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| Il curioso caso di Benjamin Button |
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| Sabato 14 Febbraio 2009 16:34 | |||
Titolo originale: The Curious Case of Benjamin ButtonNazione: Stati Uniti Anno: 2008 Genere: Drammatico, Fantastico, Giallo, Romantico Durata: 166' Regia: David Fincher Sceneggiatura: Eric Roth Cast: Brad Pitt, Cate Blanchett, Tilda Swinton, Julia Ormond, Jason Flemyng, Taraji P. Henson, Lance E. Nichols, Elias Koteas, Faune A. Chambers, Donna DuPlantier, Jacob Tolano, Ed Metzger, David Jensen, Joeanna Sayler, Mahershalalhashbaz Ali, Fiona Hale, Jared Harris, Joel Bissonnette, Marion Zinser, Deneen Tyler, Elle Fanning, Patrick T. O'Brien, Richmond Arquette, Robert Towers, Ilia Volokh, Wilbur Fitzgerald, David Paterson, Josh Stewart, Louis Herthum, Ted Manson, Tom Everett, Paula Gray, Rampai Mohadi, Troi Bechet, Phyllis Somerville, Clay Cullen, Edith Ivey, Joshua DesRoches, Christopher Maxwell, Don Creech, Taren Cunningham, Myrton Running Wolf, Stephen Taylor, Devyn A. Tyler, Adrian Armas, Ashley Nolan, Katta Hules, Rus Blackwell, Chandler Canterbury, Charles Henry Wyson, Spencer Daniels Produzione: The Kennedy/Marshall Company, Paramount Pictures, Warner Bros. Pictures Distribuzione: Warner Bros. Data di uscita: 13 Febbraio 2009 Trama: Benjamin è un bambino nato con un destino davvero strano. Per lui il tempo e la vita scorrono al contrario: nasce vecchio, con gli arti e la pelle di un ottantenne, per poi diventare sempre più giovane man mano. La sua vita diviene così una sorta di specchio riflessivo sui tempi con la maturità che aumenta nel corpo che migliora, con le tante problematiche legate agli amori difficili e controversi che una situazione simile impone. Ma Daisy, che più o meno ha la sua età ma che incontra con l'aspetto di un vecchio quando lei è bambina, riesce a dargli la giusta fiducia per credere nella vita in ogni caso. Purtroppo il fato con i suoi disegni oscuri è in agguato. Recensione di ALBERTO DI FELICE Sono possibili almeno tre letture di The Curious Case of Benjamin Button, neppure necessariamente in diretta collisione fra loro. La prima è quella che scenderebbe più candidamente dalla mano dello sceneggiatore Eric Roth, che come sarete già informati è colui che anche ha scritto—fra le altre cose—il caro Forrest Gump. Questa lettura è, per buona parte, prestata ad una (sana) diffidenza (se non, per chi vuole, ad un rigetto totale): entrambi i film, so goes the argument, altro non sono che opere profondamente conservatrici, ben commoventi, mascherate da parabole liberal sulla diversità. (And there goes the Oscar again!)Nel caso in specie, Benjamin Button (Brad Pitt), neonato scherzo (“curioso”) di natura, potrebbe arrivare ad esser visto come esemplare di una grande lotta pro-life, che inizia col sacrificio della madre naturale nel darlo alla luce, col suo mancato omicidio da parte del padre (fermato dalla provvidenziale opera della forza pubblica, qui un poliziotto di guardia al porto), e con la sua accoglienza in una casa di riposo—un convento di suore sarebbe stato forse troppo, e neanche necessario dato che non siamo in Lombardia o Friuli ma in Louisiana. Benjamin vive, nonostante tutto, e ce la fa. Non abortite, non fate diagnosi preimpianto, il Signore ci scampi dall'eugenetica. Dentro questa lettura rientra ovviamente un supposto indottrinamento dei buoni sentimenti del pubblico americano e solo poi mondiale, che impara che ognuno è creato per stare al suo posto nella società, che la coscienza individuale va sottomessa ad un disegno più grande (un indiano d'America ci istruisce sul valore del sacrificio militare; un pigmeo ridotto ad attrazione da zoo ci viene a raccontare che—sai com'è—siamo tutti tanto soli), che il duro lavoro paga (Benjamin si mette subito a grattar cacca senza chieder nulla; quando però riceve finalmente una quantità enorme di soldi dal babbo, che si è pentito, fa restare la buona mamma nera—il nero che fa risaltare il bianco buono ci sta sempre—a far la serva di vecchie signore bianche con le perle al collo, perché quel che conta, si sa, è l'affetto). E si potrebbe continuare. La seconda lettura prende magari più modestamente atto di quanto anzidetto (il motto riassuntivo è il «You never know what's comin' for ya» di fede, senza cioccolatini ma coi bottoni, e con la piuma forrestgumpiana rimpiazzata da un colibrì simboleggiante l'eternità) ma punta più alla dimensione universalizzante della vicenda, concentrandosi principalmente sull'incrocio d'amore fra Benjamin e Daisy (Cate Blanchett). Mentre il primo ringiovanisce, la seconda invecchia, e si viene così a registrare