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State of Play Stampa E-mail
Sabato 02 Maggio 2009 08:39
State of Play / LocandinaTitolo originale:      id.
Nazione:      Stati Uniti, Regno Unito, Francia
Anno:      2009
Genere:      Drammatico, Poliziesco, Thriller
Durata:      127'
Regia:      Kevin Macdonald
Sceneggiatura:      Matthew Michael Carnahan, Tony Gilroy, Billy Ray
Cast:      Russell Crowe, Ben Affleck, Rachel McAdams, Helen Mirren, Robin Wright Penn, Jason Bateman, Jeff Daniels, Michael Berresse, Harry Lennix, Josh Mostel, Michael Weston, Barry Shabaka Henley, Viola Davis, David Harbour, Sarah Lord
Produzione:      Andell Entertainment, Bevan-Fellner, Relativity Media, Studio Canal, Universal Pictures, Working Title Films
Distribuzione:      UIP
Data di uscita:      30 Aprile 2009

Trama: Washington, D.C. Due omicidi in un vicolo ed un apparente suicidio in metropolitana della principale assistente del deputato repubblicano Stephen Collins vengono gradualmente associati ad una macchinazione ad opera di una società militare privata, la PointCorp, che è sotto inchiesta congressuale per le sue operazioni nella guerra al terrorismo. Della commissione fa parte proprio Collins. Il reporter del Washington Globe Cal McAffrey, ex-compagno di college di Collins nonché ex-amante della moglie Anne, indaga assieme alla giovane collega Della Frye.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

State of PlaySono due le falsarighe principali del film di Kevin Macdonald, naturalmente confluenti in un unico continuum (sebbene un po' a singhiozzo) nel ben noto connubio politica-business-informazione. La prima è quella resa ormai rétro dall'evoluzione digitale, nella quale sale un bonario conflitto in ultimo trionfalmente vinto per unite forze tra un reporter politico analogico vecchio stile (il Cal McAffrey di Russell Crowe) ed una blogger di testata senza penna che totalizza quelli che al giorno d'oggi si chiamano «contatti» da lui neanche lontanamente immaginabili (la Della Frye di Rachel McAdams)—anche se lei, d'altro canto, si sogna gli informatori che ha lui.
Su questo versante, si assiste spesso ad un discretamente divertente esemplare figlio de La signora del venerdì, con dei toni però da thriller d'inchiesta non tanto o troppo dei giorni nostri quanto da anni '70 svecchiati, quasi gli '80 e '90 non fossero mai intercorsi. Basterà leggere i nomi dei tre sceneggiatori per accorgersi che quest'ultimo revival di genere è bene in corso, se mai si è perso. La forza della costruzione non è dunque molto incentrata sui dialoghi, che naturalmente non possono permettersi quel tipo di estro comico a tutto fuoco, bensì su un fare giallo abbastanza attento e rigoroso. Lo scontro Cal/Della è per questo secco e verosimile, e non innesta baraonde generazionali quanto un pragmatico potenziale idealmente in grado di rimanere in piedi nonostante le cariche assestate dalle ristrutturazioni corporate.
Che si riesca nell'impresa è in ultimo celebrato dalla sequenza finale sui titoli di coda, nella quale a tarda notte si avvia finalmente il processo di stampa, ritardato alquanto miracolosamente resistendo alle pressioni a produrre articoli sempre freschi, con poca ricerca sul campo ma sempre molto up-to-date. Una cosa del genere non si vedeva almeno dall'ottimo Cronisti d'assalto di Howard (Helen Mirren sostituisce Glenn Close), il quale puntava però (come in Hawks, non a caso tramutato da testo teatrale di contro allo State of Play televisivo) molto più sulla moderatamente acida critica alla politica locale, mentre lo script di Carnahan/Gilroy/Ray (che rilegge l'originale britannico di Paul Abbott) punta in alto, come consono ai tre, su una meno figurata rete di potere che ingloba l'intera sfera politico-militare statunitense.
Ecco qui la seconda falsariga. La visione dei tre sceneggiatori è la versione cinematografica di massa di un trattato su come funzionano le cose nella realtà, fuori casa e soprattutto dentro, e descrive le attuali evoluzioni nel processo di privatizzazione politica ben ravvivato dalle prodi e note gesta dell'amministrazione di Bush Jr. Mancherebbero solo nomi in calce di uno sparuto gruppo di società con partecipazioni incrociate, un elenco di politici «amici di famiglia» ed alcuni estratti di progetti di legge da questi presentati a nome delle prime al Congresso americano. Sarebbe roba bollente, com'è di certo cosa non nuova in questo genere di pellicole; come pure è noto il fatto che il tutto è destinato in buona sostanza a continuare, perché—si sa—i film sono opera di fantasia e nessuno della massa li prende granché sul serio.
È per questo deludente che, dopo tanto applicarsi contro il gossip insabbiante, si vada a finire in twist, per di più non molto convincenti, che risultano contraddittoriamente essi stessi in un affossamento preventivo (ovvero, prima che finisca il film) della linea di trincea. Il titolo in prima pagina informa infatti per prima cosa che un singolo individuo si è sporcato le mani, «implicato in omicidi»; leggendo gli articoli che accompagnano l'annuncio di colpevolezza sarà poi certo possibile capire che la cosa è legata a molte altre sudaticce mani, e a ben precisi schemi che dovrebbero quantomeno far sciogliere l'intera camera dei rappresentanti, e far sostituire questi ultimi con dei topini da laboratorio. Ma solo se si legge l'articolo molto fra le righe, dopo molta e troppa attesa: forse Cal avrebbe dovuto mandare in stampa la versione incompleta, ma più veritiera.

