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| Martedì 14 Aprile 2009 01:00 | |||
Titolo originale: id.Nazione: Italia Anno: 2009 Genere: Azione, Drammatico Durata: 90' Regia: Roberto Burchielli Sceneggiatura: Roberto Burchielli, Duccio Camerini Cast: Raoul Bova, Alessandro Sperduti, Simonetta Solder, Luca Angeletti Produzione: Sanmarco Film Distribuzione: Medusa Data di uscita: 10 Aprile 2009 Trama: Matteo Gatti è un giornalista romano costantemente in viaggio per svolgere il proprio lavoro, cosa che lo obbliga a tralasciare le sue attenzioni verso la moglie incinta e il figlio sedicenne Marco, che lo perde come punto di riferimento. Completamente assorbito dalla propria professione, un giorno si sente in dovere, anche per riconquistarlo e contro il parere della moglie, di autorizzare il figlio ad effettuare un viaggio a Milano con gli amici per incontrare una ragazza appena conosciuta a Roma. Purtroppo, Marco muore per aver preso una fatale pastiglia di ecstasy. Per Matteo comincia un calvario morale, che lo porta a cercare riscatto conducendo un'inchiesta nei locali dove si spaccia e si assume droga nel milanese, al fianco di una squadra di poliziotti della narcotici. Intanto, gli arrivano misteriose mail con dei video che ritraggono gli ultimi momenti di vita di Marco. Recensione di PIETRO SIGNORELLI Parzialmente bello e coraggioso questo docu-film sperimentale di Roberto Burchielli (un autore televisivo per natura) con tema i pericoli della droga, che utilizza la tecnica del real movie con la camera a mano, frammistando flashback, documenti reali (con i protagonisti debitamente oscurati e pixellati) sugli arresti effettuati dalla squadra narcotici milanese. Coprodotto e interpretato da Raoul Bova (in vena di dimostrare di saper fare ben altro che pellicole Moccia-style) il film non è un semplice documentario fine a se stesso: intervallate alle riprese della vita milanese che scambia ecstasy e varie pillole allucinogene c'è anche la storia parallela (ovviamente di fantasia ma realizzata anch'essa con la camera a mano) della famiglia Gatti, che ha subito la perdita terribile del figlio sedicenne Marco per l'ingerimento di una pastiglia letale assunta in discoteca.Bova è Marco, il capofamiglia, un giornalista che è costantemente lontano dalla moglie in cinta Sveva (Simonetta Solder) e dal figlio Marco (Alessandro Sperduti, giovane ma attivissimo attore televisivo), che ne sta perdendo il riferimento familiare. Un giorno Marco chiede insistentemente di poter andare a Milano (loro vivono a Roma) per incontrare una ragazza di cui si è invaghito; Matteo acconsente seppure di malavoglia per riconquistarne la fiducia, ma purtroppo il figlio non tornerà mai a casa vivo per via dei motivi sopradetti. Eroso da terribili sensi di colpa, Matteo chiede al suo direttore (Luca Angeletti) di poter effettuare una inchiesta verità a Milano nei locali, al fianco di una squadra di poliziotti, per cercare di capire come è morto il figlio e perché ha assunto la droga. Intanto, misteriosamente, arrivano mail sul suo computer con al loro interno dei video con gli ultimi momenti di vita milanese di Marco, che lo ritraggono come il padre, troppo a lungo via e lontano da lui, non lo conosceva affatto. Chi e perché li manda è un mistero. Preso spunto da un fatto di cronaca reale – una giovane sanissima ragazza è deceduta per aver assunto una sola pastiglia di ecstasy – Burchielli racconta con stile asciutto la tragedia umana di un padre ma nel contempo denuncia i pericoli di un fenomeno quasi modaiolo, che sembra un accessorio inevitabile alla vita da discoteca, per sballarsi e lasciare lontani i problemi del quotidiano («Lavoro tutta la settimana e non posso calarmi una pastiglia il sabato!», dice una ragazza fermata per accertamenti). La tecnica usata riprende un geniale film in bianco e nero del 1992, Il cameraman e l'assassino, in cui una troupe televisiva seguiva un gruppo di persone dall'altra parte della barricata rispetto a quella del film odierno (una banda di crudeli assassini seriali, appunto), e per un film di questo genere, per quanto possa apparire indigesta al pubblico, è l'unica possibile per esplicare a dovere le loro intenzioni. Burchielli e Bova vogliono raccontare una storia disperata per far capire ai ragazzi che drogarsi, impasticcarsi o nel gergo slang «calarsi» anche una sola volta può essere fatale, decisivo e grave tanto quanto se lo si fa in maniera continua, voler provare una volta protrebbe voler dire non poter provare mai più. La voce del poliziotto Angelo (un nome non scelto a caso), che implora i ragazzi che ferma di non proseguire nel folle cammino che serve solo ad arricchire chi spaccia, è decisa, convincente e con messaggi diretti. Inframezzate al film, ad arricchire il discorso, alcune interviste con docenti che spiegano come le sinapsi della persona soggetta all'uso di droghe siano in stato necrotico, ma anche pareri di ex-frequentatori dei locali e dei rave party usciti dal tunnel che parlano delle loro esperienze passate (il racconto di come un ragazzo diventa stuccato, cioè si irrigidisce in movimenti disarticolati, fa venire i brividi). Ciò che stride, riconoscendone comunque gli ampi meriti di denuncia, è l'uso improprio in un film verità di un sottofondo di canzoni del tutto fuori luogo, scelte male – probabilmente se non ci fosse stato nulla come ost (probabilmente era anche troppo questo per uno sforzo produttivo già abbondantemente a rischio) sarebbe stato ancora meglio: più privi di tutti gli orpelli sono, questi film penetrano meglio il loro messaggio. La seconda debolezza è data dalla storia parallela del rapporto moglie/marito distrutto dalla tragedia, seppur una cosa credibile, che in alcune sequenze è troppo carica, troppo spinta alla voglia di sensibilizzare i figli che se fanno un simile errore tolgono la vita non solo a loro. Il film si chiude con un messaggio di speranza, con la voglia di ricaricare dopo aver svuotato. In definitiva un film verità che colpisce come un pugno; per i milanesi la vista delle loro strade in maniera davvero non paesaggistica, dove si aggira nella notte varia fauna con fame di allucinogeni, da vedere per riflettere sul pericolo e sullo strazio che una cosa apparentemente banale come quella della volta singola, tanto per provare, provoca. Qualche particolare inutilmente inserito per dargli una maggiore facilità di visione rovina il valore complessivo del film, ma il tentativo è serio, concreto e sentito: non lasciamo che il suo messaggio si perda nel mare magnum delle proposte banali unicamente passatempo. Anche perché, se certe cose non sono recepite, di tempo per divertirsi non se ne ha davvero molto. Giudizio: ![]() Altri giudizi della redazione: Emanuele Rauco: ![]()
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