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The Reader – A voce alta Stampa E-mail
Sabato 21 Febbraio 2009 08:31
The Reader – A voce alta / LocandinaTitolo originale:      The Reader
Nazione:      Stati Uniti, Germania
Anno:      2008
Genere:      Drammatico, Romantico
Durata:      124'
Regia:      Stephen Daldry
Sceneggiatura:    David Hare
Cast:      Kate Winslet, Ralph Fiennes, David Kross, Lena Olin, Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara, Karoline Herfurth, Linda Bassett, Hannah Herzsprung, Jeanette Hain, Susanne Lothar, Kirsten Block, Volker Bruch, Matthias Habich
Produzione:      Mirage Enterprises, Neunte Babelsberg Film, The Weinstein Company
Distribuzione:      01 Distribution
Data di uscita:      20 Febbraio 2009

Trama: Berlino, 1995. Ormai avvocato di successo, Michael Berg inizia a ricordare quando aveva 15 anni, nel 1958. Ammalatosi un giorno mentre tornava da scuola, viene soccorso da una donna, con la quale instaura una relazione che dura mesi; anni dopo, da studente di legge, Michael assiste ad un processo nel quale la donna è accusata di crimini sotto il regime nazista.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

The Reader – A voce altaLe polemiche sul film di Stephen Daldry, come prima sul libro di Bernhard Schlink, devono essere fra le più dozzinali che io ricordi da tempo. Tutto è dettato nella sostanza dal soggetto, che ci offre una donna in leggera sfioritura, ex-guardia delle SS, che si innamora di un bel quindicenne sverginandolo, e anni dopo vede tornare a galla il suo passato orrendo di agente del Male. Segue, dopo la concupiscenza ai danni dello spettatore per tramite dei nudi e velami, un esecrabile movimento a pietà nel quale la donna, che si avvia a sfiorire ancor di più nella solitudine del carcere, viene riabilitata dalla propria incoscienza e pare anzi essere eletta a martire del popolo tedesco. Poco aiuterebbe qui una coda nella quale una bella signora ebrea scampata con la mamma ai campi (Lena Olin) ci fa vedere quanto bene se la siano passata (e continuino a passarsela) gli ebrei newyorchesi, mentre la poverina periva nella sua fredda cella.
James Bowman dell'American Spectator, offeso dal fatto che poco si vedano i sei milioni della Shoah, si chiede—oibò—come mai questa Hanna Schmitz (Kate Winslet), al contrario di sani liberali del dopoguerra come noi altri, non abbia salvato, assieme alle sue sadiche colleghe, trecento donne bruciate vive in un incendio: «il fatto con Hanna è che lei non è un'illuminata liberale del dopoguerra. È una sorta di relitto galleggiante del naufragio nazista la cui estrema lontananza da noi – resa ancor più incolmabile dal suo analfabetismo – la isola da ogni sentimento che non sia quello della pietà. O magari la rabbia, cui è data voce da uno dei compagni di studi legali di Michael quando viene suggerito che le povere guardie non sapevano realmente cosa stessero facendo, o quale sarebbe stato il destino dei prigionieri. “Tutti lo sapevano. La domanda è: come l'hai lasciato accadere? Perché non ti sei ucciso quando l'hai scoperto?”. E poi aggiunge: “Mettimi una pistola in mano e le sparo io stesso. Sparo a tutte”. Un po' eccessivo, forse, ma almeno ci regala una breve e rinvigorente vacanza dal pietà party».
