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| Domenica 03 Maggio 2009 00:00 | |||
Titolo originale: Che: Part TwoNazione: Spagna, Francia, Stati Uniti Anno: 2008 Genere: Biografico, Drammatico, Guerra Durata: 131' Regia: Steven Soderbergh Sceneggiatura: Peter Buchman, Benjamin A. van der Veen Cast: Benicio Del Toro, Yul Vazquez, Franka Potente, Demián Bichir, Rodrigo Santoro, Catalina Sandino Moreno, Norman Santiago, Othello Rensoli, Jorge Perugorría, Néstor Rodulfo, Joaquim de Almeida, Kahlil Mendez, Rubén Ochandiano, Carlos Acosta, Armando Riesco, Jordi Mollà, Matt Damon Produzione: Laura Bickford Productions, Morena Films, Telecinco, Wild Bunch Distribuzione: BIM Data di uscita: 30 Aprile 2009 Trama: Una delle altre guerre di liberazione, questa non riuscita, operata da Ernesto «Che» Guevara, dopo quella per Cuba al fianco di Fidel Castro. Ora siamo in Bolivia, dove il filosofo del «trionfo o morte» cerca di scuotere le coscienze dei contadini del luogo soggiogati da un crudele potere centrale. Il «Che» e i suoi guerriglieri attraverseranno un'autentica odissea a piedi, tra mille difficoltà, per raggiungere e coalizzarsi con altri gruppi combattenti in nome della libertà. Purtroppo il suo messaggio cade nel vuoto, non riceve nessun tipo di appoggio dalla popolazione del luogo, e alla fine il «Che» viene catturato dai miliziani che lo giustizieranno. Ma se il suo corpo cessa di vivere, la sua aura e il suo carisma ormai sono entrati nei libri di storia. Recensione di ALBERTO DI FELICE Non c'è da aspettarsi che Steven Soderbergh risulti simpatico o comprensibile a molti, giacché mai lo è stato, specie se si mette a giocare con una figura sacra come quella dell'argentino adottato cubano e poi regalatosi a tutto il Sudamerica ed oltre con i suoi (ma più di altri) ideali rivoluzionari. Fra le critiche che leggo in merito soprattutto a questo secondo episodio—che, per chi non se ne fosse accorto, troppo preso dal proprio tedio e dalla convinzione ricevuta che l'opera sia stata divisa in due esclusivamente per spirito commerciale, è talmente diverso dal primo da avere diversa aspect ratio, oltre ad avere uno sceneggiatore in più—ricorre l'inappuntabile: Che è «noioso» (sostituibile con qual sinonimi si voglia). Ancor peggio, a supporto della sensazione di noia si addurrebbe il fatto che Soderbergh non concettualizzerebbe nulla, ma ricoprirebbe il tutto di vacuità stucchevole e declamatoria. Poco ci si sofferma a riflettere sul perché il tutto suoni vacuo e declamatorio, e voglia esserlo.Pietro Salvatori, ad esempio, afferma che Che è brutto, in primis, perché «l'unica cosa che … ha rivoluzionato è la nostra concezione di sonno». Il dotto Emanuele Rauco, poi, lamenta che la seconda parte «avrebbe dovuto dare una svolta vigorosa [giacché] dovendo parlare di guerriglia, [ci si augurava] questa seconda pala ricalcasse la tensione e l'atmosfera [dell'ottimo finale del primo]. E invece Steven Soderbergh riesce nell'intento di realizzare un film ancora più piatto e malmostoso del precedente, rendendo la vita di Guevara in Bolivia una specie di lunga e asfittica scampagnata nei boschi». La prima affermazione è una simpatica battuta, che chiaramente ignora che Che non doveva alla lettera «rivoluzionare» alcunché; la seconda, di contro, è parecchio curiosa, dato che dà per assodato non si sa come che la seconda parte dovesse imprimere «una svolta rigorosa», come dovesse essere una trionfale continuazione della presa del potere nell'isola caraibica, mentre invece ci fa vedere Ernesto Guevara che se ne va in giro per le montagne boliviane senza aver molto da fare, fino a crepare in malo modo. Oibò: per augurarsi una cosa del genere, bisogna come minimo esser convinti che l'esperienza boliviana del Che non sia stata una «lunga e asfittica scampagnata nei boschi», cosa che ovviamente però è stata. Non è il cattivo Soderbergh ad averla «ridotta» a tale. Ovviamente, la consapevolezza che esattamente così sia stato va a cozzare con qualsivoglia concezione romantica del comunismo si possa aver cara, sebbene non ho dubbi nell'attendermi che chi lamenta «noia» la faccia