Giudizio: 2


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

State of PlayCosa unisce Cal McAffrey, un giornalista sporco, trasandato e disordinato come pochi (un Russell Crowe dal lungo capello unto e dalla barba incolta), a Stephen Collins, un assessore apparentemente impeccabile (Ben «mascella pronunciata» Affleck, reduce dall'ottima prova registica di Gone Baby Gone)? Apparentemente nulla, ma i due sono amici da una vita e Collins (sposato sembra in maniera felice con Anne, l'attrice Robin Wright Penn, ancora al cinema con Disastro a Hollywood) si trova invischiato in un sexgate: la sua collaboratrice ed amante si è apparentemente suicidata in metropolitana. Mentre il suo capo (la Queen Helen Mirren) vorrebbe avere ogni particolare scabroso scandalistico – in chiave soprattutto erotica – della vicenda per assicurare vendite stratosferiche al giornale, Call e la sua collega Della (Rachel McAdams) cercano la verità. Dietro a tutto, oltre al fatto che Anne e Cal non sono del tutto estranei, si muovono i voleri di una potente corporazione che ha degli interessi occulti per affondare la credibilità di Stephen, loro avversario politico.
Riduzione di una miniserie televisiva, State of Play è una corpulenta spy story a sfondo giornalistico, dal ritmo giustamente molto lento e dallo sviluppo a chiocciola, con tortuosi colpi di scena che ogni volta sembrano togliere ogni certezza. Crowe ed Affleck sono una coppia perfetta per questo duo composito di personaggi: la parte più difficile viene affidata dal regista Kevin Macdonald (ottima la sua prova con L'ultimo re di Scozia) all'ex-gladiatore, che deve sembrare bolso, appesantito e del tutto privo di qualunque controllo – lui è un cane sciolto del giornalismo, uno spirito nobile che magari si è scopato in passato la moglie dell'amico, ma che ora vuole una sorta di riscatto dimenticandosi delle ragioni economiche (tutti gli altri giornali si buttano sull'argomento hot senza nessuna remora).
Ovviamente non si può non pensare a Bill Clinton/Monica Lewinsky (su dei quadri dietro la scena si vedono i ritratti dei presidenti e una delle amiche della amante dell'assessore, che dichiara triangoli erotici, gli somiglia parecchio) come ispirazione al soggetto, ma poi la vicenda prende una sua peculiare piega: può il giornalismo dimenticarsi della verità e dell'etica per vivere da sciacallo delle tragedie personali, pasto ricercato e prelibato del pubblico, arrivando addirittura ad ostacolare la giustizia non consegnando prove certe (le foto) e volendo evitare che venga a galla una verità molto più pericolosa ma molto meno interessante economicamente? Tutta la storia della corporazione (un classico, la grande potente azienda dalle fondamenta corrotte messa in crisi da una tarma fastidiosa) è solo di sfondo: ad emergere sono i drammi interiori, i dispiaceri personali e una sorta di lealtà oltre ogni limite che dimentica tutto, il killer non è solo lo statuario operatore di morte ma è ben altro, è la mano armata dal potere che agisce, lasciando il dubbio che la colpa non è di chi preme il grilletto ma di chi gli fornisce il fucile.
Speriamo davvero che queste frasi molto sibilline vi abbiano sollecitato la curiosità: State of Play è un film che merita di essere visto per il fatto che pone interrogativi e domande si vario tipo, in più la sua costruzione progressiva è un esempio perfetto di cinema che vuole la collaborazione dello spettatore per poi dargli una soddisfazione finale certa. Non possiamo certo consigliarlo tranquillamente a chi vuole passare un pomeriggio spensierato, dato che necessita di una particolare attenzione nel seguire i personaggi, i loro movimenti e quanto accade. Kevin Macdonald si conferma autore di rango: inquadrature precise e un'asciuttezza registica che si sposa a perfezione con trama e genere si accompagnano ad una fotografia oscura nei toni, che imprime al senso del tutto la mancanza di speranza di fondo. Ci è piaciuto davvero molto come i primi piani di un corrucciato Crowe ci danno la sensazione che esiste un motivo umano per vivere e non solo uno economico, la rivincita del singolo sul sistema sia che agisca da eversivo o collaborativo del bene. In definitiva non possiamo far altro che promuovere questo film, degna storia umana e giornalistica di spessore: le molte penne che vengono messe al collo della bella Della citano le molte verità possibili che si possono scrivere – ma una sola è quella conta, quella vera cercata per l'etica e non per vendere qualche copia in più. Curiosità: al posto di Affleck/Crowe dovevano esserci Pitt/Norton, scelti in un primo momento.

Giudizio: 3
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