il senso inverso del passare degli anni, i vari specchi dell'età (i due sono identici anche nella locandina: il Benjamin che nasce è, sputato, la Daisy che muore), l'aspirazione umana, la natura e la società, il caso (l'incidente di Daisy sa fin troppo di Magnolia)—in una parola, il tempo. Una terza lettura fa da contraltare alla prima, e inverte la polarità della storia nazionale che si va a raccontare: la vicenda di Benjamin, certamente piena di speranza, sarebbe in realtà un grido di ribellione dell'umano in sé e nella sua natura contro la storia meccanicistica ed utilitaristica. L'orologio di Mr. Gateau (Elias Koteas) scorre al contrario per riportare a nascita le bandiere dei figli persi alla guerra (il carrello rewind nelle trincee è alquanto toccante)—mentre, all'inaugurazione, il potere politico nella persona di Roosevelt decide di scuotere la testa e andarsene. (Ai giorni nostri il vecchio orologio viene rimpiazzato da uno nuovo digitale, che impone alle cose di tornare a girare—anzi, ad avanzare—in senso orario.) Reclutato di fortuna nella marina americana con la sua nave da carico, Benjamin, dopo aver scoperto la morte naturale altrui ed aver messo in conto la sua natura “curiosa” che in rapporto a quella tanta sofferenza gli genera, perde l'intero equipaggio e si accorge che quella morte non è naturale. Credo ci sia fondamento in ognuna delle tre versioni, e penso sia giusto trovare più interessante la visione congiunta delle ultime due. Soprattutto la seconda, che sembra prendere il sopravvento nella parte centrale e poi di nuovo nel bel finale, mi convince per come acquista forza dentro al film. Un film nel quale, probabilmente, vedo più la convinzione di specifici momenti che non la piena riuscita del tutto. Penso, ad esempio, al cedevole attimo in cui Benjamin e Daisy, da “piccoli”, si nascondono a mo' di Peter e Wendy raccontandosi un segreto; penso alla figlia Caroline (Julia Ormond) che assiste la madre morente in ospedale (l'arrivo di Katrina, shock nazionale, mi sembra molto appropriato in relazione all'ultima lettura—la morte “naturale” sotto l'uragano come contrapposta ai ben noti fatti bellici che allora distraevano gli sforzi); penso al ritorno di Benjamin, in apparenza neanche diciottenne, dopo anni di volontario esilio da Daisy e figlia; o alla parentesi di “mezza età” col personaggio di Tilda Swinton. La fotografia digitale di Claudio Miranda (in precedenza soprattutto eccellente capo delle luci di scena, fra gli altri, de Il corvo e dei fincheriani Se7en, The Game e Fight Club) è splendida. Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI David Fincher è il grande regista di famosissimi film thriller ad alta gradazione, iniziatori di percorso e seminali come Se7en e Fight Club, ma anche di biografie controverse di serial killer come l'intenso Zodiac. Nei primi due film venne fuori alla grande il talento recitativo di Brad Pitt, nei tempi di Se7en non una stella di prima grandezza come ora. In questo stranissimo assunto filmico che narra di un bambino nato vecchio (Brad Pitt) e che man mano diventa sempre più giovane, Fincher abbandona ogni connotazione di tensione per dedicarsi alla poesia e al sentimento, con una storia lunghissima (il film dura quasi tre ore) che ripercorre alcuni momenti di storia americana, partendo dalla fine della prima guerra mondiale, visti con l'ottica di un uomo semplice che è più bambino del solito perché quando non lo è il suo corpo lo è la sua mente, e viceversa.Sulla sua strada, dopo essere stato abbandonato dal padre sulle scale di un ospizio con 18 dollari nella copertina neonatale, troverà tante persone di animo gentile e un unico vero grande amore, quello per Daisy (una meravigliosa rossissima Cate Blanchett, interpretazione eterea e sublime la sua), mentre il mondo procede verso la seconda guerra mondiale, la conquista della luna e tutti i grandi avvenimenti della storia che si susseguono. Ben Button come i bottoni del suo nome lega e unisce gli avvenimenti viaggiando, guardando, riflettendo e ringiovanendo, mentre gli ospiti della casa di riposo di New Orleans lasciano a poco a poco questa dimensione, con serenità per aver compiuto in pieno l'arco della vita. In un film tanto riflessivo e contemplatore, per renderlo meno pesante alla visione Fincher saggiamente inserisce alcuni piccoli frammenti di divertimento e ilarità, come la spiritosa carrellata del racconto dei sette fulmini (che può avere un senso suo metaforico della forza di affrontare le difficoltà nonostante che esse si ripetano in maniera continuativa e cadenzata) oppure il rapporto nel bordello con un vecchio/giovane Benjamin Button. Ben per Fincher oltre che