nella sua mente derivare da fattori «puramente filmici» (si dice così, no?) quali l'insistita distanza stilistica e formale adottata da Soderbergh, il quale proprio non riesce, per questo, a dare quella «svolta rigorosa» alla guerriglia che, non si sa come e perché (se non per il titolo e un'associato strambo intendimento della vita quotidiana del guerrigliero, che per lo più vive proprio di attesa e parecchi stenti), ci si aspettava. Il sempre eccellente A.O. Scott ci ricorda tuttavia con molto acume che «Jean-Paul Sartre ha definito Guevara “l'essere umano più completo del nostro tempo”, una descrizione che in un certo senso significa l'opposto di quel che sembra. Il Che rappresentava, per Sartre ed altri, e forse per sé stesso, un nuovo tipo di persona, una creatura di pura integrità rivoluzionaria libera dalle solite trappole della soggettività borghese. Queste trappole, naturalmente, sono parte di ciò che rende interessanti i personaggi dei film». Il punto nodale, o se si vuole «didattico» di questo secondo capitolo è evidente conseguenza di questa inumana completezza, e del suo naturale fallimento nel realizzarsi in ultimo nel processo storico-sociale susseguente alla rivoluziona cubana. Non è stato un processo granché esaltante («malmostoso» è un aggettivo molto più atto, anzi perfetto per descriverlo), va riconosciuto, così come di certo non è stata esaltante l'illusoria idea di una scampagnata rivoluzionaria boliviana; qua non ci sono ideali in sé in gioco, solo la rude realtà di una concreta situazione con la quale quegli improvvisati—sebbene, nel caso, sicuramente sinceri—ideali necessariamente si scontrano. È emblematico il discorso ai poveri contadini sul perché della loro condizione di vita: quando vai a parlare a gente che vive a 3000 metri di altezza fra i monti, dove non c'è nulla e la terra non produce frutti neanche con cento rivoluzioni proletarie, puoi urlare quanto ti pare che è «tutta colpa dei capitalisti e degli Americani» (cioè delle stesse persone), ma va da sé che quei poveracci non hanno mai visto né un capitalista né un americano, e sono perfettamente consci che, con le tue chiacchiere ed i tuoi fucili tenuti in mano da pochi uomini che se ne vorrebbero giustamente tornare a casa, non puoi offrire di meglio. La cosa era del tutto differente a Cuba, dove l'imperialista nemico statunitense era vicino e grandemente in vista. In Bolivia, invece, Guevara è solo uno che ti ruba le provviste esattamente come fanno i soldati del regime filo-americano. Così, se il primo capitolo iniziava con la mappa cubana, quell'isola totalmente pianeggiante e spianata, per retti puntini di conquista e tenui cambiamenti di caldi colori, per la rivoluzione arrivata dall'oceano (le ultime immagini di Guerriglia tornano retrospettivamente al viaggio in nave dal Messico a Cuba, dal quale sarebbe iniziato tutto), il secondo inizia con la camera che riprende aduncamente il discorso di Castro alla tv, annunciando ai cubani ed al mondo che la rivoluzione tornerà a combattere per tramite del Comandante dove ancora ce n'è bisogno (o forse non ce n'è bisogno), e già che non potrà trovare terreno similmente fertile: si passa ora al territorio all'opposto impervio della Bolivia, con rapida cesura, nella quale mentre Castro, perfettamente identificatosi col Potere, se ne sta nei suoi palazzi ad elargir banchetti—identici in tutto e per tutto a quelli che il regime militare boliviano del presidente Barrientos (Joaquim de Almeida) intrattiene nel frattempo a La Paz—Guevara inizia a tramutarsi in Ramón e Fernando. Un uomo con troppi nomi, tanto zelo, e tanti ideali «malmostosi». Giudizio: ![]() Recensione di PIETRO SIGNORELLI Il «Che» versione Soderbergh, atto secondo. Ernesto Guevara, che ora ha il nome di battaglia di Ramón per restare in incognito, è in Bolivia per cercare di sensibilizzare anche le coscienze di quel popolo contro il regime dittatoriale che opprime contadini e minatori. Purtroppo il contesto è assolutamente diverso di quello di Cuba, dove la lotta di liberazione («Trionfo o morte!») era stata un successo: qui la popolazione sembra insensibile