael Shannon, Dylan Baker, Jay O. Sanders, Ryan Simpkins, Ty Simpkins
Produzione:      BBC Films, Evamere Entertainment, Neal Street Productions
Distribuzione:      UIP
Data di uscita:      30 Gennaio 2009

Trama: Conosciutisi da giovani a New York, Frank ed April Wheeler si sposano e si trasferiscono in Connecticut. Ma in anni di matrimonio ogni passione è sparita, ogni aspirazione uccisa. April propone di trasferirsi tutti – hanno due figli – a Parigi, dove lei lavorerà come segretaria con un ottimo salario, e lui potrà finalmente realizzare cosa vuole realmente. Frank accetta dopo l'iniziale riluttanza, entrambi sembrano molto determinati e iniziano a spargere la notizia; ma a Frank viene offerta una promozione, ed April si scopre incinta di un terzo figlio.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

Revolutionary RoadNon funziona nulla di nulla nell'ultimo dimessamente pomposo film di Sam Mendes, regista che per quanto mi riguarda nei precedenti tre non ha mai fallito. È invece assente qualsiasi sospiro—e con esso qualsiasi idea—in quest'opera interamente statica, quintessenza di tutti i difetti che si sono sempre rimproverati all'inglese. La partitura di Thomas Newman è a occhio e croce al minimo storico, ma Mendes doveva non saperlo ancora quando ha concepito troppa buona parte del suo film come accompagnamento di routine alla stessa: già dalle prime sequenze è chiarissimo che non si andrà a parare da nessuna parte, nonostante gli struggimenti.
Appoggiandosi sulle spente note, come mantenute sulla tastiera, Mendes  si mette presto in cammino con la tipica aria letargica di notorio cinema indipendente finto-profondo, ad “indagare” nelle vite suburbane dei Wheeler, coppia ridotta a nessun interesse se non quello della cattiva letteratura fatta di addizioni (a)morali. Tutto segue appunto il succitato fare, che battezzerò qui del “vacuo standardizzato”, strematamente tipizzato nell'uso dei movimenti di macchina, dei piani di ripresa e delle velleità simboliche. Per i Wheeler scattano indi immediatamente gli irrigatori del verde prato davanti casa, e intanto la mogliettina infelice guarda ciclicamente fuori, intrappolata in qualcosa come “quel che giace sotto la facciata del sogno americano” (se lo si vuole tirar fuori), attraverso qualche superficie di vetro, che sia una finestra o una porta-finestra, riflettendo—intuirete—sul vuoto senza speranza.
Purtroppo per fare certe cose con grazia pur mantenendo la sceneggiatura intatta—Justin Haythe, che aveva già combinato pochino con In ostaggio, non sa che pesci prendere—ci vorrebbe (l'impossibile da non nominare) Douglas Sirk. Mendes, invece, imbocca la strada del melodramma alla Muccino—che altro non è a ogni mossa che un ottimo esempio del già brevemente delineato “vacuo standardizzato”. Prendiamo l'ovvia circostanza, tenendosi sul più scontato: il marito (Leonardo DiCaprio) ha appena fatto cornuta la moglie (Kate Winslet) con la segretaria (Zoe Kazan), e intuibilmente fatto ciò dovrà seguire una scena nella quale—subito—si crei per lui la colpa. Torna quindi a casa, ed ecco che la moglie si è vestita elegante e gli ha organizzato una festa a sorpresa per il suo trentesimo compleanno, con tanto di figli che cantano “Tanti auguri caro babbo”. Secondo voi, quante opportunità ci sono che nei pressi del momento in cui la mogliettina apre la porta inizi propiziamente a piovere?
Peggio è però la spenta virata alla camera a mano quando scoppia la crisi, tanto più patetica perché appunto repentina, col volante lasciato orbitare in automatico quando prima siamo sempre stati in piani fissi o nei soliti lenti carrelli. Ma forse è peggio la trovata—che non mi azzardo a definire—con la quale si inscena l'arrivo di April (Winslet) in casa dei vicini Campbell (David Harbour e Kathryn Hahn), nella quale si delinea con ridicola imperizia metà del quartetto di infelice vicinato ripreso poi nel finale, allo stesso modo, quando il signor Campbell se ne torna impaurito in giardino—rientro traumatico alla quiete della castrazione, orecchie tappate (o apparecchio spento): come volevasi dimostrare, la società strutturata sul matrimonio, in villette coi giardinetti verdi e gli irrigatori perfettamente funzionanti, è la tomba dell'amore, della vita, della libertà.