per gli avvenimenti è un collante tra le persone, che vedono in lui, uomo strano e apparentemente indifeso, un modo di potersi riunire e sfogare con i racconti di una vita; paradossalmente un aspetto che non corrisponde ad un'età permette comunque di poter approcciarsi come se fosse un coetaneo, con serenità. Niente da dire sull'aspetto tecnico: Fincher utilizza alla perfezione una indubbia capacità registica per filmare tramonti ed intensi primi piani; personalmente una grande prospettiva la si trova nella scena del tramonto con il padre ormai morente di Ben che osserva lontano la sua mancanza di lungimiranza avuta abbandonando il figlio per disperazione e per orrore del suo corpo deforme e consunto. È intensa anche la parte con Tilda Swinton, una donna sposata, un'amante solo apparentemente occasionale che segna profondamente il sentimento di Ben, conducendolo a maggiore serenità e consapevolezza, nelle notti insonni con lei l'uomo capta i respiri ed i bisbigli, il vibrare delle ali piccole ma infinite del colibrì che vola a segnare i momenti salienti, la vita non si ferma o non scorre anomala, si trasforma soltanto passando il testimone a chi ha ancora una materia organica autonoma da poter governare. Il make up (avuto utilizzando una tecnica incredibile di motion capture) su Pitt ha dell'incredibile, non solo nel visivo ma anche nell'utilizzo, ogni volta che cambia aspetto è sempre in maniera adatta al tempo e alla situazione, passano i Beatles alla tv e le moto sportive colmano le sue passioni, e lui è pronto ed adeguato nel fisico per viverle a dovere; ovviamente questo è un preciso monito di vita e consapevolezza. Un film di questa portata, strutturato alla maniera di Titanic nel racconto e che si chiude iconograficamente come 2001: Odissea nello spazio, che parla di una malattia che esiste purtroppo non nel suo lato migliore ma solo in quello peggiore, non deve essere visto dallo spettatore come un possibile martirio cinematografico per doverlo seguire con la dovuta intensità, ma come un'esaltante prova di assimilazione del sentimento che esprime, nella sua cristallina costruzione priva di qualunque orpello mieloso fuori luogo man mano che il disincanto dei tempi prosegue. Paradossalmente Ben Button è più interessante da vecchio che da giovane, maggiormente ficcante nell'entrare dentro di noi nella sua diversità, e questa è una grande forza perché dimostra come il visivo gradevole sia molto meno importante quando si parla con forza. Qualche pezzo potrebbe risultare magari da sforbiciare per confortevolizzare la resistenza di chi guarda (come quello dei bivi del destino del tassista, decisamente abbastanza superfluo, sembra un vezzo registico debitore di Magnolia di P.T. Anderson) ma alla fine il quadro completo è come il corpo tatuato di capitan Mike, un quadro da leggere. La chiusura con l'acqua dell'uragano Katrina che arriva all'orologio ormai fermo ed abbandonato è decisamente perfetta. In definitiva un film sublime, poetico e pieno di buoni sentimenti, visti in maniera disincantata da chi vive la propria bizzarra diversità con una serenità incredibile, vivendo di insaziabile curiosità gli avvenimenti del tempo per poi donarceli secondo la sua ottica, capace di suscitare in noi parecchi sentimenti atavici che sulla nostra pelle non potremmo mai ritenere disturbatori. Lo consigliamo perché lavoro cinematografico tecnicamente ineccepibile, ma soprattutto per il fatto che vedendo Ben e la sua diversità scopriamo tanta luce nuova che in corpi normali e conformati difficilmente scoveremmo, chiedendo senza tema che qualche raggio arrivi verso di noi, indipendentemente dal fatto che dobbiamo trascorrere un surplus di tempo rispetto al solito al cinema. Dopo la sua visione, sapremo che ogni piccola cosa al mondo, anche il più piccolo battito di ali, significa qualcosa. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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Titolo originale: The Curious Case of Benjamin Button
Sono possibili almeno tre letture di The Curious Case of Benjamin Button, neppure necessariamente in diretta collisione fra loro. La prima è quella che scenderebbe più candidamente dalla mano dello sceneggiatore Eric Roth, che come sarete già informati è colui che anche ha scritto—fra le altre cose—il caro Forrest Gump. Questa lettura è, per buona parte, prestata ad una (sana) diffidenza (se non, per chi vuole, ad un rigetto totale): entrambi i film, so goes the argument, altro non sono che opere profondamente conservatrici, ben commoventi, mascherate da parabole liberal sulla diversità. (And there goes the Oscar again!)
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