agli insegnamenti del «Che» e dei suoi adepti, il loro continuo vagare per la giungla alla ricerca degli altri guerriglieri in modo da ricongiungersi e formare gruppi organizzati non porta alcunché; alla fine, dopo una lunga caccia da parte dei miliziani governativi, e il tradimento dei contadini, il capo carismatico viene preso e fucilato. Le sue avventure da allora in poi saranno sui libri di storia rendendolo immortale.Purtroppo, lo diciamo subito, questo secondo capitolo è molto meno affascinante del primo. Soderbergh salta a piedi pari il ricongiungimento di Castro e Guevara a l'Havana da vincitori, frettolosamente con poche parole dette in televisione si parla del fatto che vinta la guerra di liberazione contro Batista, il «Che» ha cominciato un suo peregrinare per il mondo che lo ha portato in Congo, Venezuela e ora Bolivia, dove è interamente ambientato questo film e da dove parte l'azione. Se nel primo capitolo c'era un notevole approfondimento psicologico dei personaggi, qui sembra tutto consolidato, nonostante siamo in un humus intellettuale completamente diverso attorno al «Che», non si percepisce a dovere la nuova realtà e il gruppo di sparuti combattenti armati che segue il loro capo non pare minimamente una vera forza mossa da nobili intenti, ma un branco di straccioni randagi senza una vera meta. Lo stesso Guevara sembra mosso nei suoi spostamenti da un moto perpetuo e non da un intento reale; Benicio del Toro, grandioso nella prima parte, qui pare quasi annoiato e appagato dal primo capitolo, lo stesso regista dà l'impressione che questo atto secondo sia solo un doveroso compitino di chiusura del cerchio senza nessuna verve, ormai l'autore aveva espresso il proprio appassionato ritratto tutto lì e questa solo un'appendice fastidiosa. Tra l'altro anche i personaggi secondari come quello di Franka Potente sono totalmente in ombra, non c'è mai un autentico coinvolgimento emotivo: per lungo tempo (praticamente un'ora e mezza) non succede praticamente nulla, si percepisce blandamente il motivo per cui la Bolivia non è Cuba, dove Guevara sbaglia ogni geometria di ragionamento, e il fatto che per tre quarti di film c'è solo aria fritta, aumenta il dispiacere di non aver visto le sue avventure Congolesi e Venezuelane, insieme alla grande reunión con Castro a l'Havana, in quel modo avremmo avuto se non altro un quadro completo della vita del guerrigliero romantico ed idealista. Soderbergh in alcuni momenti abbandona l'asciuttezza registica di racconto e si abbandona a ralenti, macchine da presa che cadono sul terreno in punto di vista diretto nel momento clou (che potete tranquillamente immaginare) e ci sono anche delle musiche di sottofondo che paiono appiccicate per un vacuo emozionare. D'accordo che tutto il racconto del secondo capitolo è un assedio in movimento (non per nulla si cita il cavallo di troia) però non ci pare davvero una gran cosa che ogni tanto arrivino nel gruppo personaggi di vario tipo senza problemi (come il giornalista o il francese) quando un esercito bracca da vicino i guerriglieri; pure il fatto che i potenti governi (vedi Usa) non vogliono assolutamente una nuova Cuba non è sottolineato a dovere. Pare che il regista voglia circoscrivere il racconto a Guevara e solo Guevara a tutti i costi, abbandona il lavoro di approfondimento della circostanza e si perde decisamente nel pantano narrativo che gira sempre intorno alle stesse cose, dimentica a lungo i problemi di salute del condottiero (l'asma, che a differenza de L'argentino appare e scompare a piacimento dopo aver a lungo latitato). In definitiva dopo l'esaltante primo capitolo arriva un loffio secondo e conclusivo atto, lavoro e compitino dovuto e non voluto di spessore poco marcato: un sensibile regista come Soderbergh probabilmente non aveva vera intenzione di raccontare altro che quanto visto inizialmente – si vede che anche gli indipendenti, economicamente ed autorialmente, possono a volte lavorare per tirare sera quasi come un operaio svogliato senza lungimiranti obiettivi. Per stavolta lo perdoniamo: i suoi lavori precedenti di spessore gli lasciano tranquillamente