Giudizio: 1.5


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Revolutionary RoadDodici anni dopo il megasuccesso planetario di Titanic, ecco che arriva il nuovo film con la coppia DiCaprio–Winslet, attori ormai completi e maturi. Progetto fortemente voluto dall'attrice (che ebbe i suoi esordi in un film di Peter Jackson chiamato Creature del cielo), è stato chiamato a dirigerlo il marito, quel Sam Mendes regista di un film insignito dell'Oscar e che scavò nel lerciume delle case americane esternamente perfettine e patinate – stiamo parlando ovviamente di American Beauty. Revolutionary Road (tratto da un romanzo del 1961 di Richard Yates) torna indietro di cinquant'anni per raccontarci, in modi e prospettive diverse, di quanto l'esterno idilliaco apparente delle case bianche con giardinetto fosse ingannevole rispetto al grigio e al nero del loro interno. I Wheeler, Frank (DiCaprio) e April (Winslet) vivono in Revolutionary Road una vita apparentemente tranquilla: lei è casalinga e accudisce la casa e i due splendidi bimbi, lui mantiene la famiglia lavorando in un open space senza nessuna grande soddisfazione. Un giorno come tanti, lui tradisce April quasi per noia e capriccio, proprio il giorno che (Frank) compie gli anni. Da lì in poi la voglia di emancipazione di lei, che sogna di trasferirsi in Europa ponendo lui nella situazione di non lavorare, comincia a far scricchiolare ogni equilibrio: mai come in quel momento si viene a scoprire quanto la calma fosse solo illusoria e senza vero fondamento di serenità familiare.
Ottimo drammone familiare con impianto teatrale (molto si svolge al chiuso e ci sono un mare di dialoghi), ci mostra un'America degli anni '50 viziosa e senza molte convinzioni fondanti: i protagonisti fumano praticamente in continuazione, si beve parecchio e la fornicazione extra-matrimoniale un peccato da vivere senza particolari emozioni. Il problema vero che sembra dirci questo film è che solo le persone che non hanno veri freni inibitori possono e riescono a dire la verità (come nel caso del povero figlio di Kathy Bates, che fa una vicina di casa petulante che vuole intrecciare rapporti con tutti, che dopo vari elettroshock è diventato un senza pelle, cioè una persona senza filtri, che dice ciò che pensa), tutti gli altri nascondono tradimenti e desideri, dicono parole inutili di nessun valore che vanno solo ad incidere sul tasso di rabbia della persona a cui si rivolgono.
April dice continuamente di non parlare a Frank, gli intima che urlerà se non sta zitto perché ormai non vale a nulla chiarirsi, ogni passo successivo è solo un progressivo allontanarsi dei progetti che collima con l'indifferenza sempre maggiore verso il partner. Un dispiacere aggiunto che sembra non interessare i pensieri della coppia e degli altri, tesi tutti a desiderare solo il proprio senza considerare il bisogno della persona con cui vivono, con lussuria quasi impietosa.
L'intensità con cui recita la Winslet (destinata ad essere sempre superiore come parte al pur molto maturo Leo) è incredibile: esplode, urla, non si muove e non accetta le umiliazioni con durezza, risponde colpo su colpo con la peggiore delle azioni per chi cerca di imporsi – con il disprezzo. La via della rivoluzione cercata da April con il viaggio a Parigi che Frank accetta inizialmente solo per accondiscendenza e viltà, è un estremo tentativo di recuperare la propria dignità perduta con un rapporto che ha portato solo depressione pur in una situazione privilegiata (il fatto di non dover lavorare).
Il tutto è tratteggiato e diretto molto bene da Mendes, con una fotografia solare che fa da contrasto con il buio dell'anima dei protagonisti, con inquadrature di volti in primo piano davvero convincenti e una sequenza dove la Winslet è totalmente immobile, in mezzo a gente che urla e strepita, con la sigaretta in mano (of course) che brucia senza che venga respirata assolutamente. Film delle urla e delle gesta mimiche esagerate, il lavoro di Mendes non piacerà a molti spettatori che magari cercano drammi familiari meno statici nell'evoluzione e con maggiore movimento, ma bisogna pensare a Revolutionary Road come un work in progress dall'inizio, dove la corrosione di coppia non trancia l'unione solo per la salvaguardia di facciata, ma poi quando l'ultimo dei sogni cade non rimane che esplodere furibondi, ma per poi implodere e quietare, sbagliando una seconda volta perché a furia di sopprimere desideri non facciamo che dare fuoco alle polveri dell'insoddisfazione. Nella società del tempo come quella di oggi la coppia può vivere di melanconica illusione e di illogica rassegnazione, ma alla fine affidiamoci solo al fatto che saremo completi in due se ognuno sarà per sua parte realizzato come singolo.
Forte, deciso, diretto e disperato, il messaggio di Yates rivive con Mendes una nuova primavera in un'epoca completamente diversa, con un cordoglio della coppia intenso che ci parla la sua lingua urlata in un'ottica di definitiva di poca o nessuna speranza, affossata in un letto privato o su un sedile di auto dove vigono le eiaculazioni precoci (icona della povertà e della natura effimera dell'atto compiuto senza senso e logica) ma soprattutto per non aver capito che prima che al volere di se stessi bisogna pensare al nostro congiunto e alle sue esigenze da rapportare alle nostre, scegliendo la giusta osmosi per non abortire il rapporto e il frutto dello stare insieme. American filth (marciume) nato dalle cose più belle e dignitose.

Giudizio: 2.5


Altri giudizi della redazione:

Emanuele Rauco: 3
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