Esattamente: Hanna non è un'illuminata liberale del dopoguerra. (Non che qualche «illuminato» dei giorni nostri non sarebbe capace di voltare lo sguardo e dare una mano, se gli convenisse.) Certo, il film non è sempre un campione di sottigliezza. Il processo, crucialmente, viene gestito a forti mazzate di fraseologia da verbale, accompagnate da piani d'ascolto nei quali le sadiche ex-colleghe della Schmitz paiono buttarsi come rapaci a divorare la carcassa. Un po' come Bowman vorrebbe si facesse tutti, insomma. La cosa, d'altronde, non può neppure stupire: bisognerebbe, per stupirsi davvero, rigettare l'ovvio dictum che vede la storia scritta dai vincitori—così come, forse soprattutto, i processi. Non nel senso che condannino ingiustamente: semmai nel senso che ci vanno ben duramente giù con alcuni, si scordano nel frattempo di altri, e nel frattempo lavano le mani proprie e dei propri alleati. Non a caso Michael (David Kross/Ralph Fiennes) fa l'avvocato, ed è egli stesso a rifiutare alla donna l'unica pietà che le sarebbe stata utile, prima di affrontare tramite il ricordo forzato la sua crisi di mezza età con la figlia (Hannah Herzsprung).
Stephen Daldry non è mai stato un regista fenomenale: è uno di quelli nei quali, come suol dirsi, non si vede mai il «vero Cinema» (o almeno quello che chi proferisce l'espressione, equivocando su una malriposta fedeltà nell'ontologia del mezzo, crede il «vero Cinema» sia). È comunque un abile metteur en scène, e da qui possono discendere tutte le implicazioni che si vogliono e che meglio rispecchiano la propria personale versione della teoria autoriale. Per parte mia, sono sempre stato convinto dai suoi film, e vi riconosco quelle qualità delle buona media letteratura: quella magari modesta, anche insignificante, ma che parla anche della gente modesta e insignificante, che sia ricca e potente o disgraziata. È, dato che siamo in tema, la storia dell'ormai vecchia «banalità del male»: leggo quest'impulso dal pulpito a ridurre il Male a responsabilità individuale di un Mostro, assolvendosi come “giusti” e “buoni” liberali del dopoguerra dall'indubbia superiorità morale, come puro esempio di ipocrisia. Lascio la parola qui di seguito al caro vecchio Roger Ebert.
«Ci sono enormi pressioni in tutte le società umane ad accodarsi. Molti personaggi coinvolti nel recente tracollo di Wall Street hanno usato come scusa: “Stavo solo facendo il mio lavoro. Non sapevo cosa stesse succedendo”. Il presidente Bush ci ha condotti in guerra su basi erronee, e ora dice che è stato tradito da cattiva intelligence. Militari statunitensi sono diventati torturatori perché gliel'hanno ordinato. A Detroit dicono che ci stavano solo dando le macchine che volevamo. L'Unione Sovietica ha funzionato per anni perché la gente si accodava. La Cina lo fa ancora.
Molti dei critici di “The Reader” sembrano credere che tutto riguardi il vergognoso segreto di Hanna. No, non il suo passato di guardia nazista. Il segreto precedente per nascondere il quale in pratica è diventata guardia. Altri pensano che il film sia una scusa per del porno soft-core mascherato da sermone. Altri ancora dicono che ci chiede solo di aver pietà per Hanna. Alcuni lamentano il fatto che non ci serve un altro “film sull'Olocausto”. Nessuno di loro pensa che il film possa avere qualcosa da dire su di loro. Io credo che il film dimostri un fatto della natura umana: la maggior parte delle persone, la maggior parte del tempo, in tutto il mondo, sceglie di accodarsi. Votiamo con la tribù».