questa possibilità. Giudizio: ![]() Recensione di AUGUSTO LEONE La camera digitale, la Red, dà probabilmente la sensazione di contatto a fior di pelle con l’oggetto della rappresentazione e nella seconda parte della biografia di Soderbergh, come già nella prima, lo spettatore sta vicino al Che mentre attraversa con i suoi fedeli la foresta: rumori, cespugli, alberi e animali nelle stalle, sentieri e villaggi arroccati in cima alla montagna, bambini sudici e viandanti sopraffatti dalla miseria, respiri e visi sfigurati dalla fatica e dalla malattia, dogmi a mezza voce e parole d’ordine secche come colpi di mitra sospingono in una vaga lontananza le ragioni più profonde del divenire storico e i suoi attori.Il racconto puro della peripezie fisiche dell’eroe tragico, difensore dei deboli, sostituisce l’analisi e, in questo caso, persino l’interpretazione mitica trasfigurante. La rigorosa sobrietà monocorde della pellicola scaturisce quindi dall’intento di non dire troppo e di non svelare gli eventuali retroscena scabrosi dell’idolo: il carisma del combattente generoso e i suoi cultori planetari sono sostanzialmente rispettati, eppure l’ammirazione dovuta all’idealista rivoluzionario sacrificato dal tiranno boliviano con la complicità della CIA non riesce a trasformarsi in empatia e a risollevare l’atmosfera da incolore cinegiornale. Persino l’indubbia compartecipazione emotiva di Del Toro alla passione del personaggio interpretato fa fatica a trovare una collocazione coerente in uno spazio esterno che non gli offre appigli se non lo stillicidio di una folgorante agonia: «Io credo nell’uomo» ribadisce, religiosamente, un Guevara sconfitto al giovane carceriere incuriosito dal noto guerrigliero, e il sogno si infrange su un casuale strascicarsi di piedi di comparse su un pavimento sporco. Giudizio: ![]() Recensione di RICCARDO RUDI Guerriglia è la seconda parte del titanico sforzo di Soderbergh di rappresentare una figura che ha portato venti di cambiamento in tutto il mondo, istituendo nelle coscienze di molti la consapevolezza che qualcosa deve essere cambiato. Rispetto alla prima, la seconda parte è priva di cifre stilistiche e registiche come l'alternanza della natura politico/diplomatica e di quella guerrigliera sul campo di battaglia di Che Guevara. In Guerriglia ci viene mostrato un Che Guevara totalmente immerso nella lotta rivoluzionaria armata, mentre nel frattempo vengono introdotte alcune sequenze di vita politica del governo boliviano che decideva del destino della rivoluzione. L'impianto del documentario di guerra permane in tutto il film, con l'uso di tecniche di ripresa secche e ridotte al minimo (uso di piani sequenza, profondità di campo, dall'uso di una macchina da presa “instabile” a una immobile “gettata”, e così via).La fotografia è aspra, quasi accecante nell'abbondanza di una luce opaca, con l'intento di accennare una sovrimpressione. Questo per via della totale prevalenza di esterni (la giungla boliviana). I dialoghi sono impregnati dei messaggi ideologici, portatori di un senso di giustizia e libertà. A questi vengono alternati dialoghi di ordinaria quotidianità. Sono i dialoghi forse che sono fin troppo irrealistici, che dipingono i personaggi e in special modo Che Guevara di un titanismo e di un eroismo innaturali. Il problema del Che interpretato da uno spiazzante Benicio del Toro è appunto la iper-umanità. È fin troppo tratteggiato con colori netti, definiti, e non viene lasciato alcun spazio per l'umanità (intesa come insieme di caratteristiche che definiscono un essere umano come tale, ossia imperfetto). Ma forse questa umanità e questa imperfezione è proprio il tema portante di Guerriglia, che racconta il fallimento e la caduta. Le tensioni che si instaurano all'interno del gruppo di guerriglieri sono un esempio esplicito del fallimento in cui andava incontro il gesto di Che, oltre anche ai vari tradimenti di cui molti dei civili si macchiano. Il regista offre a tutti noi uno squarcio della realtà in cui le civiltà vivono. Il realismo in questo senso è agghiacciante. È incredibile la sequenza della morte di Che Guevara, i cui ultimi secondo di vita vengono narrati in soggettiva, e questo è solo uno degli esempi dello stile registico di Soderbergh. Nei due film si trovano esempi di grande maestria registica, specialmente nel primo. Soderbergh mostra il Che sotto una luce che pretende di essere il più storicamente realistica. Secondo il mio modesto parere quest'impresa è riuscita solo a metà. È lodevole comunque il lavoro di ricostruzione storica, che sfortunatamente cade in una monotonia piuttosto difficile da digerire. Giudizio: ![]()
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Titolo originale: Che: Part Two
Non c'è da aspettarsi che Steven Soderbergh risulti simpatico o comprensibile a molti, giacché mai lo è stato, specie se si mette a giocare con una figura sacra come quella dell'argentino adottato cubano e poi regalatosi a tutto il Sudamerica ed oltre con i suoi (ma più di altri) ideali rivoluzionari. Fra le critiche che leggo in merito soprattutto a questo secondo episodio—che, per chi non se ne fosse accorto, troppo preso dal proprio tedio e dalla convinzione ricevuta che l'opera sia stata divisa in due esclusivamente per spirito commerciale, è talmente diverso dal primo da avere diversa aspect ratio, oltre ad avere uno sceneggiatore in più—ricorre l'inappuntabile: Che è «noioso» (sostituibile con qual sinonimi si voglia). Ancor peggio, a supporto della sensazione di noia si addurrebbe il fatto che Soderbergh non concettualizzerebbe nulla, ma ricoprirebbe il tutto di vacuità stucchevole e declamatoria. Poco ci si sofferma a riflettere sul perché il tutto suoni vacuo e declamatorio, e voglia esserlo.
Il «Che» versione Soderbergh, atto secondo. Ernesto Guevara, che ora ha il nome di battaglia di Ramón per restare in incognito, è in Bolivia per cercare di sensibilizzare anche le coscienze di quel popolo contro il regime dittatoriale che opprime contadini e minatori. Purtroppo il contesto è assolutamente diverso di quello di Cuba, dove la lotta di liberazione («Trionfo o morte!») era stata un successo: qui la popolazione sembra insensibile agli insegnamenti del «Che» e dei suoi adepti, il loro continuo vagare per la giungla alla ricerca degli altri guerriglieri in modo da ricongiungersi e formare gruppi organizzati non porta alcunché; alla fine, dopo una lunga caccia da parte dei miliziani governativi, e il tradimento dei contadini, il capo carismatico viene preso e fucilato. Le sue avventure da allora in poi saranno sui libri di storia rendendolo immortale.
La camera digitale, la Red, dà probabilmente la sensazione di contatto a fior di pelle con l’oggetto della rappresentazione e nella seconda parte della biografia di Soderbergh, come già nella prima, lo spettatore sta vicino al Che mentre attraversa con i suoi fedeli la foresta: rumori, cespugli, alberi e animali nelle stalle, sentieri e villaggi arroccati in cima alla montagna, bambini sudici e viandanti sopraffatti dalla miseria, respiri e visi sfigurati dalla fatica e dalla malattia, dogmi a mezza voce e parole d’ordine secche come colpi di mitra sospingono in una vaga lontananza le ragioni più profonde del divenire storico e i suoi attori.
Guerriglia è la seconda parte del titanico sforzo di Soderbergh di rappresentare una figura che ha portato venti di cambiamento in tutto il mondo, istituendo nelle coscienze di molti la consapevolezza che qualcosa deve essere cambiato. Rispetto alla prima, la seconda parte è priva di cifre stilistiche e registiche come l'alternanza della natura politico/diplomatica e di quella guerrigliera sul campo di battaglia di Che Guevara. In Guerriglia ci viene mostrato un Che Guevara totalmente immerso nella lotta rivoluzionaria armata, mentre nel frattempo vengono introdotte alcune sequenze di vita politica del governo boliviano che decideva del destino della rivoluzione. L'impianto del documentario di guerra permane in tutto il film, con l'uso di tecniche di ripresa secche e ridotte al minimo (uso di piani sequenza, profondità di campo, dall'uso di una macchina da presa “instabile” a una immobile “gettata”, e così via).








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