Giudizio: 2.5


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

The Reader – A voce altaKate Winslet dipinge, dopo la grande prova di Revolutionary Road, un altro ritratto intenso di donna, amante della lettura dei grandi classici della letteratura ma anche portatrice di un terribile segreto, che le provoca un rimorso spietato che le toglie il sorriso e le provoca spaventose crisi di sconforto che cerca di lenire con dei bagni purificatori. Intensa, dura e decisa nell'esprimere la psicosi di Hanna (questo il nome del personaggio protagonista) l'ex-Rose del Titanic (quanta acqua sotto i ponti da quel tempo) non esita neppure, per meglio approfondire con situazioni particolari, a regalare dei generosi nude look, non frontali bassi, a noi spettatori, di fronte a un da poco maggiorenne David Kross (che fa Michael, il giovane protagonista del film) che rimane all'inizio quasi impietrito davanti a tali comportamenti.
Il titolo del film riguarda il fatto che la tormentata Hanna e il giovane studente Michael (incontratisi mentre lui stava male in strada e soccorso da lei) si trovano per il sesso (la parola amore e il sentimento sembrano appannaggio di una persona sola nel rapporto: «Non sei così importante da farmi soffrire», dice Hanna) dopo che lui legge i classici della letteratura (“Guerra e pace”, “L'amante di Lady Chatterley”, “La signora con il cagnolino” di Čechov tra gli altri). La lettura dona serenità a Hanna, che perde la sua granitica espressione sofferente e si lascia andare a dei sorrisi, fino a giungere di accettare di fare una gita di due giorni in bicicletta con colui che chiama solo «il ragazzo». Alla richiesta di Michael di sapere il suo nome lei si indurisce, rimane male, perché rivelare la sua identità la riporta alla sofferenza di un grande segreto che porta.
La gioventù di Michael viene squassata dal profondo: lui ormai non sa più ben rapportarsi con i coetanei, vive le sue giornate in attesa della fine della scuola e di passare in biblioteca a prendere il libro di turno da leggere prima di fare del sesso. Improvvisamente, senza spiegazioni, Hanna sparisce. Per il ragazzo inizia uno strapiombo psicologico personale di proporzioni elevate, con una terribile difficoltà a rapportarsi con gli altri nel ricordo di lei. Quando la ritroverà anni dopo, in circostanze ben diverse e in due successive occasioni, lui non sarà più l'innocente lettore ma un uomo deluso e sull'orlo del divorzio, chiuso ed introverso (lo interpreta un come sempre notevole, misurato e compassato nella parte, Ralph Fiennes, abile a mostrare le difficoltà di aprirsi che si porta dietro da tempo) che dovrà superare una volta per tutte il trauma che lo tormenta (cosa che in fondo Hanna con il suo non ha mai fatto).
Intenso, psicologicamente penetrante, il film diretto da Stephen Daldry (The Hours e Billy Elliot) è un ritratto in tre fasi (due con il ragazzo e una con l'uomo) e due parti, che vive i suoi 124 minuti senza mai stancare pur essendo molto statico, con tanti discorsi iniziati e non finiti, parole a metà per paura, persone bloccate dalla loro psiche difficile e blindata, ben diversi da quelli fluenti che scorrono durante la lettura.
Il film legge ma non parla, il gioco dell'interpretazione è affidato allo spettatore che si trova a supplicare che finalmente i due protagonisti parlino, dicano, si sfoghino. L'abilità di chi sta in regia (primi piani intensi, nudi artistici vedo–non vedo ricercati, riunioni a tavola con inquadrature fisse che iconizzano una sofferenza di convivenza) e la bravura dei protagonisti, ci fa amare i personaggi oltremodo, gli vogliamo bene e vorremmo potergli dare il nostro monito che ci siamo e che li ascoltiamo per aiutarli. Quando succedono queste cose vuol dire che il cinema sublima se stesso, rende viva la pellicola nella sala buia e la anima di profumo, la magia diventa realtà. Triplo valore perché nato da una storia fondalmente semplice di uomini e non da chissà che mirabolanti avventure: il mondo loro diventa il nostro, estraendo il perdono per gli atti terribili commessi che hanno distrutto la loro stessa vita.
Meraviglioso il discorso finale tra Lena Olin (affascinante come sempre nella sua maturità) e Fiennes, icona di un mondo e di una nazione che ha sempre superato l'altra in cognizioni (se vedrete il film capirete: rivelare e spiegare di più sarebbe deleterio per un punto cardine di sorpresa). Vedendo queste pellicole così intense, neppure per un secondo mielose e mai accondiscendenti per accontentare, che costruiscono un arco narrativo di vita; si rimane sempre affascinati, soprattutto quando sono introversi, fondamentalmente camerali e non calati in un affresco più grande (come per esempio il recente grandioso film di Fincher Benjamin Button) perché sono specchio possibile di reale vicenda accadibile.
In definitiva possiamo dirvi di non perdere The Reader per nessun motivo: la Winslet è grandiosa nelle sue espressioni corrucciate, Fiennes è misurato alla perfezione e, come per Billy Elliot, Daldry ha trovato un protagonista giovanile di grande prestazione (in tutti i sensi). È cinema di alta zona, che con valore descrive i drammi personali e le emozioni, senza mai eccedere in nulla, neppure nel dirci i tormenti che albergano in quanto sofferenza da non mostrare volentieri, con prospettive diverse da quelle dell'informazione o dei programmi di oggi che fanno di tutto per sbattercela in faccia in modo da creare audience. Un film da leggere, una lettura da filmare, troppe belle cose per perdervele scegliendo altro di più facile ma molto meno appagante.

Giudizio: 3
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